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Un tesoro di 11.500 miliardi di dollari
3 ottobre 2011
Anonimato, conti cifrati, prestanome: i paradisi fiscali sono fortezze impenetrabili. Difficile quindi carpirne i segreti e comprendere con esattezza quale sia il giro d’affari che gravita intorno a questi centri finanziari. Esistono solo alcune stime elaborate nel 2010 dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), secondo le quali nei quaranta paradisi fiscali (ma il loro numero varia a seconda dei differenti criteri di classificazione) sarebbero investiti circa 11.500 miliardi di dollari. Cioè il doppio di quanto i governi di tutto il mondo hanno investito negli ultimi due anni per far fronte alla crisi economica e finanziaria mondiale. Nei paradisi fiscali opererebbero 10mila istituti di credito.

Secondo il fisco statunitense, ogni anno 100 miliardi di dollari (71 miliardi di euro) vengono sottratti alle casse di Washington per essere investiti in centri offshore. Secondo la Banca d’Italia i capitali italiani all’estero non dichiarati nel 2008 ammontavano a 140 miliardi di euro. Di questi solo una sessantina sarebbero rientrati in Italia grazie al cosiddetto «scudo fiscale».
I paradisi fiscali danneggiano anche i Paesi del Sud del mondo. Secondo Christian Aid, una Ong britannica di matrice protestante, i Paesi in via di sviluppo perdono a causa della fuga di capitali circa 160 miliardi di dollari, molto più di quanto ricevono in aiuti umanitari.

Ma qual è la provenienza dei capitali investiti nei paradisi fiscali? Secondo l’Ocse il 45% è frutto di evasione o elusione fiscale, il 15% di «finanza politica» (i proventi della corruzione e della concussione o i «tesori» dei vari dittatori del Terzo Mondo), il 40% deriverebbe da traffici illeciti: proventi del commercio di stupefacenti, del traffico d’armi o del terrorismo.

© FCSF – Popoli