Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Primo piano
Cerca in Primo Piano
 
Moderati, ma non troppo
6 giugno 2011

Sono online il sommario e alcuni articoli del numero di giugno-luglio di Popoli, in questi giorni in distribuzione agli abbonati e nelle librerie. Di seguito l'editoriale.

Ci sono parole belle e dense di significati che, quando vengono ripetute ossessivamente o usate in modo strumentale, diventano slogan vuoti, perdono la propria carica profetica e addirittura si trasformano nel loro esatto contrario: è quanto sta avvenendo, specie nel dibattito politico italiano, con il termine «moderazione».
Nella campagna elettorale per le elezioni comunali di Milano è stato un continuo rincorrere il voto moderato, presentarsi come moderati, fare appelli ai moderati, mentre l’accusa più terribile, la madre di ogni delegittimazione veniva identificata con il contrario della moderazione, l’estremismo. Con un esito singolare: la parte politica che più ha insistito su questo ritornello e che si è autonominata rappresentante dei moderati - ovvero il centro-destra - ha finito con l’assumere toni e argomenti che nulla avevano di moderato, ma sconfinavano nell’insulto, nella falsificazione della realtà, nella calunnia personale. Sappiamo come hanno risposto gli elettori, ma non è di questo che ci vogliamo occupare.
Qui ci preme riflettere su che cosa significhi davvero essere moderati e sul rischio che si affermi una visione caricaturale della moderazione. In un’ottica di etica pubblica, questa virtù presuppone l’ascolto delle ragioni dell’altro, l’equilibrio, la ricerca della giusta misura (come svela l’etimologia del termine, da modus, misura), la capacità di mediare nel conseguire il maggior bene concretamente possibile. Anche la prospettiva biblica ci aiuta a individuare alcune categorie dell’autentico moderato, come la temperanza o la sobrietà. Ancora più in profondità, il moderato è anzitutto il sapiente, colui che sa interpretare i segni dei tempi e sa discernere qual è il «tempo per tacere» e quale il «tempo per parlare».
Proprio qui ci si imbatte in un aspetto che, nell’odierno gran discutere di moderazione, ci pare rimanga in secondo piano, uno di quei «salti di qualità» che spesso le Scritture ci propongono: la parola limpida dei profeti in difesa di «poveri, vedove e orfani», la chiamata del Battista a una radicale conversione e soprattutto la vita stessa di Gesù ci dicono che il moderato non va confuso con l’amante del quieto vivere, con il conservatore dell’esistente. Non è moderato chi cerca il compromesso al ribasso, chi sacrifica il bene pubblico sull’altare degli interessi privati, chi sposa un sistema fondato sull’ingiustizia, chi all’ideale oppone sempre un realismo di comodo. La moderazione, in sostanza, è cosa diversa dalla pavidità e dall’immobilismo. E, specularmente, l’estremismo non va confuso con la radicalità.
Non vorremmo allora che l’odierna gara a chi è (o vuole apparire) più moderato diventasse la foglia di fico per mascherare un disimpegno opportunista e/o rassegnato: in politica così come in ambito economico, sociale, persino ecclesiale. La sconfitta delle ideologie e delle grandi utopie del Novecento non può coincidere con l’accettazione delle ingiustizie e degli squilibri che ancora segnano l’umanità, né con una miope chiusura a difesa del proprio particolare. Se, per fare un solo esempio, nel mondo (Italia compresa) la forbice tra ricchi e poveri si ingrandisce, non è la moderazione - nel senso deteriore che si è detto - che ci salverà. Abbiamo bisogno, invece, di qualche Giovanni Battista in più e di qualche Ponzio Pilato in meno.

Stefano Femminis
direttore di Popoli

© FCSF – Popoli