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Una scossa all'integrazione - Gli immigrati e il terremoto in Emilia, sei mesi dopo
6 novembre 2012
«Sembra quasi che sia stata colpa nostra, questo terremoto. Persone che conosco da anni non hanno paura a chiedermi in faccia quando me ne vado». Alina è nata a Meknes, nel nord del Marocco, ma lei e sua figlia Hajar vivono a Cavezzo, in provincia di Modena, da 15 anni. In Italia, Alina è arrivata nel 1987, poi, tra alterne vicende e qualche su e giù da una sponda all’altra del Mediterraneo, ha scelto questa cittadina di pianura per la sua nuova vita. Sette anni in stireria, finalmente l’assunzione alla casa di riposo di Cavezzo, a prendersi cura di chi ha troppi bisogni per restare con la propria famiglia.
«Tornare? Certo, credo che tutti sogniamo di tornare, quando saremo vecchi. C’è caldo, c’è il sole, c’è la terra dove siamo nati. Ma adesso casa nostra è qui», commenta Alina. Forse è per questo che le fa ancora più male sentire che le scosse di terremoto del 20 e 29 maggio non hanno spazzato via solo chiese, capannoni e villette. Ad ascoltare la vox populi, a essere distrutta dal sisma è stata anche un po’ di quell’integrazione interculturale che si credeva di avere raggiunto in questa parte d’Italia, dove la popolazione straniera rappresenta oltre il 14% del totale e negli ospedali un bimbo su tre nasce da almeno un genitore immigrato.
A Cavezzo, l’ultima tendopoli ancora aperta la prima settimana di ottobre è accanto al palazzetto dello sport, in direzione di Carpi. «Là dentro ci sono solo stranieri - brontola un pensionato mentre sistema la bicicletta della nipotina -: guarda caso, dicono tutti di avere perso i documenti. Ma se si andasse a vedere in banca o in posta, il conto corrente per arrangiarsi da soli ce l’hanno».
Fin da subito, le famiglie di origine straniera si sono rifugiate nei campi, più di quelle italiane, con l’eccezione, forse della comunità cinese. «Di cinesi noi ne abbiamo visto uno», commenta Filippo Viaggi, che per il Comune di Cavezzo si occupa della gestione della tendopoli, 310 posti, in collaborazione con la Protezione civile della Regione Abruzzo.

CINESI FAI-DA-TE
Anche a Mirandola, dove la comunità cinese era tra le più numerose della zona, molte persone non si sono rivolte al Comune, ma hanno preferito arrangiarsi tra connazionali. «Abbiamo avuto ottimi rapporti di collaborazione con ambasciate e consolati stranieri, che si sono rivolti a noi per sapere come aiutarci», spiega Andrea Venturini, presidente del consiglio comunale di Mirandola, che si è occupato di gestire i contatti con l’estero fin dai giorni immediatamente successivi al sisma: «Sono arrivate donazioni da Marocco, Cuba, Romania, Francia, Usa e altri Paesi. La Moldavia, per esempio, ha inviato 15mila euro. La città di Ostfildern, vicino a Stoccarda, con la quale siamo gemellati, ne ha mandati 125mila».
Degli 830 cinesi domiciliati in città e dintorni, però, solo una novantina si sono presentati per essere assistiti nelle tendopoli. «Il consolato cinese di Milano ha distribuito alcune centinaia di tende direttamente ai propri cittadini - chiarisce Venturini, che ricorda -: siamo dovuti intervenire per garantire l’ordine pubblico, perché quando si è sparsa la voce si sono creati assembramenti di persone che venivano anche da lontano per ricevere una tenda gratis». Ai diplomatici di Pechino in Italia, poi, pare non sia piaciuta la visita a Mirandola del dalai lama.
A Chen, 23 anni, della politica importa poco. A Pasqua del 2012 aveva aperto un ristorante da 500 coperti e a causa del sisma ha dovuto tenerlo chiuso per oltre due mesi. «Non abbiamo riportato molti danni, comunque il mio commercialista ha insistito per chiedere un rimborso - spiega in perfetto italiano -, anche se io sono convinto che non arriverà mai, ormai la burocrazia italiana la conosco».
A essersi spostati subito dopo le prime scosse, sono molti dei laboratori cinesi che rifornivano le case di moda del distretto carpigiano: una realtà che, nonostante le delocalizzazioni, conta ancora oltre un migliaio di imprese nel territorio della Bassa. «Chi ha potuto si è trasferito subito nelle province di Mantova o di Brescia, per riprendere a lavorare velocemente, senza allontanarsi troppo dai clienti di Carpi o di Milano», commenta Chen. Una preoccupazione che ha accomunato imprenditori stranieri e italiani.

VACANZE OBBLIGATE
Chi ci ha rimesso di più, in termini di lavoro, sono molte delle donne straniere che lavoravano come assistenti familiari. Centinaia di anziani, le cui abitazioni erano inagibili dopo i terremoti, sono stati spostati temporaneamente in case di riposo, messe a disposizione da aziende sanitarie e servizi sociali, inizialmente nelle zone delle province di Modena e Ferrara rimaste indenni, e dopo il 29 maggio anche in Romagna, Toscana, Veneto, Lombardia.
I costi dell’operazione per i primi due mesi, circa 5 milioni di euro solo per Mirandola e comuni limitrofi, sono a carico della Protezione civile nazionale (che però, a ottobre, non li ha ancora liquidati ai Comuni). Nata come soluzione transitoria, la casa di riposo potrebbe diventare una sistemazione definitiva per alcuni di questi anziani e disabili. Così, per le donne romene, ucraine e moldave che li assistevano ci sono stati periodi di ferie forzate, cassa integrazione o, più spesso, l’interruzione del rapporto di lavoro, dato che molte famiglie non erano in grado di prevedere l’evolversi della situazione.
«Molte delle lavoratrici che seguiamo sono tornate a passare l’estate nel Paese d’origine, in attesa di capire come sarebbe andata a finire», racconta Mila Artioli, che per i comuni modenesi dell’area Nord, la più colpita dal sisma, si occupa di Servizi sociali. Il lavoro di Mila è fare incontrare domanda e offerta in un ambito delicato come quello dell’assistenza familiare. «Alcune hanno seguito gli anziani nelle case di villeggiatura o negli alberghi, ma a chi è stato sistemato in strutture assistite non serviva la badante». Non ci sono a disposizione dati precisi, ma la sensazione di Artioli è incoraggiante: «Vedo che molte donne stanno rientrando: finalmente parecchi anziani possono tornare nelle proprie case e avranno di nuovo bisogno delle loro cure a domicilio».
Nei giorni dopo il sisma, molte voci hanno parlato di anziani abbandonati dalle badanti, fuggite per la paura, ma secondo la nostra interlocutrice il fenomeno è stato ingigantito: «Qualche caso c’è stato, ma molte delle assistenti familiari che conosco hanno accudito gli anziani con grande coraggio».
A Finale Emilia e Mirandola, Mila Artioli conduce insieme a una psicologa un gruppo di auto-aiuto, dove le badanti si incontrano per confrontarsi su una professione che spesso, svolgendosi tra le mura domestiche, rischia di provocare depressione o abuso di alcol. «Dopo il terremoto, ognuna ha raccontato le proprie esperienze, spesso di solitudine, nell’affrontare l’emergenza. C’è chi è rimasta sola insieme al proprio assistito in carrozzina, dentro a palazzi dove l’ascensore non si poteva usare. C’è chi ha vagato con l’anziano per il paese, senza sapere dove andare mentre tutti i vicini dormivano in macchina. Conosco una signora moldava che sta ospitando una coppia di anziani rimasti senza casa».
Anisoara, 55 anni, originaria della Romania, è elegante nel suo completo bianco e nero. Le mani curate, con le unghie laccate di lilla, stringono una borsa in pelle e ogni tanto sfiorano la tastiera del cellulare. Anna - questo il suo soprannome in italiano - non ha avuto paura del terremoto. La famiglia di Aldina, la 92enne che assiste da due anni e mezzo, a Finale Emilia, le ha subito mandate nella seconda casa in Alto Adige, vicino a Madonna di Campiglio: «Era la prima volta che in Italia facevo una vacanza, e sono rimasta incantata dalle Dolomiti». Anna ha un bel rapporto con la famiglia di Aldina, «una donna terribile, ma davvero simpatica».
Mondina in Piemonte, poi per tre anni Gastarbeiter in Germania insieme al marito, Aldina a 32 anni è rimasta vedova con un figlio. Oggi è una donna orgogliosa, che si ostina a camminare da sola senza usare la carrozzina, e ci tiene ad abbinare i vestiti ogni mattina, i bottoni del cardigan in tinta con il verde della gonna. «Nel terremoto sono stata come una spina dorsale per questa famiglia - dice Anna con orgoglio -, li ho incoraggiati a non avere paura. Tanto, dicevo, se arriva la nostra ora non possiamo farci nulla».

TERRA ADOTTIVA
Fatalista è anche Angela, medico di origine moldava. Vive nella Bassa modenese da quando ha sposato un italiano, e con l’associazione Migranti Est Europeo (Amee) è impegnata da anni nell’attività di prevenzione sanitaria per le donne straniere. Finalmente sta per laurearsi anche in Italia: «La mia terra ora è questa, la amo e ho preso la cittadinanza», afferma decisa. Nella paura dei primi giorni, molti avevano pensato di fuggire: «Non ha senso - ironizza Angela -: come si fa a sapere che dall’altra parte non viene un diluvio?».
Un dato fa ipotizzare che l’esempio di Angela sia stato seguito da molti: quello sulle iscrizioni a scuola, dove non si registrano cambiamenti rispetto a un anno fa: all’appello mancano ancora alcuni ragazzi, specialmente maghrebini, «ma questo succede tutti gli anni, sono gli strascichi dell’estate: in breve torneranno tutti», assicura ancora Venturini.
«I miei sono voluti partire il giorno dopo la seconda scossa», spiega Fatima, 26 anni, studentessa e mediatrice culturale di Cavezzo. Lavora spesso fianco a fianco con gli agenti della Questura, che scherzano con lei chiamandola Fati. Parla con accento modenese, la sua famiglia di cinque persone si è trasferita da Agadir alla «Bassa» quando lei aveva 11 anni. «All’inizio è stato orribile, non mi trovavo bene. Ma ora, con il terremoto, è stato il contrario: mentre ero in Marocco non riuscivo a non pensare a quello che succedeva qui, e non vedevo l’ora di tornare».
Fatima non sa se lavorerà per sempre in Italia: «In questo periodo è così difficile, anche per gli italiani: appena finisco di studiare vedrò cosa fare». In tendopoli, lei e i suoi ci sono stati poco, ora la loro casa è stata ristrutturata ed è tornata agibile. «Ci hanno trattato bene, c’era persino la carne halal».
Nei campi a forte percentuale di stranieri, affrontare il problema alimentare è stato inevitabile e fonte di qualche difficoltà. A partire dalla fine di luglio, gli orari delle cucine sono stati adattati per consentire a chi lo desiderava di osservare il digiuno diurno previsto dal Ramadan. «È andata a finire che, per venire incontro a loro, abbiamo dovuto mangiare tutti la carne halal, e ti assicuro che la differenza si sente, in peggio», commenta ancora Filippo Viaggi, del Comune di Cavezzo.
Elias, 38 anni, da più di un decennio è il barbiere di una piccola frazione, Fossa di Concordia. Nato vicino a Tunisi, ha avuto due figli con una donna italiana. «Mia moglie e i miei figli trascorreranno quest’anno in Tunisia: non per il terremoto, ma per imparare meglio l’arabo e il francese».
Elias è tra i responsabili del centro islamico di Concordia, che da un anno era in affitto in un locale di proprietà comunale e ora attende di riaprire in un prefabbricato provvisorio. «Un paio d’anni fa avevamo affittato come luogo di culto un negozio del centro, da un privato, ma prima che aprissimo hanno iniziato a raccogliere le firme contro di noi e ci siamo fermati. La ragione era dalla nostra parte ma non cercavamo uno scontro frontale».
Il risultato, con la mediazione del sindaco, è stata la concessione in affitto di una sala pubblica, qualcosa di impensabile anche solo nel capoluogo di provincia. «Siamo conosciuti da anni, sanno che siamo brava gente, doniamo il sangue e diamo una mano a pulire i parchi», afferma Elias. E infatti, anche il giorno del terremoto, lui e l’amico Kader erano in prima fila, con le pettorine fluorescenti, a cercare di organizzare il traffico della cittadina. Ad andarsene, non ci pensano proprio. «Dove vado, che l’arabo non lo so nemmeno scrivere?», ironizza Kader in una cantilena di «esse» e «zeta» inconfondibilmente emiliana.
Kader è nato qui, e poi dopo il terremoto gli affari stanno andando meglio di prima: «Vendo tetti e casette prefabbricate in legno, e - assicura - faccio gli stessi prezzi di sei mesi fa».
Giulia Bondi
© FCSF – Popoli