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"Solidarietà e promozione sociale"
27 gennaio 2012
«Le motivazioni che spingono un immigrato a dedicarsi al volontariato - spiega Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia dei processi migratori presso l’Università Statale di Milano - sono le stesse che spingono gli italiani. Tra queste, richiamerei, nel caso dei giovani, la voglia di mettersi alla prova, cioè di prendere coscienza di sé, delle proprie capacità, dei propri talenti. In questo modo è possibile anche fare nuove amicizie, incontrare nuovi ambienti. Sempre tra i giovani ci può essere un’istanza professionalizzante. Per esempio, fare un’esperienza di volontariato in campo educativo con i disabili, i ragazzi, i bambini, ecc. può essere importante per chi studia Scienze dell’educazione o Psicologia.

Ma esistono motivazioni specifiche che riguardano gli immigrati?
Sì, credo che la spinta più forte sia la voglia di essere socialmente accettati. Attraverso il volontariato, gli immigrati vogliono comunicare un’immagine positiva di sé e del proprio gruppo di appartenenza. L’immigrato, che normalmente è visto come povero, modesto lavoratore se non, addirittura, un «invasore minaccioso», «sale dei gradini» nella considerazione della società ricevente. Uno straniero impegnato nella Protezione civile o che dona il sangue è infatti una persona che ha un forte senso di appartenenza alla società che lo ha accolto e che vuole offrire qualcosa di sé ai suoi nuovi concittadini. Questo non può non far cambiare idea a molti italiani rispetto all’immigrazione.

Il volontariato degli immigrati è un fenomeno destinato a crescere?
Penso di sì e la spinta maggiore sarà data dalle seconde generazioni che studiano qui, frequentano i ragazzi italiani e li seguono negli stili di vita (quelli positivi e quelli negativi). Per i motivi appena spiegati, un giovane immigrato può essere addirittura più incentivato a fare volontariato rispetto a un giovane italiano. Gli immigrati inoltre sono mediamente più religiosi degli italiani. La fede può essere un’ulteriore spinta all’impegno nell’associazionismo.

La società italiana è pronta ad accettare questo tipo di volontariato?
Ci sono ambivalenze e contraddizioni. Esistono resistenze quando l’immigrato non è conosciuto e quando deve occuparsi di aspetti delicati (assistenza sanitaria, aiuto domestico, ecc.). In altri ambiti, però, l’accettazione è più ampia. I donatori di sangue, per esempio, sono una risorsa che scarseggia e quindi le associazioni non solo aprono agli immigrati le porte, ma ci sono state campagne ad hoc per reclutare donatori stranieri.

La politica può agevolare questo processo?
Sì, in molti modi. Si potrebbe, per esempio, graduare l’anzianità di residenza nel nostro Paese richiesta per ottenere la cittadinanza con l’impegno in alcune forme di volontariato. A chi, per un certo periodo, fa volontariato potrebbero cioè essere scontati mesi sul computo degli anni di residenza. Lo stesso si potrebbe dire per ciò che riguarda il permesso di soggiorno a punti. Perché non si prevede un meccanismo che invece di togliere i punti, permetta di acquisirli a fronte di un periodo di volontariato?
e.c.


© FCSF – Popoli
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