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Cardinal Pell is new Vatican financial watchdog
Pope Francis continues to move ahead with his reform of the curia by appointing Cardinal George Pell of Sydney as a financial watchdog in the Vatican. His title will be cardinal prefect of the Secretariat for the Economy, a new office that will "undertake the economic audit and supervision" of offices of the Roman Curia, the Vatican City State, and institutions connected to the Holy See.
Data: 
24/02/2014
Tag: 
Il governo e la missione culturale

La missione di governo è realizzare il miglior compromesso possibile. La missione culturale è studiare nuove idee per renderle un giorno politicamente praticabili (...)

Data: 
24 febbraio 2014
Tag: 
Perché gli Usa crescono e noi siamo al palo
Data: 
11 dicembre 2013
Tag: 
Buoni di nome e di fatto
Dopo tutti questi anni di crisi, parlare di finanza creativa o di finanza innovativa richiama alla mente qualcosa a metà strada tra il gioco d’azzardo e la truffa. Eppure...
Data: 
02/12/2013
Tag: 
"Non con i miei soldi", la finanza svelata
La campagna, lanciata dalla Banca popolare etica, offre informazioni puntuali sui meccanismi della speculazione internazionale, educando a un uso più etico dei risparmi.

Data: 
10 agosto 2012
Tag: 
Tassare la finanza, questione di giustizia
Il Consiglio europeo del 30 gennaio discuterà di una possibile tassa sulle transazioni finanziarie (almeno nell'area dell'euro). L'economista Leonardo Becchetti spiega perché non si tratta solo di un provvedimento per risanare i conti pubblici.

Data: 
27 gennaio 2012
Tag: 
Dove mettere la fiducia
Ci siamo abituati a considerare la fiducia come una variabile delle Borse o un bizantinismo della politica. Ma il Natale ce ne ricorda la dimensione più profonda
Fascicolo: 
dicembre 2011
Tag: 
Contro la crisi, un'autorità mondiale
Un recente documento vaticano indica un percorso per uscire dalla crisi: ridare una base etica all’economia, in uno spirito di solidarietà globale, e alla finanza trasformata in tecnica di speculazione.
Fascicolo: 
dicembre 2011
Tag: 
Vatican to Issue Radical Document on Economy

On Monday, the Vatican will release a document on the reform of the international financial system which will be to the left of every politician in the United States. It will be closer to views of the «Occupy Wall Street» movement than anyone in the U.S. Congress. It will call for the redistribution of wealth and the regulation of the world economy by international agencies. Not only will it be to the left of Barack Obama, it will be to the left of Nancy Pelosi.
It is easy to predict what will be in the document by simply looking at what Pope Benedict XVI has said in the past.

Data: 
21 ottobre 2011
Tag: 
Benedetto XVI: «Soldi sottratti ai poveri»
L’esistenza di luoghi dove si svolgono attività finanziarie non trasparenti e incontrollate, che permettono a persone e imprese di nascondere i propri introiti, priva i Paesi più poveri di almeno 125 miliardi di euro di entrate all’anno. A tanto ammonta l’evasione fiscale delle multinazionali che colpisce i bilanci dei Paesi del Sud del mondo e corrisponde quasi a una volta e mezza l’ammontare complessivo dell’aiuto pubblico allo sviluppo che questi ricevono dai Paesi ricchi. Naturalmente esiste anche un danno per i Paesi ricchi che hanno forti deficit di bilancio e che vengono privati dei loro strumenti di redistribuzione. Solo in Francia, la frode fiscale distoglie dal bilancio dello Stato dai 40 ai 50 miliardi di euro (il doppio del deficit del sistema di protezione sociale). Nella crisi finanziaria iniziata nel 2008 queste distorsioni si sono fatte ancora più gravi.

L’EDEN DELLE MULTINAZIONALI
Non deve sorprendere che nel mondo cattolico ci siano persone che si sentono chiamate a occuparsi di giustizia fiscale e di destinazione universale dei beni e che perciò si mobilitano contro i paradisi offshore. La Chiesa cattolica, come altre Chiese cristiane, ricorda a ciascuno il dovere di contribuire al finanziamento delle spese pubbliche, meccanismo senza il quale le società sarebbero solo giungle dominate dalla legge del più forte.
Paradisi fiscali, giudiziari e normativi sono i buchi neri della finanza globale. Non si limitano a qualche isoletta esotica, ma si trovano anche nel cuore di alcune metropoli finanziarie. Offrono il segreto bancario, oppure la possibilità di creare società di comodo che celano il nome dei veri proprietari, un fisco debole per i non residenti. Altre non collaborano con i giudici stranieri che danno la caccia a chi vuole fuggire al fisco, riciclare denaro originato da crimini e corruzione, aggirare le regole internazionali. Spesso «catturano» quote di sovranità di Paesi piccoli e fragili che hanno solo questo come vantaggio comparativo a livello internazionale: possono commerciare la propria sovranità vendendola al miglior offerente, cioè le multinazionali e i loro intermediari finanziari, le grandi banche o i grandi revisori contabili (i cosiddetti Big 4: Kpmg, Deloitte, Ernst & Young, PwC). Appoggiarsi alla sovranità di un Paese consente di aggirare obblighi fiscali e regolamentari, così nascono sedi di società in luoghi che non hanno niente a che vedere con la produzione della società stessa. Due terzi degli investimenti destinati a Cina e India, ad esempio, arrivano da paradisi fiscali, come Mauritius, le isole Cayman o le isole Vergini britanniche. In queste ultime, dove vivono 25mila persone, sono registrate 830mila società. Ma dove sono i loro lavoratori?
Le multinazionali fanno transitare nei paradisi fiscali metà del commercio mondiale, in modo da fare apparire inferiori i loro profitti e dunque pagare meno. Questo è ancora più facile per le società che non traggono profitti dalle fabbriche, come i giganti delle nuove tecnologie (Google, Microsoft, iTunes, eBay), le grandi banche, ecc.  La concorrenza fiscale sleale spinge l’insieme degli Stati a moltiplicare le agevolazioni per attirare gli investitori. L’imposta sulle società è già scesa mediamente a livello mondiale dal 37% del 1993 al 25% del 2009. Benedetto XVI, nell’enciclica Caritas in Veritate, ha scritto che «non è però lecito delocalizzare solo per godere di particolari condizioni di favore, o peggio per sfruttamento, senza apportare alla società locale un vero contributo».
I Paesi poveri sono le principali vittime di questi meccanismi. Alcune ricerche del centro di ricerca Global Financial Integrity (Gfi) di Washington hanno mostrato che in un anno circa 800 miliardi di euro sono illecitamente distolti dai Paesi in via di sviluppo. Che si tratti di proventi della corruzione (3-5%), del crimine organizzato (30-33%) o di introiti non dichiarati che corrispondono all’evasione fiscale (60-65%), questi fondi finiscono nelle banche occidentali e nei paradisi fiscali.
Cifre di questo calibro sono indicate anche in un documento del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace (approvato dalla Segreteria di Stato) del novembre 2008 che, citando stime del 2005 ,punta il dito contro i centri finanziari offshore: «Potrebbero rendere circa 860 miliardi di dollari all’anno e corrisponderebbero a un mancato introito fiscale di circa 255 miliardi di dollari: più di tre volte l’intero ammontare dell’aiuto pubblico allo sviluppo da parte dei Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse)».
Da alcuni anni c’è una mobilizzazione per l’aumento di questi aiuti. Il 2000 ha visto la Campagna del Giubileo per la riduzione del debito che strozza la spesa sociale nei Paesi poveri. Autorevoli voci cattoliche si sono levate contro la corruzione, il riciclaggio del denaro sporco o il dirottamento dei fondi per i poveri. In Africa, Simon Tonyé Bakot, vescovo di Yaoundé (Camerun), e Louis Portella, vescovo di Kinkala (Congo Brazzaville), si sono pronunciati in maniera molto chiara perché i soldi sottratti da alcuni dirigenti politici tornino ai rispettivi Paesi. Di fatto hanno denunciato i paradisi fiscali.

MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE
Oggi, tra le realtà più attive contro i paradisi fiscali ci sono le Ong che si occupano di sviluppo. Un esempio viene dalla Francia, dove una piattaforma di organizzazioni e gruppi, cristiani e laici (cfr www.stopparadisfiscaux.fr), si è mobilitata sui paradisi fiscali. È guidata in particolare da Ccfd-Terre solidaire e Secours catholique, la Caritas francese, oltre ad alcuni ordini religiosi più sensibili (tra cui i gesuiti). L’azione che svolge è di informazione e sensibilizzazione, nonché di lobby presso il governo, l’Ocse e l’Ue. Quando nel 2008, dopo il fallimento di Lehman Brothers, il presidente Nicolas Sarkozy dichiarò che bisognava incominciare a mettere fine ai paradisi fiscali, queste organizzazioni gli fecero notare che Andorra e Monaco, ai confini francesi, erano ancora nella «lista nera» dei paradisi fiscali. Con la rivista Pèlerin fu lanciata una petizione che raccolse decine di migliaia di firme e qualche tempo dopo il governo francese promise di intervenire sui due microStati in questione.
Anche in Germania i cattolici si sono mossi con l’organizzazione Misereor; in Gran Bretagna sono attivi gruppi protestanti, in Italia la spinta viene maggiormente da Ong laiche. Anche in America Latina c’è sempre più interesse per la giustizia fiscale. Nei Paesi in via di sviluppo, movimenti cristiani hanno iniziato a studiare sempre più a fondo come funziona il bilancio dello Stato.
Il Vaticano è stato spesso incluso nelle liste di Paesi che non garantiscono sufficiente trasparenza in campo finanziario e la sua banca è stata indicata come una possibile sede di riciclaggio di denaro sporco. La Santa Sede per molto tempo non si è preoccupata dell’origine dei fondi che transitavano al suo interno, ma lo scorso dicembre Benedetto XVI ha stabilito che il Vaticano si adeguerà alle regole del Gafi, il Gruppo di azione finanziaria internazionale contro il riciclaggio di capitali. Questo organismo è stato creato dal G7 nel 1989 e finora ha elaborato in tutto 49 raccomandazioni, alcune delle quali interessano banche, casinò, agenzie immobiliari e tutte quelle imprese in cui transitano fondi sui quali è possibile richiedere di accertare la provenienza. Questa decisione del papa è un segno incoraggiante.    
Jean Merckaert
Caporedattore di Projet,
rivista del Ceras, centro di studi
sociali dei gesuiti francesi
Data: 
3 ottobre 2011
Tag: 
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