Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Primo piano
Cerca in Primo Piano
 
Venere nera, il «diverso» parla di noi
20 giugno 2011
Stravolta, falsata, esasperata, la razza nell’Ottocento veniva esibita come elemento di diversità e sempre in negativo. In che misura gli ethno show abbiano contribuito a far nascere il razzismo è difficile dirlo, è però certo che lo hanno rafforzato e in qualche modo legittimato. L'analisi dell'antropologo Marco Aime pubblicata sul numero di novembre 2010 di Popoli.

C’è sempre bisogno di una bestia o di un cattivo per poter essere certi che i belli e i buoni siamo noi. È questo che ci racconta la tragica storia di Saartjie Baartman, una giovane schiava di etnia khoisan (boscimani), conosciuta come la «Venere ottentotta», riproposta in versione cinematografica a Venezia dal regista Kechiche (cfr p. 74).

Nata in un villaggio nella valle dello Zambesi, la Baartman era rimasta orfana in seguito a un raid dei sudafricani, in cui i genitori erano stati uccisi. Portata a Città del Capo, venne donata a una famiglia di boeri, che ne fecero una schiava domestica. Come molte donne khoisan, il suo corpo era caratterizzato da un’accentuata steatopigia che rendeva le sue natiche particolarmente sporgenti. Al fratello del proprietario, tal Hendrick Cezar, venne un’idea: sfruttare questa «anomalia» per suscitare la curiosità degli europei e guadagnare denaro. Così nel 1810 Saartjie venne condotta a Londra per essere esibita in circhi e baracconi, come un animale. Doveva entrare e uscire da una gabbia, dimenando davanti al pubblico il sedere nudo. A Londra ci fu però chi si indignò di tale trattamento e la donna venne allora venduta a un francese, che la trattò allo stesso modo. Anche studiosi si affrettarono a esaminarne le fattezze. Ecco come la descrive George Cuvier, uno dei massimi naturalisti dell’epoca: «I suoi movimenti avevano qualcosa di brusco e capriccioso che ricordava quelli delle scimmie. Soprattutto aveva un modo di sporgere le labbra che assomigliava in tutto e per tutto a quello che abbiamo avuto modo di osservare nell’orango».

La curiosità poi svanì, la «Venere nera» passò di moda e, per sopravvivere, Saartjie finì per prostituirsi, fino alla sua morte per sifilide a soli 25 anni, nel 1815.

La storia della Baartman è una delle storie, forse la più celebre, legata a un fenomeno che caratterizzò l’Ottocento in Europa e negli Stati Uniti: i cosiddetti ethno-show, le esibizioni al pubblico di individui provenienti da altre parti del mondo. Impresari come il tedesco Hagenbeck e l’americano Barnum, che organizzavano spettacoli dove comparivano giraffe, elefanti e altre «meraviglie» della natura, ebbero l’idea di presentare al pubblico anche i «selvaggi» dai costumi bizzarri e spesso spaventosi. Questi individui, più o meno regolarmente ingaggiati e salariati, venivano fatti esibire davanti a un pubblico stupito dalla non umanità di quelle persone, i cui caratteri «selvaggi» venivano esagerati ad arte dagli organizzatori, se non inventati. È il caso dei «cannibali canachi» della Nuova Caledonia, fatti esibire seminudi mentre lanciavano grida gutturali, quando questi individui vestivano da anni all’occidentale e vivevano all’ombra dei missionari cristiani.

Indigeni di ogni parte venivano mischiati alle esibizioni di animali, rendendo ancora più ambigua la loro collocazione. Non solo, anche persone affette da deformità fisiche, finivano in questo calderone: l’ethno-show diventava spesso freak-show, un’esibizione di fenomeni. L’accostamento di animali, handicappati e indigeni proponeva l’esibizione, trasformata in fonte di stupore dagli organizzatori, di quali strani errori possa compiere madre natura.

Stravolta, falsata, esasperata, la razza (si parlava di razza, allora) veniva esibita come elemento di diversità e sempre in negativo. In che misura tali spettacoli abbiano contribuito a far nascere il razzismo è difficile dirlo, è però certo che lo hanno rafforzato e in qualche modo legittimato: davanti a tali abnormità non si poteva pensare che fossero umani! Così l’occidentale poteva vedere in quello specchio al negativo, tutta la sua superiorità rispetto ai selvaggi colonizzati.

Il XIX secolo ha teorizzato la gerarchia delle razze, Barnum&C. la rendevano visibile. Questi show, in realtà, più che dei «fenomeni» ci parlano di noi stessi. Perché il modo in cui percepiamo gli altri, i diversi, non dipende solo dalla loro identità, ma soprattutto dalla nostra, che costruiamo in relazione agli altri.

Oggi abbiamo chiuso gli zoo. Gli animali li guardiamo nei documentari oppure ci rechiamo nei grandi parchi africani per ammirarli da vicino. E i selvaggi? Con linguaggio politically correct molte agenzie di viaggio ci promettono un incontro con loro, non per stupirci delle loro deformità, ma per conoscerne la cultura. Siamo noi questa volta a spostarci in cerca d’esotismo e Barnum, forse, è diventato un tour operator.
Marco Aime


© FCSF – Popoli