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Pakistan: il più grave attentato contro i cristiani
23 settembre 2013

Il governo pakistano ha promesso tre giorni di lutto nazionale per onorare gli 81 morti nella strage di domenica 22 settembre a Peshawar. Una misura insufficiente a placare lo sdegno della comunità cristiana del Pakistan, che ha dato vita a proteste pacifiche nelle principali città del Paese per chiedere protezione alle autorità. Nella capitale Islamabad centinaia di persone hanno bloccato la circolazione nella strada più importante. Molti esponenti della minoranza cristiana e lo stesso vescovo anglicano di Peshawar, Humphrey Peters, hanno accusato le autorità locali di non garantire sicurezza alle minoranze. In particolare sotto accusa è finito il governo provinciale del Khyber Pakhtunkhwa (Kpk), il territorio di Peshawar, più propenso alla trattativa con i talebani che alle risposte di tipo securitario.

La bianca chiesa dedicata a Tutti i Santi, dall’aspetto di una piccola moschea, costruita alla fine dell’Ottocento durante la dominazione coloniale britannica, è stata attaccata dopo la funzione domenicale. Centinaia di fedeli (forse 600) stavano assistendo alla funzione quando due giovani attentatori kamikaze di circa vent’anni, un ragazzo e una ragazza - secondo una Tv locale - si sono fatti esplodere. Oltre alle 81 vittime finora accertate, sono stati circa 150 i feriti. La strage è stata resa ancora più feroce dall’uso di cuscinetti a sfera di cui erano riempiti gli esplosivi, in modo da aumentare il numero di vittime.

I fedeli appartenevano alla Church of Pakistan, componente della Comunione anglicana che raggruppa anche altri protestanti metodisti e luterani. Peshawar, una città di circa 1,3 milioni di abitanti con una comunità di 70mila cristiani, è il capoluogo della provincia nordoccidentale del Pakistan, etnicamente a maggioranza pashtun (come il vicino Afghanistan).

Nawaz Sharif, il primo ministro, ha condannato l’attacco definendolo «crudele» e in violazione dei principi dell’islam e il Consiglio degli ulema del Pakistan ha parlato di un attacco vergognoso. Paul Bhatti, ex ministro incaricato dell’armonia tra le comunità religiose, ha sottolineato come in Pakistan non ci sia mai stato un attentato così violento contro i cristiani. Il fratello di Paul Bhatti, Shabhaz, era anch’egli un politico cristiano, ucciso nel 2011 da estremisti talebani.

Le violenze tra diverse componenti religiose del Pakistan coinvolgono soprattutto sunniti e sciiti, ma la strage di domenica è andata al cuore della piccola componente cristiana del Paese (circa il 2% dei 180 milioni di pakistani). In passato sono stati centinaia gli attacchi da parte di gruppi estremisti sunniti contro forze di sicurezza o contro altri musulmani considerati eretici: sciiti, sufi, ahmadi ecc. Ancora non si erano verificate stragi di cristiani di una tale portata.

Un gruppo legato ai talebani pakistani, Jundallah, ha rivendicato l’attentato, mettendolo in relazione agli attacchi con droni che le forze armate Usa dal 2004 effettuano nei territori nordoccidentali del Pakistan. Spesso in queste operazioni perdono la vita civili, come i sette morti di domenica nel Waziristan settentrionale. Pakhtunkhwa è una provincia conservatrice, al confine con i distretti tribali lungo la frontiera con l’Afghanistan che da anni nascondono gruppi talebani o affiliati ad al-Qaeda. Un portavoce del gruppo terrorista ha comunicato che gli attentati contro qualsiasi obiettivo non musulmano continueranno finché non termineranno gli attacchi con i droni. Jundallah è stato responsabile in giugno dell’uccisione di nove turisti ucraini e cinesi che salivano il Nanga Parbat e nel febbraio 2012 dell’uccisione di 18 musulmani sciiti a Kohistan.

Il governo locale ha annunciato risarcimenti di circa 3.500 euro per ogni famiglia delle vittime. La Church of Pakistan ha chiesto ai cristiani che protestano di non perdere la calma. E Paul Bhatti ha fatto appello a cristiani e musulmani perché la risposta sia concorde e pacifica, per non fomentare rivolte settarie.

Francesco Pistocchini

© FCSF – Popoli