Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Primo piano
Cerca in Primo Piano
 
Quei paradisi senza santi (né tasse)
3 ottobre 2011
La crisi economica ha rivitalizzato i paradisi fiscali, cassaforti sicure per capitali in fuga. Alcuni di questi centri offshore si trovano in Paesi del Sud del mondo. Ma l’afflusso di capitali non tassati sottrae, ogni anno, alle popolazioni locali almeno 125 miliardi di euro di entrate fiscali. Molto più di quanto ricevono in aiuti umanitari.


Riciclaggio di denaro «sporco», evasione ed elusione fiscale, ma anche mercati dai quali ottenere denaro a bassi costi: i paradisi fiscali sono anomalie nel sistema economico e finanziario internazionale. Anomalie nelle quali investimenti finanziari si mescolano a operazioni illecite. E contro le quali Stati e organizzazioni internazionali lottano, ma con armi spuntate. A Ranieri Razzante, docente di Economia degli intermediari finanziari nell’Università di Firenze e presidente dell’Associazione italiana dei responsabili antiriciclaggio, abbiamo chiesto di spiegarci come funziona il sistema complesso dei paradisi fiscali.
«Per comprendere il sistema dei paradisi fiscali vanno innanzitutto distinti i paradisi fiscali da quelli normativi. Un paradiso fiscale è un Paese in cui vige un regime fiscale privilegiato (si pagano imposte in misura minore rispetto a quelle pagate in patria) o non si pagano le imposte del tutto. A loro volta i paradisi fiscali si distinguono in relativi e assoluti. Un paradiso relativo è un Paese che ha sottoscritto una convenzione con lo Stato italiano per lo scambio di informazioni (fiscali, penali, ecc.). In base a questi accordi Agenzia delle entrate o Guardia di finanza possono chiedere al centro offshore informazioni sugli investimenti effettuati da contribuenti italiani che si presume abbiano commesso reati o abbiano evaso il fisco in Italia. I paradisi assoluti sono quelli con i quali il nostro Paese non ha sottoscritto alcuna convenzione. San Marino, ad esempio, è un paradiso fiscale assoluto perché, pur avendo un proprio sistema impositivo, non scambia alcuna informazione fiscale e finanziaria con altri Stati».

Un contribuente italiano può operare in un paradiso fiscale relativo?
Sì, è possibile, ma deve dichiarare nella denuncia dei redditi di aver investito in quel Paese. Se il contribuente non lo dichiara, Agenzia delle entrate e Guardia di finanza presumono che il contribuente abbia portato denaro in quel Paese per evadere il fisco italiano. Spetta poi al contribuente dimostrare il contrario in sede giudiziaria.

Che cosa sono invece i paradisi normativi?
I paradisi normativi sono quei Paesi in cui non solo non esiste un sistema fiscale (quindi non c’è tassazione), ma non ci sono neppure controlli su provenienza e utilizzo dei capitali investiti. In sostanza le regole relative alla finanza (da quelle sulla tassazione fino a quelle sul riciclaggio) non puniscono la provenienza illecita del denaro. Non solo non esistono norme nazionali, ma non vengono applicate neanche quelle internazionali contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo. Chiunque arriva e porta soldi è bene accetto.

Chi investe nei paradisi normativi?
Investono imprenditori che non vogliono pagare le imposte nei loro Paesi, ma anche le organizzazioni criminali e quelle terroristiche. Chi porta denaro, per esempio, nelle Isole Cook o a Nauru (entrambe nell’Oceano Pacifico) o, ancora, nelle Isole della Manica sa che non verranno fornite informazioni ai Paesi di origine nel campo del riciclaggio, dei reati finanziari e del finanziamento del terrorismo. Lì vale solo la regola «pecunia non olet»: è sufficiente che arrivino i soldi, da dove arrivino non ha importanza. In quei Paesi, anche un minorenne può costituire una società o aprire un conto in banca.

Perché alcuni istituti bancari italiani hanno aperto agenzie e uffici di rappresentanza nei paradisi fiscali?
Gli istituti bancari italiani aprono propri uffici nei paradisi fiscali in primo luogo per portare all’estero il denaro degli investitori italiani. Le nostre banche però sfruttano questi uffici anche per «rastrellare» liquidità, dove questa è più abbondante e a basso costo, per portarla in Italia e prestarla agli imprenditori italiani.

Quali contromisure possono essere prese per combattere le degenerazioni dei paradisi fiscali?
Attualmente la via del «dialogo» con i paradisi fiscali sta funzionando. Le intese che sono state sottoscritte con molti di essi hanno contenuto sia l’esportazione di capitali sia il riciclaggio. Sta funzionando anche il sistema delle black list: l’imprenditore di un paradiso fiscale in black list non può investire nell’Unione europea e quelli italiani che investono là sono svantaggiati (non possono detrarre i costi). Questi due strumenti sono le uniche armi delle quali, per il momento, possono disporre i Paesi occidentali.

Per uno Stato qual è il vantaggio di essere paradiso fiscale? E quali ricadute positive possono esserci per la popolazione?
Il principale van­­taggio è attrarre capitali. Un regime fiscale privilegiato favorisce l’afflusso di depositi e investimenti stranieri. Ciò aumenta la ricchezza, facendo crescere il Prodotto interno lordo, soprattutto in quei Paesi (come quelli del Sud del mondo) in cui industria e agricoltura non sono così forti da incidere in modo significativo sulle economie locali. Questo afflusso di capitali, in teoria, dovrebbe essere un vantaggio per l’economia. Gli imprenditori, per esempio, potrebbero avere a disposizione capitali a bassi costi. Nei fatti non è così, perché quelle ricchezze prendono altre strade. Spesso, se si tratta di Paesi in via di sviluppo, sono i governanti corrotti e i signori della guerra a prendere quei fondi sotto forma di falsi prestiti. Quindi, l’economia locale non ne ha alcun beneficio.
Enrico Casale 

© FCSF – Popoli
Tags
Aree tematiche
Aree geografiche