Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Primo piano
Cerca in Primo Piano
 
Un'icona biblica, tra protezione ed esclusione
6 novembre 2014
Il 9 novembre del 1989 cadeva il muro più famoso del Novecento. Ma le speranze di un mondo senza divisioni sono state ampiamente deluse: nell'inchiesta che esce nel numero di novembre la testimonianza di un grande inviato, tre reportage dal campo, una riflessione biblica e una mappa di tutte le barriere oggi presenti nel mondo. Qui anticipiamo l'articolo del gesuita Giuseppe Trotta


Nel mondo antico le città più importanti erano fortificate per difenderle dagli attacchi dei nemici. Le mura davano un senso di protezione e sicurezza: più erano alte e spesse, più gli abitanti potevano ritenersi al riparo dalle minacce del mondo esterno. A partire da questa funzione, l’immaginario popolare le ha fatte diventare il simbolo stesso della difesa, la condizione necessaria per una vita sicura e tranquilla.

Nella Bibbia, in particolare, le mura sono un’immagine della protezione di cui gode il popolo eletto da parte del suo Dio, grazie all’Alleanza che ha voluto stipulare con lui. Per questo il profeta Isaia celebra il «giorno del Signore», il tempo della salvezza e della pace ristabilita da Dio, con queste parole: «In quel giorno si canterà questo canto nel paese di Giuda: “Abbiamo una città forte; egli ha eretto a nostra salvezza mura e bastioni. Aprite le porte: entri il popolo giusto che mantiene la fedeltà. La sua volontà è salda; tu gli assicurerai la pace perché in te confida”» (Is 26, 1-3).

Il profeta istituisce un parallelo tra le fortificazioni con cui la città viene resa forte e sicura e la fiducia che il «popolo giusto» ripone nel Dio dell’Alleanza: l’architettura della città è una proiezione della «volontà salda» di mantenersi fedeli al Patto. Dalla convergenza di questi due aspetti - fisico (le mura) e spirituale (la fiducia) - deriva la condizione di pace, interiore ed esteriore.

Come sempre, però, le realtà umane sono segnate dall’ambiguità, per cui uno stesso simbolo può avere, in altri contesti, un’accezione negativa. Infatti, nella Bibbia i muri di cinta delle città sono spesso un ostacolo da abbattere, perché rappresentano l’opposizione al disegno di Dio sull’uomo e sulla storia. In questi casi sono un segno della superbia umana, compiaciuta dalle opere imponenti delle proprie mani, alle quali si consegna la propria salvezza, senza accorgersi o voler vedere il dolore che causano.

L’esempio più noto (cfr Gs 6, 1-21) è quello delle mura di Gerico, la prima città incontrata dagli israeliti dopo avere attraversato il Giordano, i cui abitanti si oppongono al loro ingresso nella Terra. In quel caso, infatti, il crollo non avviene in seguito a una classica azione di guerra, ma per una sorta di processione - un atto liturgico - compiuta dai guerrieri ebrei girando attorno alle mura con in spalla l’arca dell’Alleanza.

Bisogna sempre tenere presente, però, che l’elemento discriminante dell’azione di Dio è l’Alleanza e la fedeltà ad essa, non il popolo in quanto tale, sia quando si tratta di erigere e tenere in piedi le difese, sia quando si tratta di abbatterle. Lo stesso Isaia, infatti, nel famoso «Canto della vigna», presenta Dio, «il diletto», sconsolato per la mancanza d’amore del popolo nei suoi confronti, nonostante tutte le attenzioni e i gesti d’amore compiuti (cfr Is 5). 

Non sapendo più come fare per mantenere Israele nella fedeltà, Dio decide di abbattere il muro di cinta che protegge la vigna e così lasciarla in balia dei nemici, per far capire al suo popolo che il male produce altro male: «Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele; gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi. Guai a voi, che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio, e così restate soli ad abitare nel paese» (Is 5, 7-8).

È un testo attuale: quando muri di varia natura diventano strumento di violenza e oppressione, quando il loro scopo è di restare «da soli ad abitare il paese», Dio li fa cadere, li abbatte per ristabilire la giustizia, senza la quale non è possibile la pace e la sicurezza, per quanto gagliarde possano essere le costruzioni a loro difesa.
Giuseppe Trotta SJ 
Gesuita, biblista, redattore di Aggiornamenti Sociali
© FCSF – Popoli