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Silvano Fausti: "Sogni, allergie, benedizioni"
24 settembre 2013

Esce in questi giorni il nuovo libro di Silvano Fausti, gesuita, biblista, dal 2007 collaboratore fisso di Popoli: Sogni, allergie, benedizioni (San Paolo, euro 14). Anticipiamo un brano tratto dalla Prefazione firmata dall'Autore.
Il volume è in omaggio a chi regala un abbonamento a
Popoli e a chi sottoscrive un abbonamento Sostenitore. È acquistabile a 12 euro (compresa spedizione) da chi ha un abbonamento in corso di validità e da chi sottoscrive un nuovo abbonamento (clicca qui per abbonamenti o acquisti)

 

Superando le mie resistenze, vorrei abbozzare non un’autobiografia, ma un’eterobiografia o, meglio, un’allobiografia. Non riferirò quanto ho fatto io. Registrerò quanto altri da me, o il non altro da me e da ogni altro, hanno scritto in me. Non si tratta di “mie” memorie, ma di tracce altrui impresse nella mia memoria. Ricorderò e racconterò cosa mi è capitato in questa manciata e mezza di decenni.

Ne vale la pena. Certamente per me. La mia generazione è stata testimone di metamorfosi inedite, sia nel male che nel bene. Ha visto l’apocalisse e intravisto il capolinea. Solo nell’ultima guerra mondiale ci sono stati cinquantacinque milioni di uccisi, con Shoà, bomba atomica, opposti totalitarismi e relativi stermini, mentali prima che fisici. Il colonialismo poi, invece di scomparire, si è trasformato in economicismo, che “colonizza” pure i colonizzatori. Finita “la guerra mondiale”, sono cominciate guerre locali a catena, con non minor numero di morti. Anche le ideologie, lungi dal morire, si sono appiattite su quella dominante: il consumismo. Siamo confezionati nei nostri prodotti, cementati nella piramide eretta al nostro innominato Faraone. Inoltre abbiamo un potenziale bellico in grado di distruggere più volte la terra intera. Come non bastasse una volta sola!

Riconosciuto questo, sul futuro sono ottimista per quattro motivi più uno.
Primo: è vero che al male, rovescio del bene, non c’è limite. Però esige troppa fatica fare peggio di noi. I giovani, considerati i nostri risultati, difficilmente saranno tanto sconsiderati da seguire il nostro esempio. Senz’altro faranno meglio di noi.
Secondo: proprio noi, irresponsabili colpevoli di quanto detto, siamo approdati alla dichiarazione dei diritti dell’uomo, antidoto a ogni nostra malefatta. Spero che i diritti di tutti siano anche doveri di ciascuno verso l’altro, e non pretesto di ulteriori conflitti. Credo pure che, tra qualche anno, ci meraviglieremo di tante nostre ovvietà. Come quella, per esempio, di aver escluso le donne dal sacerdozio. Almeno le avessero nominate cardinali, come qualcuno aveva proposto. Avrebbero nobilitato colori, pizzi e vesti tradizionali, prima che passino di moda. E speriamo che sia presto. Onore e lode a papa Benedetto, che fece per coraggio “il gran rifiuto”.

Terzo: dopo più di duemila anni di guerre tra i vari popoli e di “alleanze contro”, in Europa abbiamo capito che in un condominio è meglio collaborare che accoltellarsi a vicenda. Il problema è se si collabora per dare a tutti pari opportunità, oppure si procede in direzione contraria. È vero, l’Europa Unita, incerta adolescente, è predestinata ad essere immolata al grande drago. Il dio mammona oggi si chiama Borsa, la “Bestia” apocalittica capace di ingoiare dieci volte tutti i beni del mondo. La moneta unica, da sola, non produce che plutocrazia in alto e miseria in basso. Se però arriva a una politica sociale condivisa, l’Europa rappresenta un modo nuovo di concepire i rapporti internazionali. Sulla scia dei padri fondatori del dopoguerra, è necessario un lungo cammino di presa di coscienza. È difficile guarire da ciechi egoismi, favoriti da lobby, mafie e grandi Stati in cerca di egemonie, letali per tutti.
Quarto: abbiamo visto la terra dal di fuori, prima dalla luna e poi da oltre. Una sfera vagante nell’universo ci sostiene e alimenta. Tutti partecipi d’un solo destino, nella buona e nella cattiva sorte. Vedersi dal di fuori è un conoscersi decentrato, portatore di intuizioni insospettate.

Sono ottimista anche e soprattutto per un quinto motivo: la tecnologia, che sta all’origine della nostra epoca come “postmoderna”, è un bene inestimabile. La sua capacità di autoalimentarsi è e sarà fonte di continue sorprese. Ormai il PC è comune più del pane e le galassie digitali sono in espansione universale. Grazie alla tecnologia – ora quella “nano” fa passi da gigante – è sempre più possibile “il mondo come rappresentazione”. Ma ciò che si può rappresentare, presto o tardi lo si può realizzare. Ormai all’homo faber è aperta la porta sull’infinito. Questa è la novità degli ultimi decenni. Cosa mai capitata, se non in sogni e miti.

Varcata la soglia, ciò che per ora è impossibile è già sul conto del possibile. Inizia l’epoca del compimento della libertà. L’uomo, sciolto da legami prima vincolanti e rotto il muro di pigre sicurezze, è lanciato sulla strada mobile del novum. Dove lo porta? Dappertutto. Anche nell’imprevedibile, ora pensabile. Addirittura nell’impensabile, ora prevedibile.

I due pericoli da cui guardarsi sono confondere il virtuale con il reale e il possibile con il bene. Sarebbe pazzia e irresponsabilità.

 

© FCSF – Popoli