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Perché un cattolico progressista ammira il beato Giovanni Paolo II
28 aprile 2011

Sul sito di America, settimanale dei gesuiti Usa e rivista di riferimento per i cattolici liberal statunitensi, James Martin risponde alle diffidenze con cui, in alcuni settori dentro e fuori la Chiesa, si guarda alla beatificazione di papa Karol Wojtyla.

Sono un cattolico progressista, e sono anche un ammiratore del beato Giovanni Paolo II. Le due cose potrebbero sembrare incompatibili, specialmente di fronte al crescente stupore, in certi ambienti, per la «rapidità» di questa beatificazione. La Congregazione per le cause dei santi ha rinunciato al periodo di cinque anni che normalmente deve trascorrere prima che si dia inizio a un processo (o «causa») di beatificazione. Anche se questo di per sé non è un fatto senza precedenti (è successo anche per Madre Teresa), lo è certamente il periodo così breve intercorso tra la morte e la beatificazione.
Sono anche stati sollevati legittimi dubbi sul fatto che egli meriti questo onore, alla luce di quelli che sono considerati i suoi errori come papa. Oltre alle critiche per il modo in cui ha gestito la questione degli abusi sessuali in tutto il mondo, ha suscitato contestazioni anche il suo costante sostegno al fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel, che in seguito si è rivelato essere uno dei peggiori tra i sacerdoti colpevoli di abusi (i sostenitori del papa rispondono che egli ha fatto quel che poteva riguardo agli abusi, che era vecchio e malato, e che era stato raggirato da Maciel).
Quanto alla rapidità di questa beatificazione, ritengo che a ogni candidato debba essere riservata la stessa accuratezza nell’esame della causa. Da una parte non è giusto favorirne uno semplicemente per la sua maggiore notorietà; e inoltre si potrebbe avere l’impressione che si sorvoli su certi aspetti (in particolare quando alcune delle persone che si stanno occupando del processo sono state messe nella loro posizione dal candidato stesso), magari macchiando la reputazione del santo di fronte alle generazioni future. D’altro canto, è piuttosto chiaro che il Vaticano sta rispondendo alla volontà della gente, a quella di milioni di persone devote a Giovanni Paolo II - «Santo subito!», gridavano al suo funerale -. Come Madre Teresa, egli è oggetto di quella che i teologi chiamano «devozione popolare». Paradossalmente, alcune delle persone contrariate dalla rapidità con cui si è arrivati alla beatificazione, sono le stesse che pensano che il Vaticano debba «ascoltare» più attentamente e più spesso la voce del «popolo di Dio». Ecco, ora sta ascoltando.
Cosa ancora più importante, un miracolo attribuito all’intercessione del papa defunto (cioè alle sue preghiere a Dio dal suo posto in paradiso) è stato dichiarato autentico dal Vaticano. Dio sembra quindi essere favorevole a questa fretta, cosa che dovrebbe eliminare le preoccupazioni di molti.
Riguardo alle critiche sul suo pontificato, io stesso sono stato a volte in disaccordo con Giovanni Paolo II, tecnicamente il mio ex capo - chi non è mai stato in disaccordo con il proprio capo? -. Non si può dire che sia stato tra i maggiori sostenitori della Compagnia di Gesù (l’ordine a cui appartengo), anche se pare che la sua diffidenza, in particolare per il ruolo dei gesuiti nella «teologia della liberazione», fosse in parte provocata dai suoi consiglieri. Quando, nel 1981, con una mossa senza precedenti, rimosse dal suo incarico il padre Pedro Arrupe, l’amato Superiore generale della Compagnia, moltissimi gesuiti rimasero sbigottiti e arrabbiati. Pare che alcuni suoi consiglieri lo avvertirono che questo avrebbe provocato la disobbedienza dei gesuiti, cosa che invece non avvenne. Nel corso degli anni ho saputo da diverse fonti che il papa è rimasto sorpreso e contento della nostra fedeltà. Questo ha modificato la sua opinione sui gesuiti, e qualche anno più tardi è andato a visitare padre Arrupe malato, poco prima che morisse (per la cronaca, per me Pedro Arrupe era un santo).
In ogni caso, io sono un ammiratore di Giovanni Paolo II, una figura di quelle che il filosofo Hegel senza dubbio definirebbe «di importanza storica mondiale». Come lo spiego? Vorrei far notare due aspetti che per lo più mancano da certi commenti critici.
Primo, i santi non sono creature perfette. Sono esseri umani, ed è sempre nell’umanità che la santità trova la sua dimora. I santi, profondamente consapevoli delle proprie mancanze, sarebbero certamente i primi ad ammetterlo. Santità non significa perfezione. È un’idea abbastanza comune che i santi abbiano commesso errori, anche grandi: errare è umano. I sostenitori di Giovanni Paolo II possono ammettere che egli fosse umano e che abbia commesso errori, e anche grandi? E chi lo critica può perdonare gli errori commessi durante il suo tempo sulla terra?
Secondo, e forse più importante, non occorre concordare con tutto ciò che un santo ha detto, fatto o scritto per ammirarlo. Uno dei santi che apprezzo di più è Tommaso Moro, il martire inglese del XVI secolo, ma non mi piace certo il fatto che egli fosse favorevole a mettere al rogo tutti gli «eretici».
Di recente un rappresentante del Vaticano ha detto che il papa Benedetto XVI si accinge a beatificare il suo predecessore per ciò che lui era come persona, non per ciò che ha fatto durante il suo pontificato. Giovanni Paolo II non verrà chiamato «beato» per le decisioni prese come papa. La beatificazione - e in seguito la canonizzazione - non implica che tutto ciò che egli ha fatto come papa debba d’ora in poi in qualche modo essere ritenuto giusto e non criticabile (sarebbe come dire che è giusto bruciare gli eretici visto che Tommaso Moro è stato santificato).
Questa linea di pensiero può essere in parte mistificante, poiché non si possono separare le azioni di una persona dalla sua vita personale. Ma è importante mettere in risalto la vita personale: la Chiesa beatifica un cristiano, non un amministratore. Visto in questa luce, Giovanni Paolo II merita chiaramente di essere annoverato tra i beati, e poi tra i santi. Karol Wojtyla ha certamente condotto una vita di «eroica santità», come tradizionalmente si dice; era fedele a Dio anche in situazioni estreme (il nazismo, il comunismo, il consumismo); era un instancabile «evangelista», ossia un promotore del Vangelo, anche nel momento della grave malattia; e ha operato ardentemente per i poveri del mondo, come Gesù ha chiesto ai suoi discepoli. Il nuovo beato era pio, zelante e coraggioso. Era, in breve, un santo. E ai miei occhi, chiunque va a trovare in prigione chi ha tentato di ucciderlo, e lo perdona, è un santo.
Così, dopo la sua beatificazione, io pregherò il papa defunto per la sua intercessione. Dal suo posto in paradiso, lui comprenderà se non sono sempre stato d’accordo con lui su ogni questione o decisione, e non ne sarà preoccupato. D’altra parte, stando accanto a Gesù, con Maria e i santi, questa sarà l’ultima cosa che Karol Wojtyla avrà da pensare.
Beato Giovanni Paolo II, prega per me.

James Martin S.I.
© America


© FCSF – Popoli