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Petrolio, infrastrutture e armi
20 dicembre 2011
Mario Monti, premier italiano, e Mustafa Abdel Jalil, presidente Comitato nazionale di transizione libico (Cnt), nell’incontro che hanno avuto giovedì 15 dicembre, hanno riattivato il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione che era stato siglato dal leader libico Muammar Gheddafi e dal premier italiano Silvio Berlusconi nel 2008.

Il Trattato è molto complesso, ma ha, fondamentalmente, tre obiettivi: chiudere il contenzioso coloniale tra i due Paesi (senza però risolvere il problema dei risarcimenti agli italiani espulsi dalla Libia nel 1970), creare i presupposti per una collaborazione in campo energetico, attuare gli accordi siglati in passato per contenere l’immigrazione clandestina. L’Italia si è impegnata a investire 5 miliardi di dollari in 25 anni in infrastrutture. In particolare, nella realizzazione di un’autostrada costiera dalla frontiera con la Tunisia a quella con l’Egitto, nella costruzione di abitazioni, nella creazione di borse di studio per studenti libici e nell’erogazione di pensioni di invalidità per i mutilati dalle mine seminate dall’esercito italiano durante la seconda guerra mondiale. La Libia da parte sua deve impegnarsi nella lotta all’immigrazione clandestina attuando l’accordo siglato il 29 dicembre 2007 dal governo Prodi (e al quale avevano lavorato i governi Dini e D’Alema) che prevede il pattugliamento congiunto delle coste libiche e la fornitura di attrezzature e mezzi per controllare i flussi degli immigrati. La Libia poi ha accettato l’Italia come partner di riferimento nello sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio. I principali beneficiari, a livello commerciale, sono imprese italiane. In prima fila i grandi gruppi statali Finmeccanica ed Eni. L’intesa prevede infatti concessioni quarantennali per l’Eni. Finmeccanica dovrebbe invece fornire una serie di attrezzature elettroniche e di elicotteri per aiutare le forze dell’ordine libiche nell’azione di controllo dell’immigrazione.

La «riattivazione» del Trattato è arrivata, non annunciata, a meno di due mesi dalla morte di Gheddafi (20 ottobre) e ha sorpreso molti osservatori. Sul Trattato infatti le diverse anime del Cnt erano divise e non ci si aspettava che in così breve tempo il presidente Jalil avrebbe trovato un accordo con il governo di Roma. «Il Cnt - spiega Andrea Varvelli, analista dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) - ha una scarsa legittimazione politica interna. È un Comitato formato da tecnocrati non eletti ed è sostenuto dall’appoggio che gli arriva dall’estero: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia. È quindi ovvio che, almeno finché non ci sarà un governo legittimato dalle elezioni politiche, il Cnt cercherà di non inimicarsi gli alleati stranieri. Il rinnovo del Trattato si comprende solo in quest’ottica». All’Italia il Trattato offre indubbi vantaggi (l’accesso al petrolio e al gas libico, le commesse per la costruzione delle infrastrutture, le forniture di materiale di sicurezza per controllare i confini), ma anche l’onere di versare i 5 miliardi di euro. «Chi ne trae grande vantaggio è certamente l’Eni - sostiene Varvelli - che potrà continuare a pompare petrolio e gas in Libia, ma anche le nostre aziende di costruzione. Anche se non credo che ai libici interessi più la famosa autostrada litoranea. Per Gheddafi, un’opera simile era un modo per dimostrare la vittoria sul colonialismo. La nuova classe politica invece sembra disinteressarsi del colonialismo. Forse chiederanno alle imprese italiane di costruire altre infrastrutture». Il problema è capire cosa potrebbe succedere dopo la nomina di un governo espressione di un nuovo parlamento. Al Trattato sarà dato seguito? Verrà modificato? Dal punto di vista politico, la Libia non dovrebbe differire di molto dai Paesi vicini. Come in Tunisia e in Egitto, anche in Libia nelle elezioni probabilmente si affermerà un partito emanazione dei Fratelli musulmani (che potrebbe ottenere tra il 40 e il 50% dei consensi) e uno di matrice salafita (islamici fondamentalisti, intorno al 20-30% dei voti). «A differenza di Egitto e Tunisia - osserva Varvelli -, in Libia i movimenti politici hanno una forte connotazione territoriale e non nazionale. Da sempre chi proviene dalla Cirenaica tende a prendere le distanze da chi è originario della Tripolitania o dal Fezzan e viceversa. Questo è un elemento di complessità, ma alla fine non credo che il Paese si spaccherà. Tutte le fazioni hanno capito che per una gestione ottimale delle risorse petrolifere è necessario mantenere lo Stato unito. Quindi se è vero che ci saranno difficoltà, non penso si arriverà a una situazione di anarchia. È nell’interesse di tutti sfruttare la ricchezza e ripartirla piuttosto che combattersi».
e.c.
© FCSF – Popoli