| Giugno 1998 - Chiesa e missione |
| BURUNDI VANGELO E SANGUE Cento anni di evangelizzazione |
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Oltre il 60 per cento dei circa cinque milioni di abitanti del Burundi è cristiana. Eppure, a cento anni dall'arrivo del Vangelo, questo paese ha il primato nello spargimento di sangue e nelle stragi etniche dell'Africa. In questo servizio un africano cerca di capire il perché di tutto questo.
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Per mons. Bernard Bududira, vescovo di Bururi e presidente della Conferenza episcopale del Burundi, il bilancio di cento anni di evangelizzazione è ambiguo. Egli risparmia i contadini e attribuisce la colpa agli intellettuali che indica come la fonte principale delle disgrazie del paese. Secondo mons. Bududira, alcuni burundesi, in questo caso le élite, sono stati evangelizzati solo superficialmente, e così non solo si comportano in modo ambiguo, ma non hanno nemmeno capito che la formazione intellettuale non è sufficiente per essere cristiani; non hanno capito, insomma, che il cristianesimo esige la conversione del cuore e un nuovo stile di vita. Le uccisioni, continuate in Burundi fin dal giorno dell'assassinio del presidente Melchior Ndadaye nel 1993, costituiscono un record nazionale sia in termini di tempo (continuano ancora), sia per il numero dei morti. I burundesi sono diventati esperti nell'arte di tagliare la gola. Oggi più che mai si richiede una soluzione negoziale al problema e le Chiese cristiane hanno un grande ruolo da giocare in questo processo. "La Chiesa - afferma il vescovo anglicano mons. Pio Ntukamuzina - deve esercitare il ruolo di mediatrice". Mons. Bududira, a nome della Chiesa cattolica, sollecita i politici a riconoscere tre momenti nel negoziato: quello in cui i criminali trattano il perdono; quelli in cui coloro che sono stati fraintesi chiedono di farsi capire; infine, ambedue questi gruppi cercano di allacciare i rapporti con i propri avversari attraverso il dialogo. Per il vescovo di Bururi, le risoluzioni e gli accordi che sembrano così importanti per i politici vengono invece solo in un secondo tempo, al tavolo delle trattative. Al dialogo bisogna unire la riconciliazione, sostiene mons. Ntukamuzina, "perché il dialogo da solo non può risolvere la crisi. La riconciliazione deve trovare un suo posto in questo processo". La riconciliazione, per definizione, include il perdono. Non si può permettere che la vendetta continui. Non c'è dubbio che i burundesi hanno bisogno di un mediatore nazionale per portare avanti i negoziati con successo. Secondo mons. Bududira, tuttavia, "la Chiesa cattolica non può imporsi agli altri come mediatrice. Dovrebbero essere i protagonisti a sentire la necessità di chiedere alla Chiesa di farsi avanti come mediatrice, moderatrice, consigliera". Nonostante la sua incapacità di riconquistare le pecorelle smarrite, la Chiesa ha continuato a dare il suo contributo per riportare la pace nel paese. Inoltre, dice ancora il presidente della Conferenza episcopale cattolica, la Chiesa non smette mai di spingere coloro che sono al potere a rasserenare il clima politico. La Chiesa partecipa anche ai dibattiti a livello nazionale: "Stiamo creando gruppi di riflessione fra tutte le categorie per arrivare alla reciproca accettazione". La Chiesa cattolica in generale, e quella del Burundi in particolare, continua mons. Bududira, non ha nessun ruolo nella mediazione portata avanti dalla Comunità di S. Egidio di Roma. La Chiesa anglicana, da parte sua, si muove sulla stessa linea dei cattolici nella ricerca della pace, facilitando il dialogo tra burundesi. A questo scopo essa ha organizzato seminari di studio e distribuito viveri e vestiario alle vittime del conflitto. La Chiesa del Burundi fa parte integrante della società e così i mali che avvelenano la società si ritrovano anche all'interno della Chiesa. Sacerdoti e pastori sono stati coinvolti nelle uccisioni perpetrate nel paese. Le divisioni etniche si sono manifestate anche a livello della gerarchia ecclesiastica. Queste divisioni, si dice nella capitale Bujumbura, potrebbero essere state la causa dell'uccisione di mons. Joachim Ruhuna, ma la cosa è smentita da mons. Bududira, che afferma: "Apparteniamo a due gruppi etnici, hutu e tutsi, ma viviamo in comunione; alcuni cercano di usare questa nostra unità contro di noi. Se non avessimo vissuto in autentica armonia saremmo andati incontro ai peggiori scandali". Il tempo ha già segnato cento anni di presenza cristiana e di evangelizzazione in Burundi. Gli avvenimenti dimostrano che il messaggio evangelico non è stato ancora tradotto nella pratica della vita e la Chiesa si è accorta di ciò con un certo ritardo. Un'accurata campagna di rievangelizzazione, di rieducazione morale dei cristiani, è oggi più che mai necessaria. |
Charles Bigirimana |