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Tra retorica pubblica e realtà
7 febbraio 2011
[pubblicato su Popoli, n. 2/2011] - Ha fatto discutere nei mesi scorsi l’uscita pubblica della cancelliera tedesca Angela Merkel, secondo cui in Germania l’approccio multiculturale alla questione dell’integrazione degli immigrati «è fallito, completamente fallito». Gli stranieri, benché necessari all’economia tedesca, «devono adottare la cultura e i valori tedeschi». Cose non molto diverse aveva detto qualche anno fa Tony Blair, dopo gli attentati di Londra, e così altri leader politici europei.
Il multiculturalismo, cavallo di battaglia delle politiche per l’immigrazione dell’ultimo ventennio del secolo scorso, è caduto in disgrazia e sembra destinato a finire in soffitta.
Se però si va oltre il livello delle retoriche pubbliche e si prendono in considerazione le misure effettivamente attuate, si scopre una realtà abbastanza diversa. Per esempio, la Germania del governo Merkel finanzia con denaro dello Stato federale la formazione degli imam che intendono esercitare la funzione di guide religiose in Germania. Lo stesso fa da alcuni anni la Francia, nonostante i fiumi di parole spese all’Assemblea nazionale sul principio della laicità. Politiche dichiarate e politiche praticate spesso non coincidono, nel bene e nel male.
Altre sorprese attendono chi si prende la briga di scendere dal livello nazionale a quello delle politiche locali. Di nuovo, la Francia offre esempi interessanti: i medesimi politici che in Parlamento propugnano una visione ostile al riconoscimento pubblico delle comunità religiose, quando agiscono come sindaci della loro città inaugurano moschee e pagode, finanziano associazioni promosse dalle minoranze religiose, promuovono istanze di dialogo tra fedi e culture.
Naturalmente gli esempi sono molteplici anche altrove, ben al di là dei confini dei Paesi considerati più aperti all’approccio multiculturale: Paesi Bassi, Gran Bretagna, Svezia. Spesso anzi i governi locali devono compensare le manchevolezze delle politiche nazionali: se difetta il riconoscimento del pluralismo religioso e culturale a livello nazionale, è frequente riscontrarlo a livello locale. I festeggiamenti del capodanno cinese, le manifestazioni che promuovono musica e arti figurative delle minoranze, gli esempi di educazione interculturale, l’istituzione di Case o Musei delle culture si sono diffusi in tutte le città occidentali che ospitano consistenti minoranze immigrate.
Nei fatti, poi, le politiche per gli immigrati sono composte di interventi diversi, stratificati nel tempo, destinati a rispondere a problemi specifici o a esigenze di gruppi particolari: rifugiati, popolazioni delle ex colonie, seconde generazioni, familiari ricongiunti, ecc. Problemi che spesso accomunano Paesi che sulla carta, nelle loro retoriche pubbliche, dovrebbero seguire approcci diversi.
In realtà, le misure concretamente assunte da chi intende governare con equilibrio le complesse questioni poste dall’insediamento di popolazioni immigrate si assomigliano molto di più di quanto farebbero pensare i modelli astratti di riferimento, al di là di aspetti simbolici come la battaglia sul velo islamico. La vera differenza passa tra governi, centrali e locali, disposti a impegnarsi per costruire una società più integrata e solidale, e governi e forze politiche che speculano sulle paure e i conflitti che discendono dalla formazione di società sempre più multietniche e differenziate. In Italia ne sappiamo qualcosa.
Maurizio Ambrosini
© FCSF – Popoli
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