Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Primo piano
Cerca in Primo Piano
 
Scontri in Albania: l’analisi dei gesuiti
9 febbraio 2011
Il 21 gennaio è degenerata in violenti scontri con la polizia una manifestazione organizzata a Tirana davanti alla sede del governo albanese. Tre morti e decine di feriti sono il risultato di una delle giornate più buie nella storia recente del «Paese delle aquile». I disordini sono cominciati con la trasmissione in tv di un video che smaschera la disinvolta corruzione inquina economia e politica. Dopo queste rivelazioni oltre 20mila persone hanno aderito alla protesta indetta dall'opposizione per chiedere al governo di Sali Berisha di convocare elezioni anticipate. Poi gli scontri.
Abbiamo chiesto un’analisi della situazione ai gesuiti che vivono a Tirana. Le nostre domande sono state discusse da vari membri della comunità della capitale e queste sono le risposte che abbiamo ricevuto.

Al di là dei fatti contingenti, quali sono le cause profonde di questa crisi? Si tratta più di una crisi politico-istituzionale oppure ci sono anzitutto motivazioni socio-economiche?
Ci troviamo in un momento storico nella vita dell’Albania carico di molti eventi e cambiamenti. C’è un’evoluzione della cultura che è più veloce dello sviluppo economico del Paese. Se da una parte si assorbe, o meglio si subisce, molto velocemente la cultura occidentale, che portano cambiamenti a volte anche bruschi, d’altra parte lo sviluppo economico e sociale è lento.
Un altro punto importante da tenere in considerazione è che le proteste recenti sono successe in un luogo ben definito. Non è corretto parlare genericamente di «crisi albanese». Gli scontri sono avvenuti nella capitale. Inoltre l’impressione è che la gente qui non sia del tutto d’accordo che questa protesta rappresenta Tirana nel suo insieme, essendo stata letta sotto diversi punti di vista.
In questo quadro e con queste premesse, la crisi sembra essere più di tipo politico-istituzionale che non motivata da ragioni economiche.

L’Albania, almeno agli occhi un po’ distratti dell’Italia, sembra avviata sulla strada della stabilità, di una certa crescita economica, con l’obiettivo finale dell’ingresso in Europa: è una descrizione che corrisponde al vero? E i fatti dei giorni scorsi rischiano di interrompere questo cammino?
La stabilità e la crescita politica ed economica ci sono, ma sono molto lente. C’è bisogno di molto cammino e soprattutto di esperienza. La storia passata non ha dato possibilità all’Albania di crescere e di seguire il processo della trasformazione della società nel suo cammino ordinario. Il fatto di avviarsi all’entrata nell’Unione europea è un processo quasi inevitabile. Andare in Europa senza avere impedimenti è stato sempre sogno degli albanesi; ciò doveva avvenire prima o poi. Sembra difficile che i fatti di questi giorni possano interrompere il processo di adesione all’Unione Europea. È normale che succedano dimostrazioni o proteste nella ricerca di un cambiamento purché siano per il bene maggiore della società.

Quali sono le responsabilità delle istituzioni?
Le istituzioni devono fare un ulteriore sforzo nell’identificazione del ruolo che ricoprono. Forse serve più informazione per preparare la gente all’esercizio dei propri doveri. Ritorniamo al punto di partenza: se lo Stato per una parte fa passi da gigante importando dall’estero un modello di sviluppo sociale e politico, d’altra parte la gente non è preparata per seguire questo nuovo modello. C’è un cammino verso la democrazia matura che richiede il superamento di tensioni per passare da ambizioni di parte alla ricerca del bene comune. Certe tensioni sfociano in manifestazioni di piazza, che sono efficaci fino ad un certo punto. Ci sono anche persone che lavorano in silenzio per formare e far crescere una mentalità democratica. Non fanno molto chiasso, ma da esse si può sperare un maggiore successo a lungo termine.

Come vive questa situazione la minoranza cattolica? Ci sono anche tensioni interreligiose o interconfessionali?
Durante queste tensioni non si sono notati conflitti tra le grandi religioni in Albania, né la religione cattolica si è sentita messa al margine. C’è stata una collaborazione tra le varie fedi, offrendo così un messaggio di pace e di collaborazione per costruire una società più giusta. La Conferenza episcopale albanese ha rivolto un messaggio a tutti e in particolare a coloro che hanno un ruolo politico, chiedendo di mettersi al servizio dei cittadini. In questo messaggio dei vescovi, pubblicato dopo i fatti del 21 gennaio, si legge: «Noi vescovi dell’Albania facciamo appello a tutti coloro che hanno in mano le sorti del Paese affinché, lasciando da parte le ambizioni politiche, si mettano al servizio dei cittadini, con la buona volontà di collaborare per la realizzazione delle aspirazioni del popolo per la pace e per un benessere dignitoso. Facciamo appello a tutti i fratelli e alle sorelle albanesi che non cadano vittima dei giochi politici che usano la violenza, ma con i loro atteggiamenti civili diano alla politica il messaggio chiaro che tutti insieme vogliamo scrivere una pagina nuova nella storia dell’Albania, dove la riconciliazione nazionale vince sopra le divisioni e le inimicizie politiche. In questo momento, quando la furia delle emozioni rischia di oscurare la ragione, preghiamo il Signore che illumini la mente di tutti i fratelli e le sorelle in Albania, affinché uniscano le forze per costruire insieme sentieri di pace, e cammino, senza ostacoli inutili, verso la piena integrazione nella comunità europea».

© FCSF – Popoli