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| Che fine hanno fatto i rifugiati di Braq? |
Il rientro in patria e, nei casi più gravi, la pena di morte. È questo il destino al quale vanno incontro i rifugiati eritrei che a luglio erano stati liberati dai penitenziari di Misurata e di Braq (Libia) grazie alla mediazione italiana. Nonostante l’ottimismo espresso quest’estate dalle autorità italiane e da quelle libiche, la vicenda potrebbe così avere un esito negativo.
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| Roma-Tripoli, compagni d'armi |
Ufficialmente, l’intesa del 2008 fra Libia e Italia è nata per favorire l’interscambio commerciale. In realtà, tra i due Paesi le relazioni sono sempre state solide, trovando nel commercio d’armi un punto di forza. E anche il nuovo accordo fa del settore militare un terreno privilegiato.
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| Italia-Libia, una vera svolta? |
Il 9 novembre il governo è stato battuto tre volte alla Camera su altrettante mozioni relative al Trattato di amicizia Italia-Libia. Determinante il voto dei finiani, gli stessi deputati che da due anni e mezzo sostenevano la politica estera dell'esecutivo Berlusconi. Il commento di Enrico Casale, «africanista» di Popoli.
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| Il teorema di Bengasi |
Berlusconi ha così sintetizzato l’accordo con il dittatore libico Gheddafi, preparato dal suo predecessore Prodi: «Più petrolio, meno clandestini». Una brillante intesa commerciale, sulla pelle di chi fugge da guerre e carestie. |
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| Sinai, non solo ricatti… |
Si stringe il cerchio intorno ai trafficanti di esseri umani che hanno rapito 300 profughi africani nella penisola egiziana. E intanto si scopre che dietro questi rapimenti, oltre ai ricatti, si nasconda anche un commercio di organi umani.
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| Se anche Gheddafi scricchiola |
La Tunisia, poi l'Egitto. E la Libia? Anche il potere di Gheddafi sarà messo in discussione? La manifestazione di oggi è davvero una contestazione al regime o si tratta di una trovata del rais per confondere le acque? Popoli.info ha intervistato un ricercatore dell’Ispi esperto del Paese.
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| Immigrati nella «prigione Libia» |
Le rivolte in Egitto e in Tunisia, oltre ai morti e ai feriti causati dalla repressione, hanno fatto altre vittime: gli immigrati. Molti africani giunti in Libia non riescono infatti più a lasciare il Paese, dove però continuano a subire vessazioni di ogni tipo. «L’aumento dei controlli da parte delle marine militari nordafricane ed europee - spiega una fonte di Popoli.info che intende rimanere anonima -, negli ultimi due anni, ha di fatto bloccato il flusso di immigrati verso l’Italia. Fino allo scoppio della rivolta al Cairo, molti immigrati giunti in Libia, invece di rimanere nel Paese, si recavano in Egitto e, da qui, in Israele. Oggi le frontiere dell’Egitto sono chiuse. Gli africani non possono tornare ai loro Paesi (da dove sono scappati, spesso a causa di guerre o violazioni di diritti umani), ma non possono più raggiungere né l’Europa né Israele. Si trovano quindi prigionieri della Libia, in una sorta di vicolo senza uscita».
Tripoli non è certo tollerante con gli immigrati che vengono dall’Africa subsahariana. La polizia compie periodicamente retate in cui gli immigrati vengono arrestati e poi condotti in carceri o in campi di detenzione. Qui vivono in condizioni terribili. Picchiati, vessati, derubati, nutriti con poco cibo (e spesso scadente), non godono di alcun diritto. «La legge libica sull’immigrazione - continua la nostra fonte - prevede che l’immigrato sia sottoposto a un processo e davanti al giudice dovrebbe essere difeso da un avvocato. Le autorità però non vogliono correre il rischio che durante il dibattimento gli avvocati sollevino le gravi violazioni che i loro assistiti hanno dovuto subire. Così per evitare le udienze, li rilasciano. Salvo poi riprenderli nelle retate successive e continuare a maltrattarli».
Il silenzio delle cancellerie europee è assordante. In Italia da mesi non si parla più delle condizioni degli immigrati africani in Libia. Nessun passo è stato fatto di recente per migliorare le loro condizioni. Da Roma invece trapela grande preoccupazione per la ripresa degli sbarchi a Lampedusa. La scorsa settimana sono arrivati al Porto vecchio dell’isola quasi 200 persone, questa settimana ne sono arrivate un centinaio. Gran parte di esse sono tunisini fuggiti dagli scontri che hanno infiammato il loro Paese a dicembre e gennaio. Da Lampedusa sono stati portati a Porto Empedocle (Ag). Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha assicurato che, per il momento, non saranno rimpatriati. Per il momento.
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| Del Boca: «Cercasi successore di Gheddafi» |
In questo momento il futuro della Libia è quanto mai incerto e nebuloso. Se la polizia e l’esercito verranno a capo della rivolta, allora potrà esserci una svolta «morbida» all’interno del regime. Se invece la rivolta prenderà piede, tutto è possibile, anche la guerra civile. Angelo Del Boca, giornalista, storico, esperto del mondo libico, sta seguendo con particolare attenzione la sommossa che sta incendiando in questi giorni la Cirenaica e, in parte, la Tripolitania, ma non ha ancora chiaro quale sarà lo sbocco di questo movimento. «Le notizie dalla Libia sono frammentarie e non si riesce a comprendere quali siano le dimensioni di questa rivolta e le possibili conseguenze. Finora abbiamo solo informazioni vaghe. Per esempio, il numero dei morti: il figlio di Gheddafi ha detto che sono morte solo una decina di persone, fonti indipendenti parlano invece di 300 vittime. Tra 10 e 300 il balzo è grande!». Secondo lei quale futuro può esserci dopo Gheddafi?Se il regime riesce in pochi giorni a tamponare la rivolta (anche se mi sembra difficile), Muhammar Gheddafi potrebbe lasciare il potere al figlio Saif al Islam. Saif è considerato un liberale, molto aperto e colto (ha tre lauree, una delle quali alla London School of Economics). Negli anni passati ha creato una fondazione attraverso la quale ha lavorato a favore della popolazione. Non solo, ha avuto il coraggio di denunciare la mancanza di democrazia nel suo Paese e ha affermato a più riprese la necessità di avviare la Libia sulla strada di una progressiva democratizzazione. Se il padre dovesse lasciare, lui, a mio parere, sarebbe la persona più adatta per prenderne il posto. Se però la rivolta si estenderà ulteriormente credo che i ribelli non vorranno più saperne della famiglia Gheddafi. A quel punto ogni scenario diventa possibile. Gli oppositori al regime che da anni risiedono all’estero potrebbero rientrare e prendere in mano il Paese?All’estero ci sono personaggi, alcuni molto preparati, che hanno fatto la rivoluzione con Gheddafi e poi hanno preso le distanze da lui. Ma sono tutte persone che hanno superato i 70 anni e non so se sono in grado di prendere il potere e governare l’attuale situazione politica. Ci sarebbe anche Abdessalam Jalloud, l’ex braccio destro e primo ministro di Gheddafi. Dopo l’allontanamento dal potere non è scappato all’estero, ma è rimasto in Libia. Vive comodamente a Tripoli e il regime non ha mai osato torcergli un capello perché lui è comunque il leader di uno dei principali gruppi tribali libici. Jalloud ha un grande seguito, però non saprei dire se è la persona adatta per gestire questa fase. Non so se, dopo tanti anni lontano dal potere, oggi voglia assumersi nuovamente responsabilità. Tenuto conto anche che non è più giovane, si avvicina anche lui ai 70 anni. La rivolta in Libia può mettere in discussione i forti interessi italiani nel Paese?Sì, anche se bisogna vedere chi prenderà il potere. Se fossero Saif al Islam o Jalloud penso che il Trattato di amicizia e collaborazione Italia-Libia, siglato nel 2008 da Gheddafi e Berlusconi, verrà mantenuto in vita. Se prende il potere una nuova classe politica è invece possibile che l’intesa venga bloccata. D’altra parte, a ben vedere, quell’accordo era un’operazione di vertice, tutta giocata sull’amicizia personale tra Berlusconi e Gheddafi. Se viene meno, Gheddafi e se non viene sostituito da uno del suo entourage, è chiaro che tutto il castello crolla. Quell’intesa prevede anche un impegno da parte libica di contenere il flusso migratorio proveniente dall’Africa sub-sahariana. Dovesse venire meno quell’intesa e quell’impegno il rischio sarebbe di una ripresa dell’ondata migratoria?Sulle nostre coste potenzialmente potrebbero arrivare migliaia di persone. Ai libici che scapperebbero dal loro Paese si aggiungerebbero le decine di migliaia di africani e nordafricani in fuga da povertà, carestie, guerre. Di fronte a questo problema, il nostro governo è in difficoltà e per il momento non ha ancora idea di come far fronte a un fenomeno di queste dimensioni. e.c.
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| Italia-Libia |
Revocate le sanzioni, imposte negli anni Ottanta per l'attività di sostegno al terrorismo internazionale, la Libia è diventata un mercato appetibile per l'economia europea. Il nostro Paese è stato tra i primi ad approfittare delle aperture (ha siglato contratti sostanziosi nei settori petrolifero, dei trasporti, delle costruzioni e degli armamenti) e ha trovato in Tripoli un «valido» alleato per il contenimento dei flussi migratori. Senza curarsi troppo delle palesi violazioni dei diritti umani degli immigrati africani. |
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| In Libia è «caccia all’africano» |
Molti immigrati africani, detenuti nelle carceri libiche, sono stati costretti dal regime a prendere le armi contro i rivoltosi. Così i manifestanti non si fidano più di nessuno straniero e, quando ne vedono uno, lo aggrediscono. Ad andarci di mezzo sono anche famiglie innocenti.
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