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Wu Ming 2 e Antar Mohamed: in memoria di Isabella
10 dicembre 2012
Isabella Marincola, in arte Timira, è stata «un’italiana dalla pelle scura», una cittadina italiana di origine somala, cresciuta nell’Italia degli anni Trenta. Ha attraversato, nella sua vita tutta in salita, la storia d’Italia, dal fascismo fino ai nostri giorni. Timira ha vissuto a cavallo tra l’Italia e la Somalia, ha fatto la modella, l’attrice (ha recitato in Riso amaro, di De Sanctis), l’insegnante di latino e greco, nonché la professoressa di italiano sotto il regime di Siad Barre. Una donna che ha sempre lottato nella sua vita, che ha vissuto drammaticamente lo status di rifugiata politica dalla Somalia. A raccontare la sua appassionante vicenda è lo scrittore bolognese Wu Ming 2 (Giovanni Cattabriga), che insieme a Timira stessa (scomparsa a 85 anni durante la lavorazione del libro) e a suo figlio Antar Mohamed, ha scritto un «romanzo meticcio» a sei mani, intitolato semplicemente Timira (Einaudi 2012).

Il padre di Isabella (maresciallo dell’esercito italiano in Africa) dopo un violento litigio con la figlia dice: «Pensavo di essere stato un gentiluomo e invece ho rovinato tutto». Quanto è radicata tra gli italiani la convinzione di essere stati dei «gentiluomini» durante il periodo coloniale?
Wu Ming 2 - Il colonialismo italiano non è edulcorato, è rimosso. È un periodo che non si conosce, non viene proposto a scuola, se non in poche paginette. E quando lo si conosce s’incappa in questo equivoco: la nostra tendenza a considerarci gente che sa accomodare i conflitti. Una modalità tutta italiana che, anche negli interventi umanitari, sarebbe diversa da quella più gerarchica, frontale, tipicamente angloamericana. Sussiste l’idea che un popolo da sempre vittimizzato nel suo essere migrante non può che essere comprensivo nel fare il colonialismo. All’origine del colonialismo italiano c’è poi questo atteggiamento dell’«adesso ci facciamo valere»: basti pensare alla grande retorica di Pascoli nel suo discorso «La grande proletaria si è mossa», per l’invasione della Libia nel 1911. Infine, c’è un elemento storico: l’Italia, in quanto sconfitta nella seconda guerra mondiale, non ha vissuto il processo di decolonizzazione quindi non è abituata a sentirsi trattare da intruso che deve andarsene dal Paese nel quale indebitamente si è trovato. Non siamo abituati a pensarci come popolo invasore.

Isabella Marincola ha lottato tutta la vita per difendere la sua identità in bilico tra Italia e Somalia. Lei l’ha conosciuta a 83anni, l’ha trovata finalmente in pace?
Wu Ming 2 - In pace forse, ma non pacificata. Ha combattuto sempre, ha fatto una grande resistenza di genere come donna e poi come donna di colore. Ma la ferita più forte l’ha vissuta negli ultimi anni. Sosteneva che il razzismo più feroce è stato quello dell’Italia degli anni Novanta, quando era tornata dalla Somalia come rifugiata. Perché gli italiani mettevano in discussione il suo essere italiana per il colore della pelle, cosa che negli anni Trenta non accadeva. Nella Roma degli anni Trenta il razzismo aveva una forma fastidiosa di paternalismo, ma allo stesso tempo Isabella veniva considerata un prodotto dell’impero di cui andare orgogliosi.

Che cosa ha significato crescere sotto Siad Barre?
Antar - Quando il 21 ottobre 1969 Siad Barre fa il colpo di Stato, io avevo sei anni. La prima cosa che mi ricordo è che, da lì a pochi mesi, mio padre finisce in carcere. Faceva il capo di gabinetto per il governo precedente di Aden Osman Daar, un governo democratico. Siad Barre per tutelare il suo potere mette in carcere tutti quelli che avevano lavorato nelle amministrazioni precedenti. Questo è stato il mio battesimo: un padre in galera. Quando uscì di prigione, non riuscì a rientrare nei ranghi e migrò. Un altro aspetto forte che ricordo è stata la nazionalizzazione delle scuole del regime: fino alla quarta elementare ho fatto una scuola italiana. Poi nell’arco di un anno e mezzo la lingua somala da orale diventa scritta, con cambio dei libri di testo: fu un’operazione ideologica, ci fu una manipolazione della cultura. Infine nel 1977, con la dichiarazione di guerra all’Etiopia, iniziò il crollo del regime. Questo ha significato avere un clima di polizia, una mentalità di guerra permanente che entrava anche nella scuola. Inoltre c’era una cleptocrazia spaventosa, se non eri parte di quel clan non avevi nessuna speranza: o migravi o facevi l’oppositore politico.
© FCSF – Popoli