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Senegal, la religione non entra nelle urne
21 marzo 2012
«In questi ultimi anni, le confraternite musulmane hanno perso gran parte del peso politico che avevano un tempo. Non credo quindi che il ballottaggio per le elezioni presidenziali che si terrà domenica sarà influenzato dalle indicazioni dei leader religiosi». Ibrahima Cisse, da anni in Italia, è impegnato in un’azione di coordinamento tra le istituzioni italiane, le autorità diplomatiche e le associazioni senegalesi in Italia e conosce bene la realtà politico-sociale del suo Paese. Ha seguito con attenzione il processo elettorale in corso. Una tornata che è stata caratterizzata da forti tensioni tra i sostenitori del presidente e quelli dell’opposizione. Manifestazioni violente hanno causato alcune decine di morti e hanno fatto temere lo scoppio di una guerra civile. Anche se poi il primo turno (26 febbraio) si è svolto senza incidenti e ha visto l’affermarsi dell’85enne presidente Abdoulaye Wade con il 34,82% dei voti, seguito da Macky Sall con il 26,57%. E proprio Wade e Sall (51 anni, ex premier) si affronteranno domenica nel ballottaggio. I partiti di opposizione hanno annunciato che sosterranno Sall. Wade invece non potrà far leva su apparentamenti con altri partiti e dovrà quindi cercare sostegno nella società civile. Ed è per questo motivo che ha cercato di giocare la carta religiosa.

In passato, il sostegno delle confraternite islamiche (organizzazioni religiose che sono tradizionalmente molto forti in Senegal) ha spostato gli equilibri politici. Léopold Sédar Senghor, il primo presidente senegalese, che pure era cristiano, riuscì ad essere eletto anche per l’appoggio che gli venne offerto dai murid (la confraternita che riunisce almeno il 33% dei musulmani senegalesi). Lo stesso Wade, che è lui stesso murid, è stato apertamente sostenuto nel 2007 dalla sua confraternita. «Quest’anno però le cose sono cambiate - continua Cisse -. Wade ha cercato il sostegno dei murid, ma fatto salvo per alcuni esponenti minori, nessuno gli ha garantito il supporto. Anche perché anche il suo rivale Sall è murid». Nei giorni scorsi il presidente in carica ha ottenuto il sostegno di Cheikh Bethio Thioune, un esponente di spicco della confraternita, ma non quello del califfo Serigne Mounthaca Mbacké, il leader murid nonostante Wade gli avesse offerto un contributo di due milioni e due auto in regalo. «I vertici della confraternita - osserva Babacar, un rapper senegalese molto conosciuto in patria, ma anche in Italia e in Spagna - sanno che Wade è al capolinea. Per questo motivo non gli hanno garantito il sostegno. Io sono murid e certamente non voterò il presidente. Come me molti murid non lo voteranno più». Anche la Tijanyya, l’altra grande confraternita (che raggruppa la maggioranza dei musulmani senegalesi), non ha fatto dichiarazioni di voto. «La Tijanyya - spiega Cisse - è una realtà molto complessa e certamente meno compatta della Muridyya. Quindi al suo interno ci sono posizioni molto articolate e i capi non se la sentono di spaccare la confraternita prendendo una posizione netta».

C’è però chi intravede in questo silenzio dei leader religiosi una forte disillusione dei senegalesi. «La realtà è che i vertici delle confraternite non sono più ascoltati - dice Alyiou, immigrato senegalese in Italia, molto conosciuto per il suo impegno in alcune Ong -. La gente non ne può più della loro indifferenza ai problemi della povertà, della disoccupazione, dell’emigrazione. I fedeli chiedono, se non un aiuto materiale, un sostegno morale, ma spesso i leader sono insensibili a queste richieste. Così le persone comuni non li seguono più, soprattutto quando danno indicazioni in campo politico. E i leader se ne sono accorti, per questo motivo non si esprimono».

Un po’ diversa la situazione dei cattolici (circa il 5% della popolazione). La Chiesa cattolica non ha preso posizione, ma è rispettata e apprezzata da tutti i partiti per il ruolo di mediazione che ha svolto nei momenti più caldi che hanno preceduto il primo turno. «Se dovessimo analizzare il voto cattolico - conclude Cisse - credo che il 65% dei fedeli voterà Sall e solo il 35% si schiererà con Wade. Alla base della scelta ci sono motivi molto prosaici. Prima delle elezioni del 2000 quando Wade è stato eletto per la prima volta, i cattolici avevano il monopolio dell’istruzione privata. Il presidente ha rotto questo monopolio, aprendo anche alle scuole islamiche (che ora sono un centinaio), e irritando la Chiesa. Detto questo però non ci sono mai stati e non ci sono neppure oggi problemi di convivenza e la politica non ha, almeno finora, giocato la carta della contrapposizione tra le fedi».
Enrico Casale

© FCSF – Popoli