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Monaci tibetani: suicidio o martirio?
2 maggio 2012
Nell’ultimo anno 34 tibetani, specialmente monaci e monache, si sono dati fuoco volontariamente per protestare contro l’oppressione cinese e per rivendicare libertà di cultura e di religione. Le autoimmolazioni sono avvenute in Tibet, nelle province vicine come il Sichuan, dove è forte la presenza tibetana, e tra i numerosi esiliati in India. I religiosi si sono cosparsi di carburante, alcuni si sono avvolti nel filo spinato per rendere ancora più difficile l’intervento della polizia. Le autorità cinesi cercano in tutti i modi di impedire queste forme di protesta e di bloccare la diffusione di notizie. Ma le immagini di Yeshi Jampel che il 26 marzo si è dato alle fiamme a New Delhi, per protestare contro la visita del presidente cinese in India, hanno fatto il giro del mondo. Il giovane tibetano è morto dopo due giorni. Lo stesso dalai lama, in esilio dal 1959 e per anni propugnatore di una politica di resistenza nonviolenta e di dialogo con il regime di Pechino, nei giorni scorsi ha espresso tutta la sua indignazione per come le autorità cinesi sono sorde ai sentimenti del suo popolo. Dopo le rivolte del 2008, i cinesi non hanno smesso di trasformare il mondo tibetano con le migrazioni di cinesi han e l’introduzione forzata del mandarino nelle scuole.

Ma quale significato si può leggere in un atto estremo come l’autoimmolazione? «Questa mia decisione non nasce dall’ambizione, né dal desiderio di gloria, ma solo dalla volontà di sconfiggere il male del mondo. Diraderò le tenebre dalla sofferenza così come il sole dirada le tenebre della terra con la sua luce, e tutti impareranno la compassione dal mio esempio».

La valenza politica, cioè di protesta, del gesto di coloro che si danno fuoco è abbastanza evidente. È una scelta estrema alla quale, purtroppo, non ricorrono in pochi. Non è avvenuto, infatti, solo in Asia, ma anche in Medio Oriente e in Europa.
Tuttavia, non è nemmeno sostenibile la linea di chi esclude una radice religiosa di questo gesto da parte dei praticanti buddhisti. Siano essi tibetani o vietnamiti, cinesi o thailandesi: tutti sono accumunati da un patrimonio della tradizione. Infatti, le parole sopra citate non sono dichiarazioni di un manifestante qualsiasi, né di una eminente guida religiosa. In realtà è quanto afferma il futuro Buddha nel Vyaghri-Jataka. Si tratta di un testo canonico tra i più importanti della tradizione Mahayana - il cosiddetto buddhismo del Grande Veicolo - alla quale afferiscono anche le scuole tibetane. La vicenda appartiene alla collezione delle Vite anteriori del Buddha: testi didattici che attraverso l’artificio del racconto vogliono trasmettere gli insegnamenti fondamentali sulla pratica della benevolenza e della compassione. I protagonisti sono chiamati bodhisattva: persone che hanno raggiunto l’illuminazione e donano la loro vita per aiutare gli altri esseri a fare altrettanto. Non trasmettono il loro insegnamento attraverso l’esposizione della dottrina, ma con gesti concreti e senza riserve.

Un bodhisattva è una persona la cui preoccupazione essenziale è il processo per divenire un Buddha, cioè un essere completamente illuminato. Tuttavia il bodhisattva fa voto di non entrare subito nella beatitudine del nirvana, rinuncia alla liberazione definitiva, che avviene attraverso l’estinzione totale dell’esistenza. Sceglie, invece, di continuare a rinascere volontariamente nel mondo migliaia di volte per aiutare tutte le creature sofferenti. Sapendo che la vita è una, il bodhisattva vive per tutti e la sua compassione senza limiti abbraccia uomini e animali.

Il bodhisattva ha un percorso da compiere: il suo cammino spirituale inizia con il voto o la risoluzione di diventare Buddha per il bene e la liberazione di tutte le creature. Questo voto è preceduto da un lungo periodo di preparazione per acquisire le condizioni spirituali adatte. Il candidato deve essere pronto non solo a rinunciare a tutto ciò che possiede, come la famiglia, lo status sociale e i beni, ma a sacrificare la propria vita. Il martirio volontario è considerato perciò una caratteristica del suo altruismo.

Esemplare è la vicenda di un nobile di nome Mahasattva, che decide di dare il suo corpo per sfamare una tigre la quale, avendo appena partorito e trovandosi in uno stato di sfinimento tale da non potere nutrire i piccoli, arriverebbe a sbranarli per sopravvivere.

Il bodhisattva dà la propria vita perché altri non la tolgano. La morte è inesorabile per tutti: nessuno sfugge a questa legge elementare. Allo stesso tempo, ciascuno ha la possibilità di non propagarla uccidendo gli altri ed evitando che altri uccidano. Non si tratta, evidentemente, di un suicidio dimostrativo ma di un’offerta di se stessi, totale e irreversibile.
Questo principio radicale e fondamentale presente nel buddhismo trova ulteriori espressioni narrative nei Sutra, i testi canonici. La vicenda di Mahasattva è narrata nel Sutra della Luce dorata e spesso rappresentata nella pittura e nella scultura.
Assai noto è un luogo sacro nei sobborghi di Kathmandu (Nepal) chiamato Namo Buddha Stupa. Per i tibetani, che lo conoscono come Tagmo Lujin, è molto importante perché ritengono lì sia avvenuto il sacrificio di Mahasattva.
Non è una semplice curiosità il fatto che una delle più celebri raffigurazioni di questo evento si trovi in Cina, nelle grotte di Mogao, presso Dunhuang, lungo la Via della seta. Nella Cina medievale, infatti, l’autoimmolazione dei monaci era una pratica tutt’altro che marginale. Un corposo studio intitolato Burning for the Buddha (University of Hawai’i Press, Honolulu 2007) l’accademico James Benn rappresenta uno dei capisaldi dell’indagine storica sulla teoria e la pratica dell’autoimmolazione, ovvero dell’abbandono del corpo nel buddhismo cinese. Offrendo una vasta mole di materiale testuale e archeologico, l’autore esamina i racconti di coloro che hanno offerto in sacrificio il loro corpo collocandoli nel loro contesto storico, sociale, culturale e dottrinale.

Il primo di cui parla è davvero antico: Daodu, monaco che visse questa esperienza nell’anno 527 della nostra era. L’ultimo di cui abbiamo nota è nel 1948: si trattava di un altro monaco che bruciò vivo per denunciare la soppressione del buddhismo da parte del governo cinese.

Benn non è l’unico a dimostrare come alcuni Sutra siano stati assimilati e interpretati nella tradizione vivente e concreta dei fedeli. Il più famoso è il cosiddetto Sutra del Loto della buona Legge. Un intero capitolo (23) narra come il bodhisattva Re della Guarigione (Bhaisajyaraja) abbia appiccato il fuoco al suo corpo debitamente purificato come offerta sublime al Buddha. Offerta di testimonianza che, per analogia rispettosa e prudente, potremmo chiamare martirio.
Questa era anche l’interpretazione che nel 1965 proponeva Thích Nhát Hanh, monaco vietnamita, in una lettera a Martin Luther King che lo aveva candidato al premio Nobel per la Pace in merito all’autoimmolazione di diversi monaci e monache del suo Paese devastato dalla guerra. È nella memoria il primo di questa lunga processione umana, Thích Quang Dúc, che compi il suo sacrifico il 1º giugno 1963.

La stampa parlava di suicidio, cosa impensabile per qualsiasi buddhista. In realtà non si tratta nemmeno solo di una protesta: è un invito agli oppressori a prendere consapevolezza del male che stanno facendo e un richiamo alla coscienza pubblica di tutto il mondo ad aprire gli occhi sulla sofferenza che viene inflitta a tanti innocenti.
Davide Magni SJ
© FCSF – Popoli