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Silvia ed Emanuele: "Le nostre due partenze"
15 ottobre 2013

Emanuele Crestani, 36 anni, e Silvia Pagani, 34, sono in Perù dalla fine di giugno. Con loro le figlie Miriam 6 anni, Chiara (4), Martina e Camilla (gemelle di 2 anni). Arrivano da Monguzzo, in provincia di Como.

Dove vivete esattamente?
Siamo a Barranca, nella diocesi di Huacho, una cittadina della costa peruviana di circa 70mila abitanti, situata a circa 200 km a nord di Lima.

Quali sono, in sintesi, le principali attività che svolgete e con quali diversi ruoli?
Siamo partiti come fidei donum della diocesi di Milano per un progetto di tre anni. Viviamo in fraternità con un sacerdote fidei donum, Don Alberto Bruzzolo, in Perù da sei anni. La nostra presenza, che prevede una corresponsabilità nelle attività della parrocchia “Senor de la Resurrecciòn”,  si definirà in impegni specifici nei prossimi mesi, (ultimato l’apprendimento del castigliano) impegni che saranno legati, indicativamente, alla pastorale sociale nella zona rurale e alla pastorale familiare.
Per ora stiamo dando continuità a dei progetti già in corso, che prevedono l’accompagnamento di ragazzini della parrocchia e del villaggio di Pampa San Alejo, (a 30 km circa da Barranca) per quanto riguarda attività educative e di doposcuola. Sosteniamo poi delle attività di promozione femminile attraverso un laboratorio di taglio e cucito.  

Quale lavoro svolgevate in Italia? L'attività svolta attualmente è in qualche modo connessa a questo lavoro o c'è stato un cambiamento netto?
Io, Silvia, sono educatrice professionale e musicoterapista, anche se prima della partenza facevo la mamma a tempo pieno; in precedenza avevo lavorato con minori disabili in un Centro di formazione professionale e con minori con affidi penali in comunità. Io, Emanuele, lavoravo in una cooperativa di inserimento lavorativo per tossicodipendenti, ex carcerati e persone con disturbi psichici nel settore del giardinaggio; in precedenza avevo lavorato con minori del carcere Beccaria di Milano e in comunità per minori con affidi penali. Abbiamo sempre lavorato entrambi in ambito educativo quindi questa esperienza riteniamo si ponga in sintonia anche con il  nostro impegno professionale.

Come è maturata la scelta di partire?
La nostra scelta di partire era già maturata in una prima esperienza missionaria, dal 2006 al 2009, anni vissuti a Nhabijao, un villaggio al centro della Guinea Bissau come missionari laici dell’Associazione Laici del Pime, prestando servizio nel Centro “Feira das Possibilidades” un progetto della Caritas Guinè-Bissau.
Ciò che ci aveva spinti allora a partire era stato innanzitutto il desiderio di condividere la nostra vita di famiglia cristiana in queste terre, inviati dalla nostra Chiesa di origine ad un’altra Chiesa, nella ricerca di un incontro e uno scambio reciproco.
Dopo aver fatto alcune esperienze brevi in terra di missione, avevamo sentito il bisogno di conoscere un po’ più in profondità una realtà così diversa di provare a conoscere e incontrare questa realtà, che per alcuni tratti ci appariva così ingiusta, quasi senza futuro, ma nello stesso tempo tanto attraente, se pensiamo ad un nostro bisogno di semplicità e al desiderio di spogliarsi un po’. Vivevamo poi la partenza come una fra le tante possibili risposte da dare ad un senso di corresponsabilità che sentivamo nei confronti di queste persone e della loro situazione. Questo andava di pari passo in noi con una insoddisfazione e insofferenza per un modello di vita proposto dal nostro occidente, e quindi con una ricerca di un altro possibile modo di vivere, di investire il nostro tempo e le nostre energie.
Erano i primi anni di matrimonio e quindi nei grandi sogni sul futuro, c’era il desiderio che la nostra vita di famiglia, che stava facendo i suoi primi passi, potesse sorgere e impostarsi proprio a partire da questa esperienza, e se Dio avesse voluto, noi avremmo scelto di avere là dei figli, con il desiderio di poter offrire loro qualcosa, che nel nostro immaginario, era molto buono.
È stata sicuramente un’esperienza molto importante per la nostra famiglia gli anni trascorsi in Guinea Bissau, dove è nata e cresciuta per i suoi primi 2 anni nostra figlia Miriam. Siamo poi tornati in Italia per la nascita di Chiara, ma il desiderio della missione è sempre rimasto vivo in noi e con l’arrivo di Martina e Camilla si è rafforzata la convinzione, il desiderio e la bellezza di poter offrire, a tutta la nostra famiglia, alcuni anni di crescita in un’esperienza missionaria. 

A quale realtà ecclesiale, associazione, movimento vi siete appoggiati, anche nel periodo di preparazione?
Prima di partire per la Guinea Bissau abbiamo fatto un cammino di formazione di 2 anni proposto dall’A.l.p., da lì è iniziato il nostro legame con il Pime; per il resto siamo sempre stati legati alla diocesi di Milano. 

Come descrivereste lo specifico dell'essere "famiglia in missione"? Quali cioè le principali differenze rispetto da un lato alla missione dei consacrati?
Per noi essere famiglia in missione significa, molto semplicemente, cercare di vivere la propria vita di famiglia cristiana in mezzo ad altre famiglie, alla ricerca di una scambio e un arricchimento reciproco, alla ricerca di una nuova appartenenza ad una comunità parrocchiale a cui dedicarsi e con la quale camminare insieme aprendosi alle esigenze di molti. Il fatto di essere famiglia e di avere dei figli, per noi ha rappresentato e rappresenta una occasione importante per poter avvicinare e incontrare ambienti e realtà, dove magari per i consacrati sarebbe più difficile entrare o per lo meno non così immediato. Certamente la presenza dei figli ha rappresentato per noi e sta rappresentando un ponte verso tante e diverse realtà così come l’essere coppia, l’essere madre e padre.  

E rispetto ai cooperanti che lavorano con le Ong? Quali le differenze e le eventuali analogie?
Secondo noi ci sono alcune caratteristiche che possono differenziare gli interventi, anche se chiaramente lo stile e il carattere di un certo tipo di presenza, dipende molto dalle singole persone. Non abbiamo mai avuto esperienza diretta con la cooperazione internazionale, quindi possiamo accennare solo al fatto che ai cooperanti pensiamo sia richiesto un intervento in ambito di sviluppo strettamente legato alla propria professionalità, mentre per quanto riguarda il laicato missionario, assume molta importanza la dimensione delle scambio fra Chiese, del servizio, della presenza e della testimonianza attraverso anche, (se possibile e necessario) la propria professionalità. Un’altra differenza potrebbe essere il lato economico, in quanto il laicato missionario prevede un’esperienza di volontariato e non di lavoro.  

Qual è la cosa che vi pesa di più di questa esperienza, e quale la più bella?
È difficile rispondere dopo così poco tempo a questa domanda. Essendo all’inizio, tutto è un po’ difficile, ma è chiaro che occorre tempo, soprattutto per le nostre bambine. Per ora la cosa più bella risulta essere il bisogno di affidarsi, avere pazienza e darsi il tempo perché ogni cosa possa trovare il giusto posto e il giusto peso. Ciò che certamente ci aveva dato maggiormente, nella precedente esperienza di missione, erano state le relazioni instaurate con le persone e i tanti insegnamenti e ricchezze che queste ci avevano donato. Pensiamo che potrà essere altrettanto qua, solo che per ora è ancora molto presto…

 

 

© FCSF – Popoli