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Se in Arabia i cristiani non possono nemmeno morire
15 ottobre 2010
Tra i 185 Padri sinodali sono presenti anche pastori di comunità cristiane che vivono nella Penisola arabica o vescovi di nazioni da cui partono lavoratori che emigrano in quella regione. Le loro testimonianze durante i primi giorni del Sinodo hanno tolto il velo da una situazione di sofferenza e di negazione dei più elementari diritti.
«I due vicariati della Penisola arabica, comprendenti Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman, Yemen e Arabia Saudita, non hanno cristiani nativi – ha spiegato Paul Hinder, cappuccino, vicario apostolico di Arabia -. I tre milioni di cattolici su una popolazione di 65 milioni di abitanti sono tutti lavoratori migranti provenienti da un centinaio di nazioni, per la maggior parte dalle Filippine e dall’India. Circa l’80% sono di rito latino, gli altri appartengono alle Chiese cattoliche orientali. Il contesto in cui viviamo è fatto di leggi severe sull’immigrazione (con restrizione anche del numero dei sacerdoti), diritti individuali e assistenza sociale molto limitati, nessuna libertà di religione (nessun musulmano può convertirsi, mentre i cristiani sono benvenuti nell’islam), limitata libertà di culto in luoghi designati, concessi da governanti benevoli (eccetto che in Arabia Saudita)».
Eppure, nonostante queste limitazioni, gli immigrati cristiani non si scoraggiano, al punto che, continua mons. Hinder, «l’affluenza alle poche chiese è molto elevata e succede che in una sola parrocchia contiamo fino a 25mila fedeli alle 10 messe che celebriamo il venerdì, che ovviamente è il giorno festivo in tutti i Paesi dell’area. E dobbiamo considerare che la distanza dalla chiesa rende a molti la partecipazione impossibile»
Una testimonianza toccante è stata offerta anche da Berhaneyesus Demerew Souraphiel, arcivescovo di Addis Abeba e presidente della Conferenza episcopale di Etiopia e Eritrea: «L’Etiopia ha circa 80 milioni di abitanti, metà dei quali di età inferiore ai 25 anni. La grande sfida che il Paese affronta è la povertà con le sue conseguenze, quali la disoccupazione. Molti giovani, desiderosi di fuggire la povertà, cercano con ogni mezzo di emigrare. Quelli che emigrano nel Medio Oriente sono per lo più giovani donne che vanno, legalmente o illegalmente, in cerca di un impiego come lavoratrici domestiche, perché la maggior parte di esse non ha alcuna formazione professionale. Sono mediamente 12-13mila gli etiopici che ogni anno partono per il Medio Oriente: le loro destinazioni sono di solito Libano, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Yemen e Arabia Saudita. Per poter facilitare l’ottenimento del visto e il viaggio, molti cambiano i loro nomi cristiani in nomi musulmani e si vestono come musulmani. In questo modo i cristiani sono indirettamente forzati a rinnegare le loro radici. Anche se ci sono casi eccezionali in cui i lavoratori sono trattati bene, la grande maggioranza è vittima di sfruttamento e abusi. Molti si vergognano di ritornare in Etiopia, dove le loro famiglie si aspettano che arrivino con molto denaro; altri sono costretti a ritornare perché disperati, malati e con disturbi mentali. Sembra che ai cristiani che muoiono in Arabia Saudita non sia permesso di esservi seppelliti; i loro corpi sono trasportati in volo in Etiopia per la sepoltura».

© FCSF – Popoli