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 Giugno 1998 - Servizio speciale

PATAGONIA

Ci dovevo proprio andare. La Patagonia è una delle cinque o sei diverse Argentine. E' regione che ricorda bei nomi nostrani. Come italiano ne provavo piacere. Il fiorentino Vespucci per primo l'ha toccata cercando il passaggio verso l'India. Il vicentino Pigafetta ce ne descrive gli abitanti che avvolgevano i lunghi piedi con pelli di guanaco e perciò Magellano li ha denominati patagones (pata in spagnolo significa "zampa"). Il chiavarese Descalzi ha esplorato il Rio Negro, il lunigiano Malaspina la costa orientale, quasi dappertutto alta e importuosa.

Da gesuita non potevo non visitare una terra dove si prodigarono i missionari miei confratelli, come il sarzanese Padre Mascardi, i quali, adottando in misura ridotta il metodo delle celebri Riduzioni del Paraguay, hanno evangelizzato gli indigeni, risollevandone indiscutibilmente il tenore di vita

Diversamente dai primi europei che gli autoctoni credettero piovuti dal cielo e perciò, alzando il dito verso l'alto, li accolsero cantando e danzando, io sono sceso in Patagonia dall'aereo partito da Buenos Aires e mi sono dovuto ingoiare, in macchina, migliaia di chilometri.

Da Viedma a San Antonio Oeste, a Trelew ho percorso le mesetas le aride terrazze patagoniche, battute dal vento. Ma non ho incontrato i tehuelhet, "uomini del sud", gli indigeni coperti da un manto di pelli, come unico vestito, caratterizzati da una "faza grande e dipinta" di colore rosso, eccetto gli occhi circondati da un alone giallo.

"Li giganti Pathaghones" dagli spagnoli erroneamente erano ritenuti alti di statura. Uomini e donne erano gente robusta; al tronco molto sviluppato sottostavano arti inferiori piuttosto piccoli. Volto bruno-olivastro, testa forte, fronte sfuggente, faccia protesa, mento prominente: queste sono le caratteristiche indicate dagli etnologi, relative agli indigeni abitanti tra il Rio Negro e la Terra del Fuoco.
Il Pigafetta ha raccolto nei suoi appunti anche le loro credenze religiose fondate su un polidemonismo di spiriti generalmente avversi e capeggiati da un demonio maggiore. In seguito, per giustapposizione di divinità uraniche, il mondo degli dèi si complicò e richiese l'impiego crescente dello stregone.

Il navigatore vicentino, osservatore acuto e accurato, fin dal 1520 ha registrato circa 90 vocaboli che formano il primo rudimentale dizionario dell'America Australe.

Ma dove potevo trovare i tehuelhet ora che sono quasi interamente scomparsi? Oggi la popolazione argentina è urbana per l'86%, indigena per l'1,7% e per il sud-patagonico non esistono dati. Ancora nel 1957, il delegato argentino in un congresso demografico a Ginevra ha dichiarato: in Argentina non ci sono indiani.

La Patagonia, regno del vento e dei sassi, è scarsamente abitata, solo dal 3% della popolazione argentina. Rare, qua e là, si incontrano enormi fattorie dedite all'allevamento di ovini merinos (30 milioni di capi).

Recentemente qualche città s'è ingrossata: San Carlos Bariloche per i turisti che vi trovano la neve d'inverno e il fresco d'estate; Comodoro Rivadavia per il petrolio fornito dalla zona; Neuquen (200.000 abitanti) che dai suoi frutteti ricava 25.000 fusti all'anno di succo di mele, esportati negli USA. Questa città non ha storia; demograficamente è giovanissima; non ha vecchi e continua a costruire scuole...

Eppure la Patagonia, grande più di tre volte l'Italia, mi ha incantato. Sono passato da Santa Maria dei Buoni Venti (Buenos Aires), da Fiume d'Argento (Mar del Plata); ho raggiunto le città del Nord argentino sino ai confini con la Bolivia, l'Uruguay, il Paraguay, il Cile. Ho gustato la provincia di Misiones. Ma la Patagonia con l'ampiezza degli spazi desolati, il silenzio avvolgente e penetrante, i molti laghi d'origine glaciale, i versanti boscosi delle Ande presenti all'orizzonte mi hanno inciso l'anima.


Testo di Nereo Venturini
Foto di Kristina Massari




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