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Tra un anno la fine del mondo? Cosa dice davvero la profezia maya
21 dicembre 2011

Secondo una leggenda metropolitana, una profezia maya avrebbe fissato per il 21 dicembre 2012 la fine del mondo. Un gesuita antropologo che da anni lavora con gli indios del Guatemala svela l’infondatezza di questa teoria ma invita a lasciarsi interrogare dalla saggezza indigena.

Si dice che nell’anno 2012 finirà il mondo. Lo sostengono persone che hanno studiato. Sono usciti film e romanzi su questa fine del mondo, tutti basati su una profezia maya molto antica.
Prima di esaminare la validità di queste argomentazioni, conviene ricordare che nella storia dell’umanità ci sono state molte profezie incompiute sulla fine del mondo. In internet ci sono siti che in una sola pagina ne menzionano più di sessanta.

IL MONDO NON SI FERMA
I primi cristiani, compreso san Paolo, credevano che la fine del mondo sarebbe arrivata molto presto. La chiamavano la seconda venuta del Signore Gesù. Non conoscevano la data precisa, sapevano solo che era imminente e che loro ci sarebbero stati. Si trattava di un’idea che aiutava i cristiani a sopportare con più perseveranza le persecuzioni patite a causa della nuova religione.
Molto più tardi, un sacerdote romano predisse che il mondo sarebbe finito nell’anno 500, quando Cristo sarebbe apparso nella sua seconda venuta. Studiando la Bibbia, egli scoprì che l’arca di Noè misurava 500 cubiti; siccome l’arca era simbolo della fine del mondo e ogni cubito era un anno, la fine doveva arrivare nel 500. Ma l’anno 500 arrivò e il mondo è andato avanti.
Molti poi pensarono che Cristo sarebbe tornato nell’anno 1000, essendo un altro anno a cifra tonda e con tre zeri finali. Negli ultimi mesi del 999 tutti cominciarono a compiere opere buone e, per la paura, a vendere i propri beni e a darli ai poveri. Smisero di coltivare la terra e migliaia di persone andarono in pellegrinaggio a Gerusalemme abbandonando le proprie case. L’anno 1000 arrivò e non è successo niente.
Non solo tra i cristiani sono sorte queste profezie. Anwari era un grande poeta persiano del XII secolo. Annunciò la fine del mondo per il 16 settembre 1186, perché in quel giorno cinque pianeti si sarebbero raggruppati nella costellazione della Bilancia, provocando un’energia catastrofica. Il poeta osservò il cielo quella notte, ma non vide la fine del mondo.
Anche un altro grande saggio, un tedesco dell’Università di Tubinga, era convinto che il segnale della fine del mondo imminente sarebbe stato dato dagli astri. Questa volta la data individuata fu il 20 febbraio 1524, quando altri pianeti si sarebbero uniti nella costellazione dei Pesci. Il saggio era molto rispettato e alcuni ricchi tedeschi iniziarono a costruire un’arca come quella di Noè. In effetti, il 19 febbraio di quell’anno ci fu una grande tempesta con piogge torrenziali. La gente prese d’assalto le imbarcazioni e ci furono anche dei morti, ma, dopo un giorno di angoscia, il 21 il sole tornò a splendere.
Gli astri, come i numeri, hanno sempre avuto un fascino che ha portato a speculare sulla fine del mondo. Nel 1666 avrebbe dovuto esserci la fine del mondo perché i tre 6 sono il simbolo della Bestia dell’Apocalisse, ma quell’anno finì e il mondo continuò a girare come una trottola. Fanatici di queste profezie erano anche gli avventisti e i testimoni di Geova, il cui fondatore, Charles Russell, annunciò la fine per il 1874. Poiché non successe niente, cambiò la data con il 1914 e, poiché di nuovo non si verificò, dichiarò che era stato male interpretato e che la data giusta sarà il 2914. Ma noi non saremo più qui per vedere se si è sbagliato ancora.

IL CALENDARIO MAYA: LA PERSONA AL CENTRO
Le persone che ammirano la civiltà maya affermano che la fine del mondo avverrà il 21 dicembre dell’anno 2012 in un giorno 4 ajaw (o 4 ajpú secondo il calendario kiché). Dicono che se anche non sarà proprio la fine del mondo, comunque ci sarà in quel giorno un cambiamento spettacolare in cielo, in terra e in tutta l’umanità.
Su quali argomenti si basano? Si basano su calcoli e supposizioni che essi combinano fantasiosamente per attribuire al calendario maya questo senso. Dicono che il 21 dicembre 2012 si completerà un ciclo di 13 b’ak’tun, un ciclo formato da 5.125 anni e iniziato l’11 agosto dell’anno 3114 a.C. Il ciclo cominciò, dicono, quando si creò il mondo, e terminerà quando il mondo dovrà distruggersi perché nasca un’altra creazione. La creazione che terminerà in quel giorno non è la prima ma la quinta, perché ce ne sarebbero state altre prima. Quella attuale, quella che sta per finire e che è la Quinta Creazione, si chiama anche Quinto Sole.
Che cos’è un b’ak’tun? È un ciclo di 144mila giorni. Il calendario maya, antichissimo, è composto da multipli di 20 giorni. Questi 20 giorni sono quelli che i leader spirituali kiché (ajq’ijab’) attualmente riconoscono e usano nel loro calendario, chiamato cholq’ij («il computo dei giorni»). Il numero 20 è come una persona (winaq) poiché 20 sono le dita di un essere umano. Se si moltiplica una persona per 18 mesi, allora abbiamo (20x18) un tun, che contiene 360 giorni, quasi un anno solare. Un tun è come un colpo di tamburo. Se moltiplichiamo 20 tun (20 colpi di tamburo) per 360 giorni, abbiamo un k’atun, con 7.200 giorni. E 20 k’atun sono un b’ak’tun: 144mila giorni.
Il ciclo che terminerà nel 2012 è di 13 b’ak’tun: 1 milione 872mila giorni, ossia 5.125 anni. Si tratta di una matematica complicata che i maya usavano nelle loro iscrizioni per ricordare date, tenendo sempre come centro la persona umana: il numero 20.

«IL 13 SARÀ UN GIORNO NERO»
Le stele maya sono alte pietre intagliate con iscrizioni di date e racconti che gli epigrafisti ora cominciano a decifrare. I maya scrivevano i numeri con punti e linee. Un punto valeva 1, due punti 2, tre punti 3 ecc., ma per il 5, invece dei cinque punti si scriveva una linea. Il 6 era una linea con sopra un punto, il 7 una linea con sopra due punti. Quando arrivavano a 10, scrivevano una linea sopra all’altra.
Tutto questo appare nelle stele, spesso lungo un lato. Una data diceva quanti fossero i giorni del winaq, quanti tun, quanti k’atun, quanti b’ak’tun. Quando si trova l’iscrizione 13.0.0.0.0 significa che è iniziato o è terminato il ciclo di 13 b’ak’tun. Cominciando dall’ultimo zero, diciamo che ci sono 0 winaq, 0 tun, 0 k’atun, 0 b’ak’tun 13 volte. Questa data corrispondeva sempre a 4 ajaw.
Secondo le iscrizioni scoperte, l’uso profetico del 4 ajaw 13.0.0.0.0 non è molto frequente, come invece danno a intendere i profeti della fine del mondo nel 2012, che in genere non sono maya. In tutta l’area maya è stata trovata una sola stele in cui compaia quella sequenza di numeri con riferimento al 21 dicembre 2012. Si tratta di un monumento trovato nello Stato del Tabasco, in Messico, e definito Tortuguero, sicuramente perché c’erano molte tartarughe nei dintorni. Gli epigrafisti hanno cercato di comprendere quel che dice, ma è molto difficile decifrarla, perché la pietra è rotta nel punto in cui ci sono alcuni simboli importanti. Gli esperti leggono così: «Il 13 b’ak’tun succederà nero... scenderà B’olon Yokte’ alla rossa». Questo è tutto.
B’olon Yokte’ è un dio poco menzionato e non famoso. Il suo nome significa qualcosa come «nove alberi con molte radici» ed è un dio del cambiamento, della distruzione e della fine di periodi. Questo monumento certamente predice qualcosa di catastrofico, ma è l’unico in tutta l’area maya, il dio nominato non è «famoso» tra i maya e della catastrofe possiamo solo dedurre che sarà molto grande perché avverrà alla fine del ciclo, ma non si dice che si tratta della fine della Quinta Creazione. Sono dati molto frammentari per dedurre che si indicava la fine del mondo e non solo quella di questa concreta comunità di Tabasco.

ANCHE NELLA STELE DI QUIRIGUÁ
C’è un’altra stele, che si trova nel sito di Quiriguá (Izabal, Guatemala), in cui compare il 13 b’ak’tun, ma non in un senso profetico bensì storico: non parla del futuro ma del passato. Il riferimento è alla data in cui cominciò il ciclo del 13 b’ak’tun: l’anno 3114 a.C. Ciò che è descritto è la creazione del mondo. La breve narrazione ci presenta gli dèi che fanno il mondo come quando si costruisce una casa: cominciando dal «fuoco del focolare che si rivelò» e dalle tre pietre su cui si colloca il comal (la piastra di terracotta o metallo che si usa per cuocere tortillas, ndt). Gli dei collocano le pietre sopra la terra, ma anche nel cielo, dove sono come stelle, e per muoversi nel cielo utilizzano una canoa. Gli dei sono rematori di questo mare infinito che è il firmamento.
Conoscendo, attraverso questo monumento di Quiriguá, come avvenne la creazione del mondo, possiamo farci un’idea di come inizierebbe una nuova creazione il 21 dicembre 2012. Niente di più. La stele di Quiriguá non dice niente del futuro, guarda solo al passato. Con la nostra immaginazione possiamo combinare questa stele con quella di Tabasco, ma è rischioso, perché, anche se a quell’epoca il calendario maya era usato dappertutto, il calcolo dei cicli e l’interpretazione della sua lettura erano molto diversi da un luogo all’altro. Date le distanze e differenze è molto improbabile che se nel Tabasco si stesse profetizzando la fine di un’era per quella data, ci fosse la stessa credenza a Quiriguá.
Nella cultura maya si trovano altre stele interessanti (come a Quintana Roo, in Messico), alcune storie scritte e anche semplici racconti tramandati oralmente che si occupano delle origini del mondo oppure contengono profezie future, ma nulla che coincida con quella del Tortuguero.
Tanto è vero che gli attuali leader spirituali maya non sono per nulla preoccupati per un’imminente catastrofe il 21 dicembre 2012. E se qualcuno lo è, è solo per leggende arrivate da fuori.

LA FINE DI COSA?
Tutto questo non significa che l’umanità non sia di fronte al cambiamento di una grande tappa della storia e che l’antichissima cultura maya non ci possa illuminare per saper vivere un passaggio così fondamentale. Ma è un passaggio che non avviene in un solo giorno e che non significa la fine del mondo, anche se ci fossero grandi catastrofi, come quelle che abbiamo già vissuto con i disastri ecologici, le innumerevoli e drammatiche guerre in tutto il mondo, i movimenti di popolazioni a livello globale che annunciano conflitti tra Nord e Sud, l’esaurimento delle fonti energetiche, la scarsità d’acqua e la lotta per essa.
Ci troviamo in un tempo di transizione, anche della conoscenza, come dice un noto pensatore portoghese, Teotônio dos Santos: da una conoscenza regolatrice a una conoscenza emancipatrice.
Un tempo di transizione che deve provocare anche la nostra immaginazione. Immaginiamo di non essere alla soglia della fine del mondo, ma della fine del mondo che abbiamo costruito, della nostra fine. Quale sarebbe l’impronta umana che resterebbe se ciò che sta per «finire» non fosse «il mondo», ma l’umanità, la specie umana che popola il mondo e la civiltà che abbiamo costruito? Sicuramente, senza di noi, il mondo non collasserà ma rifiorirà.
Nel 2012, e già da ora, siamo invitati a pensare che dobbiamo mettere «fine» a questa fase della storia affinché il mondo, la Madre Terra, continui ad accoglierci.    

Ricardo Falla S.I.
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