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Una Chiesa dal volto indio: intervista a mons. Ruiz
27 gennaio 2011

Pubblichiamo di seguito un’intervista a Samuel Ruiz uscita su Popoli nel giugno-luglio del 2000 (a firma di Mauro Castagnaro), pochi mesi dopo la fine del suo episcopato.

Mons. Ruiz, uno dei punti centrali della sua azione pastorale è stato il rapporto con gli indigeni. Quali sono i motivi di fondo delle difficoltà che ancora oggi la Chiesa incontra in questo campo?
In America Latina stiamo affrontando questioni già vissute ai primordi della Chiesa. Infatti il primo problema che la Chiesa incontra è quello dei convertiti dal paganesimo. Molti di coloro che provenivano dal giudaismo sostenevano che essi dovessero prima aderire alla legge di Mosè e poi, attraverso quella, diventare cristiani, perché la promessa era stata fatta al popolo ebreo. Pietro e Paolo assunsero posizioni diverse sull’argomento, con Paolo a sottolineare il superamento della legge mosaica, in una discussione profonda e non senza tensioni. Il primo Concilio di Gerusalemme diede le indicazioni per risolvere il problema. San Paolo diceva: "Dio ha permesso che quanti non hanno ricevuto la rivelazione di Cristo abbiano conosciuto una presenza salvifica di Dio, affinché Egli potesse convocarli a formare il nuovo popolo di Dio come popolo di tutti i popoli della Terra". Quindi il nuovo popolo di Dio non corrisponde a un gruppo etnico, linguistico o culturale.
Tuttavia la Chiesa non ha assunto con piena consapevolezza questa esperienza. L’innesto del Vangelo nell’Impero romano ha fatto sorgere una cultura grandiosa, quella occidentale o "occidentale cristiana". Quando i missionari sono partiti per la Cina o l’America Latina, sono andati a "occidentalizzare" più che a evangelizzare. Nel nostro continente non c’è stato un incontro tra cristianesimo e religioni precolombiane, perché si pensava che queste fossero opera del demonio e l’azione missionaria un lavoro svolto tra le ombre della morte e le tenebre del peccato. I missionari, convinti che "fuori dalla Chiesa non è possibile la salvezza" (un’interpretazione equivoca di Sant’Ireneo), forzarono la conversione degli indigeni, distrussero tutto ciò che era legato ai culti tradizionali. Si paragonava la Chiesa all’arca di Noè, ricordando che solo le coppie di animali salite su di essa si erano salvate dal diluvio, ma dimenticando che i pesci non erano periti pur non avendovi trovato ricovero.
In America Latina non c’è stato alcun dialogo. La maggior parte degli indigeni ha abbracciato il cristianesimo sotto la minaccia dei soldati invasori. Nel momento in cui hanno conosciuto il contenuto del Vangelo sono stati obbligati ad accettare la cultura "occidentale cristiana" come l’unico mezzo di espressione della loro fede.

Poi è arrivato il Concilio Vaticano II…
Lì si sono avuti i primi segni di una svolta. Furono anzitutto i vescovi africani a sollecitare orientamenti per sciogliere le difficoltà per l’azione missionaria legate alle scienze antropologiche e sociali. Poi, a un incontro promosso dal Dipartimento per le missioni del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) in preparazione alla II Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, svoltasi a Medellín nel 1968, rimasi colpito dalla relazione del sociologo Volmatoff, che spiegava come l’evangelizzazione, realizzata utilizzando i parametri culturali occidentali, contribuisse alla distruzione delle culture native. Per esempio, quando alcuni missionari giunti in un’area selvaggia dell’Amazzonia venezuelana trovarono una comunità indigena in cui si viveva nudi, ne rimasero scandalizzati e lo interpretarono come un indizio di scarsa moralità. Costrinsero allora gli indigeni a indossare vestiti fatti arrivare apposta, ma questi si trasformarono in un micidiale canale di trasmissione di virus, provocando il dimezzamento della comunità, e un ostacolo alla comunicazione tra le persone, che prima avveniva mediante i dipinti sulla pelle.

Da qui è cominciato il cammino pastorale della sua diocesi.
Nel nostro continente non è mai esistita quella che il Concilio chiama "Chiesa autoctona", cioè l’incarnazione del Vangelo nella cultura di una popolazione a partire dal riconoscimento di ciò che è rivelazione di Dio a essa. In questo momento in cui gli indigeni emergono come soggetto della propria storia, acquista grande importanza il fatto che essi possano ritrovare un cristianesimo incarnato nella loro cultura o recuperare una religione che non impone loro una schizofrenia. Ciò rende urgente l’emergere di Chiese autoctone nel continente. Su questa strada si è posta la nostra diocesi. Adesso abbiamo 18.000 catechisti indigeni, 502 diaconi indigeni, tutti sposati tranne due. La Santa Sede è un po’ preoccupata per questo numero elevato, ma è il frutto di 40 anni di lavoro e, se a Chicago ce ne sono 200, nella nostra diocesi ne servono ben di più perché è molto estesa e per consentire davvero l’emergere di una Chiesa autoctona. Noi speriamo di avere presto sacerdoti e, più avanti, vescovi indigeni.

Il card. Ratzinger ha espresso perplessità sulla "teologia india".
I mass media hanno dato ampio risalto alle critiche espresse in passato dal card. Ratzinger, ma hanno taciuto che di recente egli ha dichiarato, dopo aver ascoltato da mons. Julio Cabrera, vescovo guatemalteco di Santa Cruz del Quiché, una presentazione della "teologia india", che "adesso comprendo cose che non avevo capito". Come spiegai allo stesso cardinale durante una visita ad limina che come vescovi messicani facemmo a Roma, per "teologia india" si intende una teologia ecumenica e transreligiosa, perché esprime anche la riflessione degli indigeni sulla loro fede precolombiana, senza contare che a volte il termine "teologia" viene usato in modo estensivo, abbracciando pure quella che i catechisti chiamano "saggezza indigena". Resta, nel fondo, la tragedia di un’imposizione culturale che ha fatto dell’evangelizzazione uno strumento di annullamento dell’identità indigena. Ricordo una giovane la quale, quando cominciarono a parlarle di Gesù Cristo, tappandosi le orecchie gridò: "Basta! Non voglio più sentir parlare di Gesù Cristo! Permettetemi di sapere prima chi sono io".

Che cosa pensa del trasferimento del suo coadiutore, mons. Vera López?
Credo sia stata una decisione assunta sulla base di informazioni lacunose. Credo si sia tenuto conto, oltre che della situazione locale, anche di altri fattori, forse perché la diocesi di San Cristóbal de las Casas ha una fama che va oltre gli stessi confini nazionali.

Cosa attendersi dal nuovo vescovo?
A questa domanda, postagli da un italiano, un indigeno chol della mia diocesi ha risposto: "Noi andremo avanti. Se il nuovo vescovo ci accompagnerà, la nostra gioia sarà grande. Se non vuole camminare con noi, andrà avanti da solo". Il mio successore, chiunque sarà, riceverà una buona accoglienza e gli si mostrerà qual è il cammino della diocesi, nella speranza che vi si inserisca. È successo così con mons. Vera López, che era arrivato con certe precauzioni e indicazioni, ma, osservando la realtà, scoprì di non essere stato adeguatamente informato e si impegnò pienamente nel lavoro diocesano. La diocesi può convertire il nuovo vescovo, se ne ha bisogno.

Mauro Castagnaro

© FCSF – Popoli