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Perù: la fonderia, il piombo nel sangue e un vescovo scomodo
14 giugno 2012

Circa 33mila abitanti, una distesa di case basse e qualche ciminiera lungo il fiume Mantaro, La Oroya deve la sua triste celebrità a una fonderia che 90 anni fa iniziò a spargere nell’ambiente fumi e polveri inquinanti. Secondo un rapporto del Blacksmith Institute, ente specializzato in studi ambientali, nel 2007 La Oroya era la sesta città più inquinata del mondo e quella più inquinata di tutta l’America Latina. Poi un rapido miglioramento, grazie all’interruzione delle attività. Ora però la Doe Run Perù, colosso Usa, vorrebbe riaprire i battenti della fabbrica, senza alcuna garanzia di rispetto dell’ambiente. Contro questa eventualità si è scagliato l’arcivescovo Pedro Barreto, in particolare in una lettera pubblicata a fine febbraio, ricevendo in cambio minacce di morte. Lo abbiamo intervistato.

Quali erano i contenuti essenziali della lettera che ha provocato le minacce nei suoi confronti?
Il 29 febbraio l’arcivescovado di Huancayo ha emesso un comunicato dal titolo Nessun silenzio di fronte al male. La Oroya è una delle città più inquinate del mondo, a causa della fonderia di metalli presente sin dal 1922. L’azienda nordamericana Doe Run Perù ha acquistato questa fonderia dallo Stato peruviano nel 1997. Tuttavia il reiterato inadempimento dei suoi impegni per il rispetto dell’ambiente ha fatto sì che le persone si ammalassero a causa dei fumi tossici emessi dalla ciminiera della fonderia. Nel 2009 l’azienda ha dichiarato la bancarotta e ha smesso di operare. La qualità dell’aria è migliorata notevolmente e i livelli di piombo nel sangue di bambini e giovani sono sensibilmente diminuiti. Erano buone notizie, perché era dal 1922 che non si vedevano risultati del genere. Ora però l’azienda vorrebbe ricominciare l’attività, senza avere adempiuto ai propri impegni ambientali. Per questo l’arcivescovado ha assunto una posizione chiara: sì alla riapertura della fonderia, ma solo dopo che saranno stati attuati i programmi per assicurare la qualità della vita delle persone.

Quali sono i problemi principali che affliggono la popolazione e l’ambiente di La Oroya?
Oggi che le attività della fonderia sono ferme l’aria è pulita. Tuttavia le sostanze inquinanti prodotte per oltre 80 anni (specialmente il particolato di piombo) colpiscono la popolazione, soprattutto i bambini. Dall’altro lato, non bisogna dimenticare che i 3.500 lavoratori dell’azienda e le loro famiglie hanno subito la perdita del lavoro. Anche questo è un problema sociale molto serio.

Chi sono i responsabili di questa situazione?
In primo luogo lo Stato peruviano, che ha permesso che l’inquinamento ambientale danneggiasse gravemente la vita e la salute della popolazione. Le leggi peruviane non rispettano gli standard ambientali internazionali. A livello locale c'è da dire che le autorità hanno affermato la necessità di adempiere le norme ambientali prima che la fonderia torni in funzione. È già un passo avanti significativo, perché l’organismo competente ha dichiarato la liquidazione della Doe Run Perù.
In secondo luogo, respondabili sono le tre imprese che hanno operato nella fonderia dal 1922, perché non si sono mai assunte seriamente la propria responsabilità sociale. Hanno lucrato sulla salute dei lavoratori e della popolazione.
In terzo luogo la popolazione stessa di La Oroya, che ha preferito l’urgenza del lavoro alla qualità della vita e alla salute che le spetta come diritto umano inalienabile. Le aziende hanno approfittato di questa urgenza e della debolezza della gente. 

Che tipo di minacce ha ricevuto? Ce ne sono state altre dopo quelle di alcuni mesi fa?
Pochi giorni dopo l’emissione del comunicato, due dipendenti dell’arcivescovado hanno ricevuto una telefonata in cui venivano minacciati di morte e avvertiti che «anche il vescovo si deve comprare una bara», e queste non sono state le prime minacce. Tuttavia le espressioni di solidarietà a livello nazionale e internazionale non si sono fatte attendere, e anzi sono arrivate numerose. A fronte di questo sorprendente sostegno non abbiamo ricevuto altre minacce.

Lei è arcivescovo di Huancayo dal 2004: come e quando è nato il suo impegno rispetto ai problemi ecologici, ambientali e relativi alla miniera?
Da piccolo mi piaceva stare a contatto con la natura. Sono nato proprio nel centro di Lima, e ogni volta che potevo andavo a passeggiare in zone verdi o a cercare un fiume con acqua pulita, soprattutto nella parte centrale del Perù. Nel 2004, assumendo l’incarico di arcivescovo di Huancayo, come pastore ho potuto conoscere da vicino il dramma che viveva la popolazione di La Oroya. Durante la mia prima visita pastorale, alcuni adulti con le lacrime agli occhi mi supplicarono di fare qualcosa per rimediare al problema dell’alto livello di piombo nel sangue dei bambini.
Ma quel che mi spinse ancora di più a un maggior impegno per la difesa della vita e della salute delle persone sono stati i risultati raccapriccianti di un censimento ematico realizzato dal ministero della Salute alla fine di quell’anno: il 99.9% dei bambini e delle bambine di La Oroya Antigua avevano in media 40 microgrammi di piombo per decilitro di sangue, quando l’Organizzazione mondiale della sanità indica che già 10 microgrammi di piombo è un livello altamente preoccupante.
A partire da questi fatti il mio impegno, come arcivescovo di Huancayo, è diventato sempre più saldo, nella fedeltà al Vangelo di Gesù Cristo e alla dottrina sociale della Chiesa. Abbiamo cominciato a sensibilizzare la popolazione e ad esigere che lo Stato e le aziende si assumessero le proprie responsabilità socio-ambientali. Siamo poi passati dalla protesta alla proposta di una soluzione integrale al problema dell’inquinamento a La Oroya. La crescente partecipazione dei membri della Chiesa e della società civile è uno stimolo a continuare a essere fedeli a ciò che ci dice Gesù nel Vangelo di Giovanni: «Se rimanete fedeli alla mia Parola, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».

Ci sono iniziative comuni con altri vescovi del Perù o di altri Paesi latinoamericani su questi temi?
In realtà La Oroya è la città più inquinata dell’America latina, quindi il nostro caso è abbastanza a se stante. Ci sono però altri vescovi in Perù e nel continente che sono impegnati nell’accompagnare le popolazioni vulnerabili, danneggiate dall’irresponsabilità statale e imprenditoriale.

Che cosa risponde a chi dice che un vescovo non si deve occupare di politica?
Quando parliamo di «politica» siamo tutti impegnati per la causa della vita e della dignità della persona umana e per la ricerca del bene comune. In questo senso ampio siamo tutti politici. Gesù Cristo è un esempio di come avere cura della vita, dono di Dio, e dell’ambiente naturale, «nostra casa comune», che dobbiamo «coltivare e custodire» (Genesi 2, 15), per noi stessi e per le generazioni future. D’altra parte il magistero della Chiesa, specialmente quello del beato Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, ci parla chiaramente della responsabilità di tutti i credenti nella cura della vita e dell’ambiente, perché Dio è creatore del cielo e della terra.
Io ho assunto fedelmente, come pastore, l’incarico della Chiesa di accompagnare i miei fratelli e sorelle che soffrono le conseguenze dell’ingiustizia. È, in definitiva, dare la vita, come Gesù buon pastore, perché gli altri vivano con dignità.

Stefano Femminis


© FCSF – Popoli