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Quell'inutile tassa sulle rimesse degli immigrati
6 settembre 2011
«La tassazione dei trasferimenti in denaro effettuati dagli immigrati prevista dalla manovra finanziaria non ha alcuna giustificazione economica». Dal Centro studi di politica internazionale (Cespi) di Roma arriva una bocciatura dellla decisione del governo italiano di introdurre nella manovra economica in via di approvazione un’imposta di bollo del 2% sulle transazioni effettuate dagli immigrati privi di codice fiscale e matricola Inps.

«Questa imposta - spiegano i ricercatori del Centro - ha un impatto assai modesto in termini di entrate per la finanza pubblica e, allo stesso tempo, grava su una fascia di popolazione particolarmente vulnerabile, ma soprattutto è fonte di confusione». Il Pacchetto sicurezza in vigore dal 2009 obbliga già gli operatori finanziari che effettuano trasferimenti di denaro a richiedere l’esibizione del permesso di soggiorno per poter completare l’operazione, quindi gli immigrati irregolari da due anni non possono più inviare denaro attraverso banche e money transfer. «Se la norma è finalizzata a far emergere l’irregolarità - continuano i ricercatori -, l’obiettivo sarebbe mancato. Anche se si volesse far emergere solo l’irregolarità nel mercato del lavoro, l’obiettivo non sarebbe raggiunto perché anche lavoratori immigrati regolari possono non disporre di matricola Inps e codice fiscale. Si pensi per esempio agli immigrati imprenditori, che non sono tenuti ad avere una matricola Inps».

Il provvedimento infine sarebbe in contrasto con l’impegno assunto dall’Italia nel corso del G8 dell’Aquila (2009) di ridurre i costi delle rimesse del 5% in 5 anni. «L’introduzione di una tassa sui trasferimenti - concludono i ricercatori - di fatto comporterebbe un incremento netto dei costi del 2%, in palese contrasto con gli impegni presi e minando in modo sostanziale la credibilità del nostro Paese in sede internazionale».

La critica alla manovra non arriva solo dal Cespi. «L’imposta del 2% sugli invii di denaro - commenta Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia dei processi migratori all’Università Bicocca di Milano e collaboratore di Popoli - farà fiorire l’industria dell’intermediazione: dai prestanome ai trasferimenti informali attraverso corrieri, amici o parenti e secondo pratiche anche paralegali».

Secondo uno studio della Fondazione Leone Moressa nel 2010 ogni straniero ha fatto arrivare dall’Italia nel proprio Paese di origine una cifra media pari a 1.508 euro, con una diminuzione rispetto all’anno precedente del 13%. Tuttavia, più in generale, dal 2000 a oggi la crescita delle rimesse pro capite è più che triplicata, passando dai 463 euro alla cifra attuale. Oltre un quarto del denaro che esce dall’Italia parte dal Lazio, seguito da Lombardia e Toscana. Quasi la metà delle rimesse che escono dall’Italia vengono inviate in Asia, con più di 3 miliardi di euro, mentre un quarto sono destinate ai Paesi europei, che registrano rimesse per poco più di 1,7 miliardi di euro. Della rimanente parte, circa il 12,5% va in Africa e quasi il 12% nel continente americano. Fra i Paesi destinazione delle rimesse, al primo posto si trova la Cina con 1,7 miliardi di euro. Al secondo e terzo posto si collocano Romania e Filippine, che assorbono rispettivamente il 12,5% e l’11,2% delle rimesse complessive. Seguono Marocco, Senegal, Bangladesh e Perù.
Enrico Casale

© FCSF – Popoli
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