Home page
Webmagazine internazionale dei gesuiti
Cerca negli archivi
La rivista
 
 
 
Pubblicità
Iniziative
Siti amici
Primo piano
Cerca in Primo Piano
 
"Vittime di un regime sostenuto dall'Occidente"
14 novembre 2011
Argaw Ashine ora vive in Europa. Come molti giornalisti etiopi è stato costretto a fuggire dal suo Paese dalla dura repressione del governo di Addis Abeba sui media. Nel suo caso è stata fatale la collaborazione con l'ambasciata statunitense ad Addis Abeba. Il suo colloquio informale con un diplomatico è stato riportato in un cablogramma che poi è stato messo in rete da Wikileaks (il blog che pubblica rapporti segreti di servizi d’informazione o della rete diplomatica). Argaw Ashine è dovuto fuggire dall’Etiopia dopo la pubblicazione sul sito di un dispaccio del 2009 che lo cita nell’ambito della controversa chiusura del quotidiano Addis Neger. Nel cablogramma, Ashine cita una «fonte riservata» che lo avrebbe informato dell’imminente repressione governativa contro la testata. Il suo nome non sarebbe stato oscurato opportunamente da Wikileaks. Per questo Ashine è stato interrogato duramente dalle autorità etiopi e costretto a lasciare l’Etiopia. A lui abbiamo chiesto di fare il punto sulla situazione della libertà di stampa nel suo Paese.

Perché il premier Meles Zenawi si è accanito contro la stampa? Cosa teme?
Meles ha deciso di promuovere un sistema politico molto simile a quello in vigore nei Paesi del socialismo reale. Un sistema che non si cura dei diritti democratici. Secondo Meles, l’opposizione politica e le organizzazioni non governative non sono altro che un ostacolo nel cammino verso lo sviluppo del Paese. In secondo luogo, lui e i suoi sodali vogliono rimanere al potere il più a lungo possibile, sono ossessionati dal potere. Così hanno iniziato ad attaccare i media e i partiti politici di opposizione.
Meles sta trasformando il suo esecutivo in un regime che controlla ogni settore, dai servizi segreti militari a comparti chiave per l’economia etiope. La primavera araba è vista come un pericolo dal governo di Addis Abeba ed è per questo motivo che ha lanciato un’offensiva massiccia contro chi lo critica.

Oltre ai giornalisti ci sono altre categorie perseguitate?
Dal 2009 sono perseguitati i responsabili delle Ong. Meles ha introdotto una nuova legge che avrebbe dovuto riconoscere le organizzazioni coinvolte nella difesa dei diritti umani ma, di fatto, ha limitato loro la possibilità di ottenere fondi. Il risultato: molte di esse hanno chiuso i battenti.

In questo contesto come opera l’opposizione politica?
I partiti di opposizione sono i più oppressi e, allo stesso tempo, sono divisi tra loro. Alcuni oppositori non sono scappati all’estero e continuano a contestare Meles in patria con metodi pacifici. Altri invece sono espatriati e progettano una lotta armata per far cadere il governo di Meles.

Cosa può fare la comunità internazionale per fermare le persecuzioni di giornalisti e oppositori?
La comunità internazionale non ferma Meles per diverse ragioni. La prima è che l’Etiopia è una potenza regionale e ha il più grande potenziale militare nel Corno d’Africa. Meles è quindi un prezioso alleato per i governi occidentali nella loro «guerra al terrore» in Somalia. In particolare, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia sostengono il governo di Addis Abeba nonostante i record negativi in materia di diritti umani. Il governo degli Stati Uniti recentemente ha aperto una base aerea nell’Etiopia meridionale per gestire le operazioni dei droni (aerei senza pilota, ndr) contro i fondamentalisti islamici.
Anche la Cina riveste un ruolo strategico nel sostenere Meles. Pechino sta diventando il più importante partner economico dell’Africa, sostituendosi gradualmente alle potenze occidentali. Meles è abile nel mettere in competizione il confronto tra governi occidentali e Cina per riuscire a fare i propri interessi.
L’Italia intrattiene buone relazioni economiche con l’Etiopia. Il vostro Paese è coinvolto massicciamente nella costruzione di impianti idroelettrici sia sotto il profilo finanziario sia sotto quello della progettazione. Di per sé l’Italia non dona molti fondi all’Etiopia, anche se l’Unione Europea della quale è parte è tra i maggiori finanziatori di Addis Abeba.
Enrico Casale
© FCSF – Popoli