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Samir: il fondamentalismo non vincerà
3 febbraio 2011
«Non è molto chiaro chi siano i leader di questa rivolta. Certamente non sono i fondamentalisti islamici anche se a rivolta iniziata hanno cercato di cavalcarla. È evidente che non è un movimento religioso. Alla rivolta egiziana hanno partecipato e partecipano i leader dei partiti dell’opposizione e una grande massa di popolazione». Samir Khalil Samir, gesuita, egiziano, non crede in una svolta fondamentalista della sollevazione che sta sconvolgendo l’Egitto in queste settimane. La sua analisi piuttosto guarda alla crisi economica e sociale che sta interessando il Paese.

Secondo lei perché gli egiziani si sono ribellati contro il presidente Hosni Mubarak?
Direi che sono due le regioni che hanno scatenato la ribellione. La prima è il malcontento della gente comune. Per più di 30 milioni di egiziani, soprattutto quelli che abitano nelle città, la vita è diventata una quotidiana lotta per la sopravvivenza. La seconda è che la gente è stanca del governo di Hosni Mubarak e del gruppo dirigente a lui legato. Secondo me lui non è un dittatore, ma per paura del fondamentalismo islamico in trent’anni ha dato vita a un sistema di controllo poliziesco eccessivo. Questo ha esasperato le persone.

Quale evoluzione conoscerà la rivolta?
Difficile dirlo. Attualmente il leader che pare aver maggiori opportunità di prendere il posto di Hosni Mubarak è Muhammad al-Baradei, l’ex direttore dell’Agenzia atomica. Lui,a più riprese, ha detto che non vuole essere il futuro presidente dell’Egitto, ma vuole solamente guidare la transizione verso un sistema democratico. Idealmente sarebbe la soluzione ottimale perché permette di prendere tempo e capire chi sia veramente in grado di guidare il Paese nei prossimi anni.
Le altre soluzioni proposte mi convincono meno. Omar Suleiman, l’attuale vicepresidente, è un militare che ha guidato per anni con polso fermo il ministero della Sicurezza e i servizi segreti. La popolazione lo odia perché lo ritiene responsabile delle violenze delle forze di sicurezza. Non solo, è disprezzato anche perché viene accusato di essere troppo vicino alle posizioni di Israele (e, da parte sua, Gerusalemme non ha mai nascosto il suo apprezzamento per Suleiman). Tutto ciò gioca contro di lui.
Recentemente è venuto fuori anche il nome di Amr Moussa. Moussa è un ottimo diplomatico, è sempre riuscito a dirigere con equilibrio la Lega Araba. È certamente una figura seria. Il rischio è che lui, appartenendo all’entourage del presidente Mubarak, non sia in grado di fare le riforme necessarie al Paese. Ho l’impressione che sia troppo compromesso con Mubarak.
Infine, i religiosi musulmani. A mio parere, gli imam e i docenti dell’Università Al-Azhar non hanno voce in capitolo e non incideranno molto sull’andamento della rivolta. Sono infatti funzionari dello Stato che dicono e fanno ciò che viene ordinato loro, per questo non sono né leader politici né sono apprezzati dalla popolazione.

Quale ruolo avrà il movimento dei Fratelli Musulmani?
I Fratelli Musulmani stanno aspettando l’evolversi degli eventi. Non credo riusciranno a prendere il potere. La gente non vuole si affermi uno Stato islamico che imponga una rigida applicazione della legge islamica. Detto questo, però, va aggiunto che nessuno in Egitto osa pubblicamente andare contro un movimento che si presenta come il portatore dell’islam autentico. In questa posizione gioca un po’ l’ipocrisia di molti musulmani. Per esempio, nessuno in Egitto si permetterebbe di non rispettare le prescrizioni del Ramadan. Eppure, in segreto, moltissimi musulmani lo fanno a modo loro o non lo fanno del tutto. Ciò non significa che non esistano musulmani fedeli al dettato dell’islam. Anzi molti egiziani lo sono. Ma nessuno, nell’Egitto profondo, vuole veramente che si affermi uno Stato islamico. Il popolo vuol vivere libero.

Se non riusciranno a prendere il potere, i Fratelli Musulmani cercheranno comunque di influenzare il nuovo governo?
Certamente, ma questa non è una novità. Anche in passato cercavano di influenzare l’attività di governo. Sotto Mubarak erano controllati in modo capillare e, ovviamente, se si affermerà un regime democratico avranno più spazio. Ciò, però, non cambierà di molto l’attuale situazione.

Questa situazione quali ricadute avrà sui cristiani?
In queste settimane, Shenouda III, patriarca dei copti, ha seguito l’antica regola: «Meglio ciò che conosciamo, anche se cattivo, piuttosto che l’ignoto». A più riprese ha chiesto ai cristiani di non partecipare alle manifestazioni anti-Mubarak, ma non è stato ascoltato. Molti cristiani sono scesi in strada a fianco dei musulmani. In futuro, però, la condizione dei cristiani non peggiorerà. Il problema dei cristiani non è il rischio di essere sterminati, come molti paventano. Certo oggi più che in passato, c’è una grande violenza e i cristiani, come abbiamo visto a dicembre e all’inizio di gennaio, ne fanno le spese.
Credo che più della violenza, i cristiani debbano temere la discriminazione, che li penalizza a vari livelli. Spesso i cristiani non vengono assunti nelle aziende non perché non hanno le capacità, ma solo per il fatto che non sono musulmani. In molti casi, poi, nelle aziende i cristiani si vedono scavalcati dai musulmani solo a causa della loro fede. C’è poi un altro fattore che molti non tengono in debito conto: l’islam è diventato pervasivo. Voglio dire che l’islam non è più predicato solo nelle moschee, ma in ogni posto. Se prendi un taxi, quasi sempre l’autista ti assilla con le canzoni e le preghiere musulmane diffuse dall’autoradio. Magari lui non le ascolta neppure, ma intanto le diffonde. E potrei fare mille esempi di questo tipo.

© FCSF – Popoli