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Salgari, dopo cent’anni la tigre ruggisce ancora
14 aprile 2011
Con i suoi libri fece viaggiare con la fantasia milioni di italiani, facendo scoprire loro mondi e culture sconosciute. Eppure lui non si mosse mai dall’Italia e, fatta eccezione per una crociera sull’Adriatico, non solcò mai veramente i mari come i suoi eroi Sandokan e il Corsaro Nero. Il 25 aprile ricorrono i 100 anni della morte di Emilio Salgari, scrittore veronese trapiantato a Torino, autore di decine di libri di avventura ambientati in tutti i continenti. Un autore prolifico e anche pignolo nella ricerca, ma sempre sottovalutato dalla critica letteraria ufficiale. «La critica letteraria lo ha sempre snobbato perché lo considerava uno scrittore per ragazzi - spiega Silvino Gonzato, giornalista, autore di La tempestosa vita di capitan Salgari (Neri Pozza, 2011) e di La tigre in redazione (Minimum fax, 2011) -. Solo durante il fascismo venne rivalutato, ma fu una rivalutazione che non gli ha reso un buon servizio. Anche se devo ammettere che negli ultimi anni, grazie ad alcuni convegni e ad alcuni interessanti studi, la figura e il contributo letterario di Salgari sono stati approfonditi e questo ha portato a una maggiore conoscenza del personaggio e della sua opera».

Nato a Verona nel 1862, Salgari cresce in un ambiente pervaso dalla curiosità per tutto ciò che è esotico, ma anche dalla passione per le scoperte, siano esse geografiche o scientifiche. Allora Verona era una città, a suo modo, internazionale. L’Istituto Don Mazza ospitava i «moretti e le morette particolarmente sfortunati», provenienti dall’Africa, per farli studiare e rimandarli nel loro continente a evangelizzare. I veronesi erano quindi abituati ad avere stranieri che vivevano tra loro. In quei tempi, poi, da Verona partivano anche molti missionari (tra i quali Daniele Comboni), i cui racconti appassionavano non solo i fedeli. «Nei veronesi - continua Gonzato - c’era una passione collettiva nel seguire i racconti dei missionari, ma anche degli esploratori. Non a caso proprio a Verona c’erano anche le redazioni di molti giornali di viaggi che pubblicavano, a puntate, avventure in Africa, Asia e nelle Americhe. Salgari era un grande lettore di quelle riviste e, non potendo viaggiare per ragioni economiche, era da questi racconti che traeva lo sfondo delle sue avventure». Salgari non aveva grandi mezzi economici e per poter leggere enciclopedie e riviste andava in biblioteca. Dalle sue consultazioni traeva schede che poi archiviava.

«Le ambientazioni - osserva Francesco Surdich, docente di Storia delle esplorazioni geografiche nell’Università di Genova - erano tutte tratte dai racconti di avventurieri ed esploratori, non attingeva quindi a materiale raccolto con metodo scientifico. E lui stesso poi interveniva con la fantasia. Di conseguenza non possiamo esaminare la sua opera dal punto di vista scientifico. Questo non significa che i suoi libri non abbiano avuto un impatto sulla società del suo tempo e anche di quella delle generazioni seguenti. Il suo modo di descrivere ambienti, culture, tradizioni, persone ha contribuito a costruire un immaginario geografico, cioè a un modo di guardare a mondi e popoli diversi che è diventato patrimonio comune. Pensiamo solo a quanto la saga di Sandokan ha influenzato, fino a pochi anni fa, il nostro modo di vedere l’India». «È vero - aggiunge Marco Aime, docente di Antropologia culturale all’Università di Genova –, dal punto di vista scientifico il contributo di Salgari non ha avuto rilievo. Però dal punto di vista dell’immaginario sì. La sua era una descrizione un po’ esotica del Sud del mondo ma ha avuto il merito di far conoscere il mondo a un’Italietta che aveva appena raggiunto l’unità e che poco conosceva di quanto c’era al di là dei suoi confini».

Oggi purtroppo i ragazzi non leggono più i romanzi di Salgari. La televisione, i libri illustrati, Internet hanno dato ai giovani un’immagine più diretta dei Paesi africani, asiatici, americani. «Certo - continua Silvino Gonzato - l’immagine che oggi si ha di molti popoli è più precisa, ma è unica. Attraverso le pagine di Salgari, invece, ciascuno si costruisce il suo mondo con la fantasia. E anche questa era la sua forza: stimolare la fantasia, l’immaginario di ciascuno e, quindi, combattere l’omologazione».
Molti studiosi hanno accostato Emilio Salgari allo scrittore francese suo contemporaneo, Jules Verne. «Ci sono molte analogie tra i due - conclude Gonzato -. La differenza più importante è che Verne riuscì a trovare un editore che credeva in lui e lo sosteneva. Salgari non lo trovò mai. La sua tendenza a isolarsi da tutto e da tutti gli impedì poi di entrare nei circoli letterari giusti e di avere quel successo che ha raggiunto solo dopo la morte». Una morte tragica. Il 25 aprile 1911 Salgari si suicidò, all’età di 49 anni, in un giardino pubblico facendo harakiri come i samurai.
Enrico Casale

© FCSF – Popoli
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