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Pirati somali, arrivano i militari a bordo
13 ottobre 2011
Un blitz delle forze speciali britanniche martedì 11 ottobre ha permesso di liberare la nave «portarinfuse» Montecristo che era stata abbordata e sequestrata dai pirati somali nel Golfo di Aden. Un indubbio successo contro i nuovi corsari che infestano lo stretto che unisce il Mar Rosso all’Oceano Indiano, ma la guerra contro i predoni del mare non è ancora vinta. Anzi il fenomeno degli abbordaggi e dei sequestri dei mercantili è ancora in forte crescita. Nei primi sei mesi di quest’anno si sono registrati 266 assalti, 196 in più rispetto allo stesso periodo del 2010. Un fenomeno che tocca anche la marineria italiana. Se è vero infatti che la Montecristo è stata liberata, altri due mercantili italiani sono ancora nelle mani dei pirati. Si tratta della Savina Caylyn del gruppo Fratelli Amato, con 23 membri dell’equipaggio dei quali 5 italiani, sequestrata a febbraio. Per la liberazione della nave e dell’equipaggio sarebbe stato chiesto un riscatto di 16 milioni di dollari, ma attualmente le trattative sono ferme.Nelle mani dei pirati c’è anche la Rosalia D’Amato del Gruppo Perseveranza, con 21 marinai a bordo dei quali 6 italiani, sequestrata in aprile. Per questa nave è stato chiesto un riscatto di circa 10 milioni di dollari e, anche in questo caso, le trattative sono ferme.

La pirateria in Somalia nasce subito dopo il crollo del regime di Siad Barre. Siamo nei primi anni Novanta e il Paese è piombato in un vuoto di potere. In questo stato di anarchia quasi assoluta, i pescatori somali iniziano a imbracciare le armi per difendere le proprie coste dalle incursioni delle navi straniere, che sfruttano le acque somale per la pesca intensiva o per gettare rifiuti tossici. Ma con il perdurare del conflitto e le conseguenti ristrettezze economiche, i pescatori iniziano a progettare sequestri di mercantili ed equipaggi per chiedere i riscatti agli armatori. A partire dal 2006 si registra un’impennata di assalti, abbordaggi e sequestri. La tecnica è sempre più evoluta. Inizialmente i pirati, a bordo di barchini spinti da motori molto potenti, assalivano le imbarcazioni che bordeggiavano lungo la costa. Per rispondere a questi agguati gli armatori hanno spostato le rotte più al largo, ma i corsari somali si sono adeguati. Hanno attrezzato grandi pescherecci in modo da poter ospitare al loro interno i barchini. La nave-madre si spinge al largo e, in vista di mercantili, mette in mare i barchini che abbordano le navi. Solitamente i pirati sono armati di fucili d’assalto, pistole automatiche e lanciagranate Rpg-7.

Ma chi sono questi pirati? Secondo l’East African Seadarers Association, un’organizzazione che si occupa della sicurezza della navigazione nell’Africa orientale, i pirati sono in maggior parte giovani tra i 20 e i 35 anni e provengono dalle coste del Puntland, la regione centro-settentrionale della Somalia, che si è autodichiarata autonoma. Secondo il sito specializzato in questioni di sicurezza www.globalsecurity.org, ci sarebbero quattro grandi gruppi di pirati: la National Volunteer Coast Guard, attivo al largo delle coste di Chisimayo e specializzato nell’abbordaggio e nel sequestro di navi di piccola e media stazza; il gruppo di Merca che opera in piccoli gruppi non lontano dalla costa; i pescatori del Puntland che continuano a operare lungo le coste settentrionali della Somalia; i somali marines, il gruppo più strutturato che dispone di imbarcazioni in grado di compiere azioni in mare aperto grazie a un’organizzazione complessa.

L’azione dei pirati minaccia una delle rotte commerciali più importanti al mondo. Come sottolinea Gennaro Fiore, direttore generale di Confitarma (l’associazione che rappresenta gli armatori italiani) non sono a rischio solo le acque del Corno d’Africa, ma anche quelle dell’Oceano Indiano e del Golfo Persico. È un tratto di mare in cui transita il 30% del petrolio che arriva in Occidente e il 20% delle merci in genere. «Le azioni dei predoni del mare - osserva Fiore - hanno fatto lievitare i costi. Per evitare gli attacchi le nostre navi sono state costrette a cambiare le rotte. Questo allunga anche di due o tre giorni i tragitti con maggiori spese. Ma il maggiore rischio dovuto agli attacchi ha anche costretto gli armatori a sottoscrivere polizze assicurative a favore dei marinai. Anche questi sono costi in più».
Alcuni hanno ventilato la possibilità di cambiare radicalmente le rotte, circumnavigando l’Africa ed evitando così il Mar Rosso e il Golfo di Aden, ma ciò rischierebbe di mandare in bancarotta molti armatori. «Alcune società armatoriali del Nord Europa - continua Fiore - hanno provato a fare il periplo del continente, una rotta antica, ma ormai insostenibile economicamente. È per questo motivo che invece di cambiare rotta gli armatori italiani stanno investendo maggiormente in sicurezza».

In questo contesto Confitarma l’11 ottobre ha firmato un’intesa con il ministero della Difesa che prevede la creazione di una task force di 60 specialisti della Marina militare che salirà sulle navi italiane in transito nei mari infestati dai pirati per proteggerle dagli attacchi. Probabilmente, spiega un portavoce della Marina, saranno impiegati i fanti di marina del Reggimento San Marco, una delle unità più addestrate e apprezzate (anche all’estero) delle Forze armate italiane.
Il personale della Marina sarà suddiviso in dieci nuclei composti ciascuno da sei unità. A supportarli saranno 16 militari presenti nella base logistica di Gibuti. «Si tratta - ha spiegato il ministro della Difesa Ignazio La Russa -, di un processo partito da un’iniziativa parlamentare, sfociata in un decreto che ha individuato gli spazi marittimi a rischio pirati. Con questo protocollo prevediamo l’impiego di militari della Marina a bordo delle navi battenti bandiera italiana che lo richiedono. È anche previsto che gli armatori possano ingaggiare contractor, vigilanti privati».
Per l’impiego di contractor però servirà un provvedimento del ministero dell’Interno per regolare l’attività dei vigilantes a bordo. «Questo provvedimento - spiega Fiore - è ancora da definire e prevedo tempi lunghi. Anche perché non basterà autorizzare la presenza di contractor, andranno anche chiariti i rapporti che questi avranno con il comandante della nave, le loro competenze e le regole di ingaggio».
Mentre per quanto riguarda le forze armate, ha osservato il capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio Bruno Branciforte, «le regole di ingaggio verranno definite a breve. Saranno molto semplici e si baseranno sul principio di autodifesa, cioè dell’uso della forza quando sarà necessario».
Enrico Casale
© FCSF – Popoli