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Samir: «Il mondo arabo affonda, solo insieme possiamo salvarlo»
21 ottobre 2010
Tra gli esperti presenti al Sinodo per il Medio Oriente, in corso in Vaticano fino al 24 ottobre, è certamente uno dei più noti in Europa, grazie alle sue numerose pubblicazioni: Samir Khalil Samir - gesuita egiziano, profondo conoscitore dell’islam e professore in varie università, tra cui il Pontificio Istituto Orientale di Roma - ci ha raccontato le sue impressioni sui lavori in corso in Vaticano.
«La prima cosa che colpisce è l’universalità. Nell’aula sinodale c’è tutto il mondo: l’Oriente in tutte le sue particolarità, l’Etiopia e l’Eritrea, ma anche l’Australia, gli Usa, il Canada, l’America latina nella sua varietà, l’Europa, tutti i luoghi in cui i cristiani mediorientali sono emigrati. Poi sono rimasto impressionato dalla forza della testimonianza dei laici: non sono molti numericamente, ma hanno portato un messaggio potente, chiaro, a differenza del linguaggio ecclesiastico, che a volte è un po’ formale, sfumato».
 
Dal punto di vista dei contenuti e delle proposte, a che punto sono i lavori?
I problemi sono stati identificati con chiarezza, entrando più nel concreto rispetto all’Instrumentum laboris. I padri sinodali non sono venuti qui a piangere, ma a prendere coraggio dagli altri e a dare coraggio agli altri. Una proposta interessante, che condivido, è questa: perché il papa non prende l’iniziativa di radunare per una settimana varie categorie della società civile araba, musulmani e cristiani, non solo intellettuali o teologi, ma anche manager, giornalisti, medici, insegnanti e via dicendo? Sarebbe un’occasione per parlare tutti insieme della crisi in cui viviamo e capire come uscirne.

Non crede che il papa sarebbe accusato di ingerenza negli affari mediorientali?
Non penso. Quali vantaggi avrebbe il papa a fare questo? Non ha petrolio, non ha un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’Onu... Quando i leader musulmani vengono a Roma, vanno sempre in visita dal papa, perché ne riconoscono l’autorità morale e spirituale. È un uomo libero, perciò può parlare.

Per quanto riguarda in particolare l’islam, quali sono le posizioni più ricorrenti tra i padri sinodali?
Ci sono essenzialmente due linee. La prima è quella di coloro che dicono: «Non dobbiamo temere di denunciare che la violenza fa parte dell’islam e che noi cristiani siamo trattati come cittadini di serie B». La seconda linea, maggioritaria, riconosce i problemi ma riconosce anche che ci sono tanti musulmani con cui si può dialogare e che l’unico modo per trattare con l’islam è il dialogo, l’amicizia, il servizio comune. È una posizione realista: non otterremo nulla dicendo «Voi siete cattivi». Piuttosto bisogna valorizzare il ruolo dei cristiani, che è soprattutto morale e culturale. Più metteremo in luce questa dimensione, più i musulmani stessi diranno: «Vale la pena difendere i cristiani». Anche perché i moderati sono la maggioranza dei musulmani.

Ne è proprio convinto?
Sì, è così. Il problema è che, a causa della mancanza di formazione e preparazione sulla loro stessa religione, molti musulmani non sono capaci di tenere testa agli integralisti. Basta che un imam citi un versetto del Corano e il fedele medio non sa che cosa ribattere. In ogni caso queste divisioni tra musulmani, cristiani ed ebrei non hanno più senso se guardiamo alla situazione attuale che è molto pericolosa per tutti.

Ci spieghi.
In Medio Oriente siamo tutti sulla stessa barca e la barca sta affondando. Il terrorismo e il fanatismo sono una manifestazione estrema di questa debolezza. Affondiamo perché ci sentiamo gli ultimi del mondo. Qual è il nostro contributo da 5-6 secoli a questa parte in discipline come la scienza, la medicina, la letteratura, la tecnologia, la scienza politica? Dipendiamo in tutto dall’Occidente, ma non vogliamo la mentalità dell’Occidente. Nominatemi un Paese arabo democratico? Bisognerebbe essere consapevoli che abbiamo prodotto grandi cose solo quando abbiamo lavorato tutti insieme: musulmani ed ebrei, cristiani e zoroastriani. Ma questo è avvenuto tra l’ottavo e il dodicesimo secolo, intanto sono passati otto secoli!
Stefano Femminis

© FCSF – Popoli