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Shabaab, la Somalia esporta il terrore
3 luglio 2012
L’attentato contro due chiese cristiane che ha provocato la morte di una ventina di persone a Garissa (Kenya) è il frutto di un’offensiva dei fondamentalisti islamici contro i cristiani o è «solo» un episodio di un conflitto regionale? In questi giorni gli analisti di molti centri studi sull’Africa stanno cercando di rispondere a questa domanda. Un’impresa non semplice perché, se è vero che il sanguinoso episodio può essere letto in chiave locale, è anche vero che esso si inserisce in uno scontro con connotati sempre più internazionali.

Dietro i due attentati, che non sono stati rivendicati, molti analisti internazionali intravvedono la mano degli shabaab, il movimento fondamentalista islamico somalo. Il movente sarebbe chiaro: punire il Kenya, colpevole di essere intervenuto militarmente in Somalia a fianco del Governo di transizione nazionale e dell’esercito etiope. Garissa è una cittadina che conta circa centomila abitanti, dista meno di cento chilometri dalla Somalia. Qui i miliziani shabaab si muovono praticamente indisturbati, vantando una rete di complicità tra la popolazione, che è quasi interamente di etnia somala. Non solo, a Garissa ha la propria base il comando delle forze armate dal quale dipendono le truppe che combattono nella vicina ex colonia italiana. Quindi un attentato in questa cittadina di confine per gli shabaab non solo è più semplice da portare a termine, ma ha anche un alto valore simbolico.

Non è un caso che, dall’invasione kenyana della Somalia nell’ottobre 2011, proprio gli shebaab abbiano organizzato in questa cittadina una serie di attentati a locali notturni, centri commerciali, stazioni degli autobus. Attentati che si sono sommati a quelli organizzati in altre parti del Kenya. Come quello avvenuto venerdì scorso nel campo profughi di Dadaab (dove vivono in condizioni precarie circa 400mila somali). Qui un gruppo di miliziani somali ha attaccato un convoglio di aiuti umanitari, uccidendo un autista e rapendo sei cooperanti. Solo per una casualità non sono riusciti a catturare il Segretario generale del Consiglio norvegese dei rifugiati, Elizabeth Rasmussen che viaggiava nello stesso convoglio.

In patria, le offensive congiunte delle forze armate etiopi, kenyane, del contingente dell’Unione africana (con il supporto aereo dei droni statunitensi) stanno progressivamente confinando alle regioni meridionali le milizie fondamentaliste. In queste ultime settimane, per gli integralisti è diventato sempre più tangibile il rischio di perdere Chisimaio, loro roccaforte e porto strategico (sul quale avrebbe delle mire l’Etiopia che vorrebbe farne il proprio sbocco sull’Oceano indiano). Proprio le crescenti difficoltà in patria avrebbero convinto i vertici del movimento a esportare il terrore nei Paesi confinanti e ostili, primo tra tutti il Kenya, per destabilizzarli.

Una strategia che si inserisce in contesto più ampio di scontro tra islam e cristiani, ma anche contro le autorità locali considerate corrotte e troppo vicine ai Paesi occidentali.
Secondo i rapporti dei servizi segreti occidentali, Boko Haram, che negli ultimi tre anni in Nigeria ha organizzato numerosi attentati contro le chiese cristiane e ha anche colpito obiettivi come la sede delle Nazioni Unite nella capitale Abuja, ha stretto un’alleanza con al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), inizialmente formatasi in Algeria e attiva in tutto il nord-Africa. Questi due gruppi hanno a loro volta siglato accordi con gli shabaab, ufficialmente affiliati all’organizzazione fondata da Bin Laden.

Gli shabaab collaborano poi, a loro volta, con la branca yemenita di al Qaeda. I movimenti integralisti, per porre in atto la loro strategia jihadista, non esitano a finanziarsi con il traffico di droga, sigarette e, ovviamente, di armi. Ai proventi derivanti da attività illecite, si aggiungerebbero le donazioni elargite da organizzazioni vicino ad al Qaeda con sede nei Paesi del Golfo.
Si parla quindi, sempre più spesso, di un network che, sebbene non disponga ancora di un coordinamento, opera secondo obiettivi comuni in una strategia che, partendo dalle guerre locali, si sta sempre più globalizzando. E fa sempre più leva sulla disperazione di migliaia di giovani che disoccupati e senza prospettive imbracciano le armi come estrema forma di ribellione.
Enrico Casale

© FCSF – Popoli