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Un gesuita alla scoperta del Tibet
21 giugno 2012
In uno dei suoi ultimi libri, dal titolo Toward a True Kinship of Faiths: How the World’s Religions Can Come Together (2010), l’attuale dalai lama dedica alcune pagine al missionario gesuita italiano Ippolito Desideri; illustrando, con notevole ammirazione (e un’imprecisione), il grande apporto che questi diede all’incontro tra il cristianesimo e il buddhismo.
Nato a Pistoia nel 1684 e morto a Roma nel 1733, Desideri è considerato da tutti gli studiosi di orientalistica il primo tibetologo occidentale. Tuttavia, la sua opera missionaria incappò in quella lunga serie di superficialità ed errori (altrui) che caratterizzarono l’azione di taluni uomini di Chiesa tra il XVII e XVIII secolo. Non solo fu vittima, da vivo, di incomprensioni, invidie e gelosie, ma la sua opera - tuttora ritenuta ineguagliata - è rimasta nascosta negli archivi fino alla seconda metà del secolo corso.
Non di meno, come il riconoscimento del dalai lama attesta, da un paio di decenni si inizia a rendere onore a questo precursore dell’incontro fra popoli lontani e tradizioni diverse, antesignano del dialogo e autore di una grande impresa esplorativa. Poiché ancora oggi, a distanza di tre secoli, il suo esempio ha molto da insegnare, i suoi scritti sono oggetto di ricerca di studiosi di diversa provenienza. Infatti, non sono solo gli orientalisti dediti alle civiltà himalayane a interessarsi a Ippolito Desideri, ma anche gli storici della geografia e cartografia.
La fonte che, tra le tante, vogliamo citare è il sito web che ha proprio il nome del missionario: www.ippolito-desideri.net, sito la cui realizzazione si deve a Enzo Gualtiero Bargiacchi. La versione inglese è ora disponibile grazie al sostegno offerto dal Comune di Pistoia.

MISSIONE LHASA
Delle opere in lingua tibetana di Desideri abbiamo la traduzione con edizione critica curata dal missionario saveriano Giuseppe Toscano (1911-2003). I primi quattro volumi delle Opere tibetane sono state pubblicate dall’Ismeo (Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente) di Roma tra 1981 e il 1989. Un quinto volume, Skye ba sna ma (La trasmigrazione delle anime), è ancora inedito, allo stato di dattiloscritto: una copia è stata donata dallo stesso missionario saveriano alla redazione di Popoli.
Cosa fece, dunque, Ippolito Desideri? Destinato alla missione in Tibet, oggetto di tentativi infruttuosi da parte della stessa Compagnia di Gesù nel secolo precedente, partì da Roma il 9 settembre 1712, e dopo un viaggio avventuroso, per mare e per terra, giunse a Lhasa il 18 marzo 1716. Lo svedese Sven Hedin (1865-1952), grande esploratore-geografo del Tibet e dell’Asia Centrale, riconosce i meriti di Desideri: non solo per l’impresa del viaggio - il gesuita fu infatti il primo europeo a compiere l’intero percorso transhimalayano dall’India fino a Lhasa e oltre -, ma anche per la descrizione che ne ha lasciato (La Relazione di Viaggio), difficilmente superabile anche dai viaggiatori moderni. «L’opera di Desideri è una delle migliori e più affidabili mai scritte sul Tibet», sentenzia Hedin, ricca di precise informazioni, fornite con bello stile letterario, tanto che il gesuita può essere indicato «come uno dei più brillanti viaggiatori che abbiano mai visitato il Tibet e, tra gli antichi, di gran lunga il più importante e il più intelligente di tutti».
A Lhasa il missionario, ben accolto e sostenuto nei suoi studi, si meravigliò di questa apertura e del fatto che le idee da lui proposte fossero accolte con favore, anche se i tibetani non accettavano l’unicità salvifica del cristianesimo, rimanendo stabili nella convinzione «che ciascuno nella sua legge possa salvarsi».
Desideri, impadronitosi perfettamente della lingua tibetana, penetrò nelle più profonde concezioni del buddhismo, e le descrisse mirabilmente, discutendone i fondamenti in cinque libri scritti direttamente in tibetano. Ma il suo straordinario lavoro apostolico fu forzatamente interrotto quando, dopo cinque anni di permanenza in Tibet, fu costretto a lasciare Lhasa, sulla base di un’ingiunzione di Propaganda Fide (l’attuale Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli). Cedendo alle loro pressioni, Roma aveva affidato la missione del Tibet all’ordine dei cappuccini che la reclamarono come loro monopolio esclusivo.
Ci si trovava nel pieno della triste controversia dei riti cinesi e malabarici, risoltasi soltanto nel 1939 quando papa Pio XII diede ragione al metodo pastorale dei gesuiti, utilizzato da Matteo Ricci in avanti. Tale diatriba - che in ultima analisi riguardava il metodo apostolico dell’inculturazione del Vangelo - coinvolse, seppure indirettamente, anche Desideri e gli impedì di presentare la sua Relazione e di difendere il suo operato presso la Congregazione vaticana.
I missionari cappuccini, che non vantavano tra di loro personalità capaci di intessere quelle relazioni che Desideri aveva stabilito sia con i lama sia con i notabili tibetani, non furono in grado di continuare un’attività apostolica incisiva e fruttuosa. Infatti, tra di loro solo uno aveva appreso bene la lingua e la cultura tibetana, senza però divenire un interlocutore dei monaci. Si tratta del padre Orazio della Penna, detto anche «da Pennabilli» (1680-1745).
Come riporta l’Enciclopedia Treccani, tra i cappuccini fu l’unico che possa essere definito tibetologo. È curioso il fatto che l’attuale dalai lama abbia visitato proprio questo borgo del Montefeltro nel luglio del 2005, ricavandone l’erronea convinzione, come riporta nel testo citato all’inizio, di essere stato nel monastero dal quale Ippolito Desideri partì per il Tibet.

A ROMA, IN SOLITUDINE
Lasciato a malincuore il Tibet nel 1721, Desideri rimase in India fino al 1727. Giunto a Roma l’anno dopo, vi rimase fino alla morte, nella solitudine e sotto regime di censura. Infatti, non solo la speranza di ritornare in Tibet fu definitivamente frustrata, ma - come detto - gli venne anche impedito di pubblicare la Relazione, già predisposta per la stampa. Essa contiene una completa e approfondita descrizione di quasi tutti gli aspetti della vita e della cultura tibetana e specialmente della religione, sia nelle sue manifestazioni esteriori, sia nei suoi fondamenti filosofici.
Tra questi, primo fra tutti gli occidentali, comprese il concetto buddhista della vacuità. Uno dei «più astrusi e più intrigati trattando del Vacuo, non già preso in senso materiale e filosofico, ma in senso mistico ed elevato, il di cui scopo è di escludere finalmente l’esistenza d’alcun Ente che da se stesso abbia il suo essere e che sia increato e indipendente», con la conclusione sconcertante, per un religioso occidentale, di «con ciò chiuder affatto la porta alla cognizione di Dio».
Giuseppe Tucci, il più eminente orientalista degli ultimi due secoli, osserva: «Chi ha detto meglio del Desideri che il buddhismo, ad onta dei suoi idoli, è una religione senza Dio?». Proseguendo afferma che «anche oggi, a due secoli di distanza, è per profondità e chiarezza una delle più sicure esposizioni delle credenze religiose del Tibet. Per la sua larghezza di mente e per la simpatia con la quale avvicinò il popolo di cui era ospite e la sua cultura poté studiare con i monaci tibetani, si abituò al loro modo di ragionare e perciò riuscì a veder chiaro dove oggi molti non trovano altro che tenebra», e a compilare «quella Relazione del Tibet che per la sua profondità e diligenza resiste all’urto dei secoli e al perfezionarsi dell’indagine».
Con la Relazione e con le sue opere in lingua tibetana, Ippolito Desideri produsse un mirabile incontro sul «tetto del mondo» tra san Tommaso d’Aquino e Tsongkha-pa, il grande sistematizzatore del pensiero buddhista tibetano.
Alessandro Ananda

© FCSF – Popoli
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