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Stop agli F35, un risparmio da 14 miliardi
4 novembre 2011

«No» agli F35: sospendere la costruzione dei cacciabombardieri farebbe risparmiare quasi 600 milioni solo nel 2012. È una delle proposte contenute nel Libro nero sul welfare italiano, lanciato ieri dalla Campagna «I diritti alzano la voce» - cui aderisce anche Popoli - e da Sbilanciamoci. Il libro contiene proposte per un welfare diverso, per cui servono risorse. Indica perciò alcune scelte politiche per reperirle: non solo attraverso una tassazione delle rendite (dal 12,5 al 23%) e dei patrimoni sopra i 500mila euro, ma anche mettendo in discussione importanti spese nella difesa, dalle missioni all’estero - in primis l’Afghanistan - agli investimenti per armamenti.
Al caso degli F35 Joint Strike Fighter, la cui rinuncia farebbe risparmiare 14 miliardi nei prossimi 16 anni, Popoli ha dedicato sul numero di novembre una riflessione di don Renato Sacco, sacerdote novarese e consigliere nazionale di Pax Christi.

Il caso F35, la politica e i cristiani

«Desideriamo riaffermare, come comunità cristiana, la necessità di opporsi alla produzione e alla commercializzazione di strumenti concepiti per la guerra. Ci riferiamo, in particolare, alla problematica sorta recentemente sul nostro territorio piemontese relativa all’avvio dell’assemblaggio finale di velivoli da combattimento da effettuarsi nel sito aeronautico di Cameri (Novara) (…). Abbiamo la speranza che si arrivi a un ripensamento». Sono parole tratte da un comunicato del 25 gennaio 2007, firmato dall’allora presidente di Pax Christi, mons. Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, e da mons. Fernando Charrier, vescovo di Alessandria, delegato per la Pastorale sociale e il lavoro della Regione ecclesiastica piemontese. A distanza di quasi 5 anni, quel testo è ancora importante e fa discutere dentro e fuori la Chiesa, perché tocca un tema importante, un nervo scoperto, forse un po’ tabù: la corsa agli armamenti, la spesa militare e, in particolare, il progetto faraonico dei nuovi cacciabombardieri Joint Strike Fighter (F35).
Che cos’è un F35? È un aereo da combattimento monomotore, monoposto, in grado di operare alla velocità del suono, ma con una velocità di crociera subsonica. Un cacciabombardiere ottimizzato per l’attacco aria-terra (quindi offensivo) e ha due stive interne per le bombe che possono essere anche di tipo nucleare. È un velivolo di tipo stealth, cioè a bassa rilevabilità da parte dei sistemi radar e di altri sensori. Il progetto è realizzato in cooperazione da Stati Uniti, Regno Unito, Italia, Paesi Bassi, Canada, Turchia, Australia, Norvegia e Danimarca. Si prevede la costruzione di 3.173 aerei, dei quali 2.433 destinati alle forze aeree statunitensi. L’Italia ha deciso di acquistarne 131. Fino a oggi, questo progetto è costato al nostro Paese 1,5 miliardi di euro. La spesa prevista è di almeno altri 15, solo per l’acquisto dei velivoli, arrivando a circa 20 miliardi complessivi nei prossimi anni.
Come ha scritto Pax Christi, lanciando la campagna contro gli F35: «È un problema che interpella le coscienze, la politica e la vita di ognuno». In un momento così grave per la crisi economica che viviamo, mentre si tagliano risorse in tutti i settori (riducendo, in particolare, le tutele dello Stato sociale) perché spendere 20 miliardi di euro per un nuovo aereo da guerra? Tra l’altro le nostre forze armate, è giusto ricordarlo, hanno in dotazione i Tornado e gli Eurofighter: che non sono certo obsoleti! E da più parti si sostiene che ormai il progetto Jsf sia già vecchio e strategicamente superato. In Italia se ne parla dal 1996. Negli Stati Uniti, dopo gli stanziamenti iniziali, l’amministrazione ha proposto, a partire dal 2012, un taglio annuo di 100 miliardi di dollari al bilancio della Difesa, rinunciando alla versione per i Marines dell’F35-B, in modo da risparmiare 9,5 miliardi di dollari. In Europa, alcuni Paesi come Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia e Paesi Bassi hanno annunciato tagli alle spese militari con riduzione anche degli F35.
L’Italia sembra essere l’unico Paese che non intende ridurre gli investimenti di questo progetto. Gli F35, il cui assemblaggio è previsto a Cameri, vicino a Novara, dove già esistono un aeroporto militare e un centro di manutenzione dell’aeronautica militare, vengono presentati da molti come una grande occasione, un «treno» da non perdere, che porterà alta tecnologia e migliaia di posti di lavoro. La commissione Giustizia e pace della diocesi di Novara ha lavorato molto su questo tema e ha prodotto anche alcuni documenti nei quali, tra l’altro, si afferma: «Basti pensare che in Europa in tutto il settore industriale militare tra il 1993 e il 2003, sono stati cancellati 750mila posti di lavoro! Se l’assemblaggio di 131 caccia F35 avrà un costo che si può ipotizzare intorno ai 15 miliardi di euro, ci si può legittimamente chiedere se con una cifra così alta non si potrebbero realizzare progetti occupazionali in grado di produrre beni di consumo che siano di beneficio a tutta la popolazione e non solo alla ristretta cerchia degli interessi dell’industria bellica italiana e internazionale. Quindici miliardi di euro potrebbero essere spesi in modo diverso, creando forse ancor di più posti lavoro di quelli legati alla sola industria bellica» (1° gennaio 2010).
Fosse anche vero, e non è vero, che la produzione di cacciabombardieri porta lavoro, restano alcune domande fondamentali. Innanzitutto come conciliare questo progetto con l’art. 11 della nostra Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Evitiamo di scomodare il Vangelo e Gesù Cristo in persona, perché è talmente evidente la scelta evangelica che il discorso è subito chiuso. La non-violenza annunciata e vissuta in prima persona da Gesù è al centro del messaggio evangelico, fino alla croce! Ma non possiamo dimenticare gli innumerevoli interventi del Magistero della Chiesa. Ad esempio, l’enciclica Populorum Progressio (1967) di Paolo VI, sostiene: «Quando tanti popoli hanno fame (…) ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile. Noi abbiamo il dovere di denunciarlo. Vogliano i responsabili ascoltarci prima che sia troppo tardi» (n. 53).
Oppure il documento La Santa Sede e il disarmo generale (3 giugno 1976), rimosso troppo presto dalla pubblica coscienza, ribadisce: «La corsa agli armamenti, anche quando è dettata da una preoccupazione di legittima difesa (...) costituisce in realtà un furto (…). La contraddizione manifesta tra lo spreco della sovrapproduzione delle attrezzature militari e la somma dei bisogni vitali non soddisfatti (Paesi in via di sviluppo; emarginati e poveri delle società abbienti) costituisce già un’aggressione verso quelli che ne sono vittime. Aggressione che si fa crimine: gli armamenti, anche se non messi in opera, con il loro alto costo uccidono i poveri, facendoli morire di fame».
Ho avuto modo, come membro di Pax Christi, di visitare molte volte l’Iraq, l’ultimo viaggio è del giugno scorso. E, ai primi di settembre sono stato in Afghanistan. Sono due Paesi che hanno vissuto e continuano a vivere nella guerra e nelle sue dolorose conseguenze. A Baghdad, ancora oggi, l’energia elettrica viene erogata solo 3-4 ore al giorno. A Kabul ci sono fogne a cielo aperto. L’Afghanistan è uno dei Paesi più poveri del mondo. E la comunità internazionale, compresa l’Italia, è presente con missioni militari da dieci anni.
Quanti soldi investiti per la guerra... Solo l’Italia spende, per la sua «missione militare» forte di 4.000 soldati, circa due milioni di euro al giorno. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, in Afghanistan e in Italia. E così non ci sono soldi per gli insegnanti di sostegno e mille altre necessità, ma si trovano i fondi per finanziare la guerra, che non porta progresso e dignità alle persone che vivono in quella terra.
Quando, come commissione Giustizia e pace della diocesi di Novara, insieme alla Rete Disarmo, a Pax Christi e a tante altre associazioni abbiamo cercato di informare sulla follia del progetto F35, abbiamo chiesto anche ai missionari che ci facessero avere una loro considerazione, dal Sud del mondo. Molte le risposte. Uno di loro scriveva: «Ma siete matti? Spendere tutti quei soldi mentre qui non abbiamo l’essenziale per la nostra gente. C’è da sperare che questi aerei non vengano mai usati. Ma allora, se devono restare ad arrugginire a terra, perché non investire questi soldi per la vita e non per la morte?».

Renato Sacco

 

© FCSF – Popoli