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Nord Kivu: con gli sfollati, sotto le bombe
20 novembre 2012
«Definire precaria la vita degli sfollati nel Nord Kivu non rende l’idea. Le persone sono costrette a fuggire dai loro villaggi per non essere coinvolte negli scontri. E quando parliamo di scontri non ci riferiamo solo a quelli tra il movimento ribelle M23 e l’esercito congolese, ma anche ai conflitti interetnici». Danilo Giannese è il responsabile per l’advocacy e la comunicazione del Jesuit refugee service nella regione dei Grandi Laghi in Africa. Insieme agli operatori del Jrs, lavora a progetti di sostegno agli sfollati a Masisi e Mweso (interventi coordinati dallo staff presente a Goma). È quindi un testimone diretto del conflitto in atto in queste settimane nella regione congolese del Nord Kivu. «Dall’inizio di ottobre - spiega - mi sono trasferito da Bujumbura (Burundi) a Goma per seguire le nostre iniziative a sostegno del sistema educativo congolese e delle fasce più vulnerabili degli sfollati (disabili, anziani, orfani, ecc.). Nel week-end sono andato a Kigali (Ruanda) per motivi personali. Quando domenica mattina ho cercato di rientrare a Goma, sono stato fermato alla frontiera. Mi è stato detto che era meglio non rientrare in Congo perché era in atto un’offensiva dell’M23. Così, prima di rientrare a Bujumbura (Burundi) mi sono fermato una notte a Gisenyi, la citta di frontiera. Lì mi sono reso conto che tutti gli alberghi erano al completo. Gran parte degli operatori delle Ong attive nel Kivu avevano passato la frontiera per mettersi in salvo».

A metà della settimana scorsa è infatti ripresa l’offensiva dell’M23, un movimento ribelle che si oppone al governo centrale di Kinshasa. Una prima offensiva era scattata in primavera per poi arrestarsi a settembre. Ora il leader dei ribelli, Bosco Ntaganda, ha chiesto di intavolare una trattativa con il governo congolese, richiesta rifiutata. Dietro questa ribellione ci sono il Ruanda e l’Uganda, Paesi che hanno forti interessi nel Nord Kivu, regione ricca di materie prime. Le complicità di Kampala e di Kigali sono state messe in evidenza da due successivi rapporti delle Nazioni Unite e confermate dalla denuncia di numerose Ong che operano sul territorio (per ulteriori approfondimenti cfr Popoli, n. 10/2012).

In poco meno di una settimana i ribelli dell’M23, armati ed equipaggiati molto meglio dell’esercito congolese, sono arrivati alle porte di Goma, il principale centro del Nord Kivu. «Ieri pomeriggio - continua Giannese - esercito e ribelli si sono affrontati alla periferia della città. L’esercito congolese ha anche sparato numerosi colpi di artiglieria contro le postazioni dell’esercito ruandese (attestato sulla frontiera). Mi hanno detto che ci sono state vittime. Ma è difficile dire quante».
A farne le spese, come sempre, la popolazione civile. Si calcola che fino alla primavera di quest’anno nel Nord Kivu ci fossero 800mila sfollati. La crisi causata dall’M23 ha creato ulteriori 260mila profughi ai quali vanno aggiunti 60mila rifugiati in Ruanda e Uganda. Nel Sud Kivu ci sono altri 900mila sfollati. «Il sogno di tutti - conclude Giannese - è tornare a vivere nei propri villaggi, coltivare il proprio campo e sfamare così la famiglia. Invece nei campi profughi, dipendono in tutto e per tutto dalle organizzazioni umanitarie. Chi riesce, lavora come bracciante guadagnando una paga misera. Le condizioni peggiori sono quelle delle fasce più deboli: anziani, disabili, orfani. Noi cerchiamo di aiutarli fornendo cibo, vestiario o anche stando loro vicini. Ma la situazione è veramente difficile».
Enrico Casale

© FCSF – Popoli