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Somalia, è ancora emergenza
13 febbraio 2012
La road map è stata tracciata a settembre e, nelle intenzioni, dovrebbe portare entro l’agosto di quest’anno all’approvazione di una nuova costituzione e all’elezione di un nuovo presidente. Ma la Somalia è un Paese complesso nel quale la guerra, che dura dal 1991, non solo ha distrutto il tessuto sociale, ma ha reso difficile qualsiasi previsione per il futuro. Così sono in molti a essere pessimisti sull’effettiva riuscita del processo di pace. A maggior ragione dopo che il conflitto si è acceso di nuovo con l’invasione a fine 2011 da sud delle truppe keniane e da ovest di quelle etiopi, nel tentativo di ridurre la minaccia delle milizie fondamentaliste shabaab che controllano le regioni meridionali del Paese.

Il report 2011 realizzato dalla Caritas Somalia non apre spiragli all’ottimismo. La situazione nell’ex colonia italiana è ancora critica. Anche perché, come sottolinea il rapporto, le milizie fondamentaliste, pur essendosi ritirate da Mogadiscio in agosto e nonostante l’offensiva militare keniana ed etiope, sono comunque fortemente presenti nelle regioni meridionali. Il 28 novembre gli shabaab hanno espulso 16 agenzie umanitarie e alcuni uffici sono stati saccheggiati. A causa di questa politica, tra 400 e 600mila persone dell’area non saranno più assistite dalle organizzazioni umanitarie.

Non sono solo i combattimenti a prostrare il Paese, denuncia la Caritas. I somali devono vedersela anche un un avversario ancora più difficile da sconfiggere: la siccità. Secondo la Food security analysis unit, organizzazione promossa dalla Commissione europea e da Usaid, quattro milioni di persone rimangono in condizioni di insicurezza alimentare in Somalia. Di queste, tre milioni si trovano nel Sud del Paese. Circa 250mila persone sono in condizioni di fame incombente. Si stima che oltre due terzi di questi 250mila somali vivano in ambienti urbani mentre il resto si trovano in aree rurali. Secondo il documento della Caritas sono due le cause della siccità: la scarsità di piogge nelle due stagioni precedenti (ottobre-dicembre 2010 e aprile-giugno 2011) e la mancanza di una pronta risposta umanitaria nel Sud a settembre-ottobre 2011. Quest’ultimo fattore deriva dalla combinazione di una risposta inadeguata da parte della comunità internazionale e dall’accesso pesantemente limitato agli aiuti umanitari nell’area a causa della politica degli Shabaab. Dopo la siccità, forti piogge e inondazioni hanno colpito alcune parti della Somalia. Le zone più colpite si trovano nel bacino del fiume Juba, nel sud della Somalia (Gedo e Basso Juba). Le piogge hanno provocato gravi inondazioni che hanno invaso i terreni agricoli causando la perdita dei raccolti.

La situazione della Somalia rimane quindi particolarmente difficile. La Caritas per il 2012 continuerà, pur tra mille difficoltà, a intervenire con propri progetti nei settori del trattamento e prevenzione di malattie come il colera; attraverso l’invio di derrate alimentari o di denaro per comprare cibo nei mercati locali; fornendo acqua potabile, servizi igienici, sostegno medico e aiuto psicologico (specie per donne e bambini vittime di violenze sessuali).

Se questa è la situazione della Somalia centromeridionale, non altrettanto si può dire della parte settentrionale divisa nello Stato autonomo (ma non riconosciuto a livello internazionale) del Somaliland e dalla regione semiautonoma del Puntland. Il Somaliland, spiegano gli analisti della Caritas, è una sorta di «isola felice» con istituzioni stabili e un’economia in costante  crescita, anche grazie al fatto che la guerra ha solo lambito il Paese. Per quanto riguarda il Puntland la situazione è più complessa. Nel 2011 ha dovuto registrare rapimenti e violenze dei quali, le autorità sostenevano essere responsabili miliziani vicini agli shebab. Il governo del Puntland è però riuscito a riprendere in mano la situazione e a fornire appoggio al traballante Governo di transizione nazionale di Mogadiscio. Rimane intatto invece il problema della pirateria. È proprio dalle coste del Puntland che partono gli attacchi alle navi mercantili che transitano per lo Stretto di Aden. A fine gennaio nelle mani dei pirati c’erano ancora quattro mercantili e i 300 membri dei loro equipaggi.

Il quadro socio-politico della Somalia appare quindi ancora complicato. L’interrogativo che molti si pongono è quali mezzi mettere in campo per riportare la stabilità nel Paese. «La soluzione non è semplice - spiegano i responsabili della Caritas -. A nostro parere va individuata e sostenuta una nuova leadership somala che abbia come priorità assoluta il bene comune della popolazione civile. Un’impresa non semplice, ma solo così si potrà mettere la parola fine a più di vent’anni di insicurezza e di disordini».
Enrico Casale

© FCSF – Popoli
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