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Non mi sono mai arreso (di Ascanio Celestini)
16 novembre 2011

Riproduciamo il testo di Ascanio Celestini, attore e scrittore, pubblicato nel volume Terre senza promesse. Storie di rifugiati in Italia (Avagliano 2011). Il volume, curato dal Centro Astalli di Roma, verrà presentato a Milano il 22 novembre in collaborazione con Popoli (ore 18.15, presso la Fondazione Culturale San Fedele, piazza San Fedele 4)


Quando ero ragazzino il razzismo stava nei film americani. Ma anche i neri stavano solo nei film o alle olimpiadi, vincevano e noi facevamo il tifo per Pietro Mennea che era un piccolo meridionale bianco. Nei film i bianchi americani erano rosa come noi, ma parecchio più cattivi. Si mettevano il vestaglione da fantasmi, il cappuccio in testa e andavano a bruciare i neri. Gli americani andavano nello spazio, avevano la televisione a colori e avevano automobili molto più grandi del 128 di mio padre, ma erano dei rozzi assassini lo stesso. A noi ragazzini ci facevano ridere questi rozzi fascisti americani. Noi italiani siamo quelli che hanno fatto la gioconda. Noi siamo artisti da secoli. Noi c'abbiamo avuto il Rinascimento e l'impero romano. Secondo noi persino Mussolini che era un dittatore aveva fatto qualcosa di buono. Aveva bonificato l'Agro Pontino e poi quando c'era lui potevi tenere le chiavi sulla porta e i treni arrivavano in orario. Anche noi italiani avevamo le colonie in Africa, ma ci dicevamo che non eravamo razzisti. Noi gli abbiamo fatto le strade, gli abbiamo portato un po' della nostra cultura perché gli italiani sono brava gente e non dei sanguinari come tutti gli altri. Questo ci dicevamo.

Quando ero ragazzino gli africani stavano in Africa. Forse stavano pure in Francia o da qualche altra parte, ma sicuramente non da noi. I neri li avevano visti mio padre e mia madre e anche i miei nonni, ma erano soldati americani che regalavano sigarette e caramelle e se n'erano andati via alla fine della guerra. Quando ero ragazzino noi italiani eravamo buoni. Un po' più lavoratori e antipatici al nord, un po' più scansafatiche e mariuoli al sud. A Roma però eravamo i meglio di tutti perché eravamo furbi e poi stavamo nella città eterna. In particolare i meglio di tutti eravamo noi che stavamo fuori del Grande Raccordo Anulare dove c'era pure un po' di campagna. Secondo una ragazzina che si chiamava Stefania i meglio di tutti erano quelli di via Albidona. Io ci credevo perché Stefania aveva cambiato le parole della canzone “la società dei magnaccioni”, cantava “semo ragazze de via Arbidona...” ed era molto convincente sul fatto che loro erano regazze fatte cor pennello e che i regazzi fanno innammorà.

Anche l'uomo che ha scritto questo breve racconto è stato ragazzino come me. Però lui scrive anche che a un certo punto del suo viaggio “l’Eritrea era ancora pericolosamente vicina”. Ecco qual'è la differenza tra me e lui. Mentre io me ne sono rimasto nella mia borgata non lontano da via Albidona, lui ha attraversato mezza Africa, il deserto, il mare e a casa non ci può tornare. Allora non lo so più chi sono i buoni e i cattivi. Non lo so se noi siamo i furbi o i razzisti.

A questo punto della storia, rileggendo il suo racconto, mi viene in mente una parola: spaesamento. Pure quelli che vanno sulla luna, poi ritornano. Mentre ci sta un popolo di astronauti che scappano senza mai staccarsi da terra eppure vivono come marziani.

Ascanio Celestini

© FCSF – Popoli