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Sinai, l’instabilità alleata dei trafficanti di uomini
16 luglio 2013
«L’instabilità politica egiziana ci preoccupa. La mancanza di una leadership forte e di un indirizzo di governo chiaro possono gettare nuovamente il Sinai nel caos e con il caos può riprendere il traffico di esseri umani. Un fenomeno quest’ultimo che negli ultimi mesi stava conoscendo un graduale ridimensionamento». Roberto Malini del Gruppo EveryOne lancia l’allarme su un possibile rinfocolarsi della tratta nella penisola egiziana. Da anni, si occupa di questo fenomeno e, recentemente, si era detto ottimista di fronte a una progressiva diminuzione dei rapimenti dei profughi africani (soprattutto eritrei, etiopi e sudanesi) da parte dei beduini. La deposizione di Mohamed Morsi ha però spalancato le porte a una delicata fase di transizione dalla quale la criminalità comune può trarre vantaggio.

«Morsi - continua Malini - ha fallito su molti fronti, ma in Sinai aveva lavorato bene dichiarando guerra ai trafficanti. Conoscendo la scarsa preparazione e la corruzione che caratterizzano le forze di polizia, aveva inviato l’esercito nella penisola. I militari avevano un mandato chiaro: stroncare qualsiasi traffico illegale. E in questo senso hanno agito con serietà ed efficienza». Il numero dei rapiti che nel 2008 si aggirava intorno ai tremila, lo scorso anno era sceso a poco più di un centinaio.

Questo risultato è anche il frutto della forte pressione esercitata sul governo del Cairo dalle organizzazioni internazionali. «La campagna internazionale - continua Malini - è stata pressante e ha dato i suoi risultati. Va detto che anche le autorità musulmane egiziane hanno dato un grande contributo. Non sopportavano più che sul territorio nazionale ci fossero continui rapimenti corredati da omicidi, torture, violenze sessuali. L’intervento di alcuni imam che hanno additato come criminali i trafficanti ha aiutato a cambiare l’immagine di questi delinquenti che prima erano visti come uomini di successo, eroi al di sopra della legge».

Questi sforzi rischiano oggi di essere vanificati. «L’instabilità politica - conferma Alganesh Fessaha dell’Ong Gandhi, che da anni si occupa del fenomeno della tratta di esseri umani nel Sinai - ha portato a un allentamento dei controlli sul terreno. Oggi sono quotidiani gli assalti ai posti di polizia. Qui i beduini rubano le armi e, quando li trovano, rapiscono i profughi che sono stati arrestati per immigrazione illegale. Serve un governo stabile che riprenda la lotta contro questi trafficanti». Alganesh Fessaha è però convinta che la guerra al traffico non vada limitata alla sola penisola del Sinai. «Il traffico di esseri umani - spiega - sta cambiando. Se in passato i profughi venivano rapiti nel Sinai mentre cercavano di raggiungere Israele, oggi vengono invece catturati nei campi profughi in Sudan e in Egitto. È indispensabile estendere là la lotta ai trafficanti, disarticolando le complicità che questi hanno con le forze di sicurezza egiziane e sudanesi. Ma per rendere efficace questa lotta è necessario un governo stabile».
Enrico Casale

© FCSF – Popoli