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Una bella tassa: il messaggio della Tobin tax
31 ottobre 2012
Il 12 ottobre noi europei abbiamo vinto il Premio Nobel per la Pace, ma pochi hanno festeggiato. Quali siano oggi i sentimenti dell’opinione pubblica del Vecchio continente verso la loro «seconda patria» lo si può dedurre dai commenti alla notizia circolati sui social network: perlopiù negativi, con una gamma di opinioni che spaziava dall’amara ironia alla critica sferzante, solo in rari casi timidamente favorevoli («Un auspicio per il futuro», ha scritto qualcuno); persino i rappresentanti delle istituzioni di Bruxelles e Strasburgo hanno rilasciato dichiarazioni da cui trapelava una soddisfazione più imbarazzata che orgogliosa.
Paradossalmente, proprio l’assegnazione del Nobel ha fatto passare in secondo piano una notizia di pochi giorni prima, di cui dovremmo invece essere fieri. Il 9 ottobre l’Europa ha finalmente battuto un colpo, e di quelli che potrebbero lasciare il segno: undici Paesi membri dell’Unione (Italia compresa) hanno aderito al progetto di tassare le transazioni finanziarie, attraverso la cosiddetta Tobin Tax: un’imposta che riguarda il mercato azionario e quello dei derivati, rende più costosa l’attività di speculazione a breve termine e colpisce non semplici cittadini o imprese, ma banche e finanziarie.

Va subito chiarito che le intenzioni dell’ideatore (un altro Nobel, l’economista americano James Tobin) erano di creare un meccanismo ben più ambizioso ed «etico» di quello che probabilmente prenderà forma. Inoltre molte sono le incognite tecniche: per non essere aggirabile, questa tassa dovrebbe essere planetaria, ma Stati Uniti e Gran Bretagna (le due maggiori piazze finanziarie del mondo) non hanno aderito, e questo apre anzi la possibilità di ripercussioni negative sui Paesi firmatari; la destinazione del gettito (stimato per il 2013 in circa 20 miliardi di euro) non è stata ancora decisa e, mentre i soggetti della società civile che si sono battuti per la Tobin Tax (ad esempio la campagna Zerozerocinque) spingono per utilizzare i soldi a favore del Sud del mondo e nella lotta ai cambiamenti climatici, gli esperti prevedono che questi finiranno con l’essere usati per sanare i debiti pubblici dei singoli Stati.

Il messaggio politico e morale, però, è forte. La cosiddetta Tobin Tax rimette al centro della scena parole dimenticate, inghiottite nel vortice della crisi, parole come giustizia e responsabilità: nel momento in cui la colpa della stagnazione viene sbrigativamente addossata a singoli Paesi indebitati, contrapposti a quelli virtuosi, questa decisione ricorda che all’origine del buco nero che si sta mangiando posti di lavoro, Welfare e persino vite umane, ci sono anzitutto l’avidità di pochi speculatori, i comportamenti fraudolenti di alcuni centri finanziari, una totale assenza di responsabilità scambiata per libertà economica, in ultima analisi il rapporto squilibrato - meglio, impazzito - tra finanza, economia, politica e società.

Si tratta di una scelta che, finalmente, intercetta il sentimento di ingiustizia diffuso tra i cittadini, i primi che stanno pagando i danni della crisi, e per una volta smentisce l’equazione Europa=banche. Un primo passo, insomma, per arrivare a essere davvero degni, anche se a posteriori, di un Nobel.
Stefano Femminis

© FCSF – Popoli