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 Giugno 1998 - Chiesa e missione

TRA INDIOS E TAGLIATORI DI TESTE
La missione di Padre Alberto Ferri in Ecuador
Un missionario bergamasco, in America Latina da molti anni, dedica tutte le sue forze, per amore di Cristo e del Vangelo, a difendere i diritti delle popolazioni locali. Anche a rischio della vita.

Dobbiamo essere uniti, perseveranti! I nostri diritti verranno ascoltati e rispettati solo nel momento in cui tutti noi saremo uniti nell'esigerlo. Una sola voce si può facilmente soffocare, ma quando le voci cominciano a diventare dieci, cento, mille, anche un sordo è obbligato ad ascoltarle..."

La piccola chiesa di Estero Damasio è zeppa. Sono arrivati anche da villaggi distanti cinque o sei ore di mulo per vedere il Padrecito, ed ora sono tutti intenti ad ascoltare questo uomo magrissimo, dal volto scavato e dai capelli bianchi, che nel lontano 1961 ha scelto di abbandonare le sicurezze di una vita agiata ed economicamente sicura per dedicarsi alla predicazione della Parola di Dio e all'affermazione dei diritti degli indigeni meticci dell'Ecuador.

Da allora Padre Alberto Ferri, missionario comboniano bergamasco, ha lavorato tra le popolazioni nere di Esmeraldas, tra gli indios cayapas del Quinindé, tra i "tagliatori di teste" di Honorato Vasques, rischiando più volte la vita e contrapponendosi ostinatamente alle autorità ogniqualvolta dei soprusi vengono compiuti ai danni dei più indifesi e dei più poveri.
E' la scelta preferenziale per i poveri, tenacemente affermata dalla Teologia della Liberazione. Padre Alberto l'ha abbracciata.

"Occorre adattarsi il più possibile al loro stile di vita, cercare di farsi accettare come uno di loro in modo che si convincano realmente che tu sei qui perché riaquistino dignità e fiducia in loro stessi dopo tanti secoli di ingiustizie subite in nome del progresso e della democrazia", dice con il suo italiano stentato, mentre ci dirigiamo verso uno dei villaggi della sua missione di El Carmen.

Vederlo arrancare tra i sentieri resi viscidi dalle piogge torrenziali, con il bastone per difendersi dai serpenti e il cappello di paglia per ripararsi dal sole, ricorda la mitica figura del missionario sempre esposto ai pericoli. Ma ciò che immediatamente colpisce chi segue Padre Alberto è la sua resistenza fisica e psichica in un ambiente naturale ostile come la foresta tropicale. Sopportare le zanzare che tormentano incessantemente il corpo, mangiare una volta al giorno una scodella di riso e qualche banana, dormire su una brandina larga settanta centimetri quattro o cinque ore a notte, non è certo cosa da tutti.

Yasuko, una giornalista giapponese che è stata con il missionario per una settimana, è esterrefatta: " inconcepibile che un uomo di 57 anni e dal fisico talmente provato abbia una vitalità e uno spirito di adattamento così accentuato".

In effetti, la giornata di Padre Alberto non conosce soste: la sua missione, una lingua di territorio estesa quanto la provincia di Varese che si dilunga a Sud di Santo Domingo de Los Colorados per più di cento chilometri, ed in cui sono disseminati centinaia di minuscoli villaggi, richiede una continua attenzione. Le strade sono percorribili in fuoristrada solo durante la stagione secca, mentre in quella delle piogge (da gennaio a maggio) il fango rende impraticabili i sentieri e alle quattro ruote si è costretti a sostituire il cavallo o procedere a piedi.

La visita alle comunità consiste in vari incontri con i membri della stessa per discutere con loro i problemi inerenti al villaggio; ma il punto cruciale della giornata è rappresentato dalla messa, una messa atipica, dove la gente è attivamente partecipe al dialogo e dove le prediche, lungi dall'essere asettici e noiosissimi monologhi, sono tutte rivolte al sociale e alla valorizzazione dell'uomo.

"La parola di Dio deve coinvolgere direttamente chi l'ascolta, altrimenti è seme gettato sulla pietra: non potrà mai germogliare". Del resto, il perno attorno a cui ruota tutta la filosofia missionaria di Padre Alberto altro non è che la concretizzazione di una frase tratta dalla lettera di S. Giacomo Apostolo che lui stesso ama ripetere: ."La fede senza opere non vale nulla".

Così in nome dell'unità di Dio la comunità ritrova l'unità sociale, e in nome dell'unità sociale ritrova l'unità di Dio. Questo mantiene viva la comunità stessa, la quale riceve sempre nuove spinte propulsive sia per avanzare lungo la strada del progresso socio-culturale, sia in quella della fede cristiana. In questo dinamismo anche un'atea convinta come Yasuko ammette: "L'idea che in Giappone abbiamo della Chiesa cristiana, e cattolica in particolare, è quella di un pachiderma sclerotizzato nelle proprie idee medievali che a stento si muove all'interno della società civile e progressista e dove tra fede e Chiesa sitituzionale c'è un muro impenetrabile d'incomprensione. Quest'idea si è radicata ancor più in me quando ho visitato l'Italia e gli Stati Uniti. Ma qui in Sud America, e nella missione di Padre Alberto in particolare, mi sono accorta che esiste una Chiesa diversa, più sensibile alle esigenze dell'uomo di strada, una Chiesa più aperta al dialogo, meno bigotta, più attenta al sociale".

E Pedro, catechista in uno dei villaggi della missione, afferma: e di tutto l'Ecuador. Tutti ci temevano e noi stessi vivevamo ignorandoci l'un l'altro. Oggi il nostro è uno dei villaggi più tranquilli e progrediti di tutta la missione; grazie anche al Padrecito, abbiamo lottato uniti per ottenere l'acqua, la strada, la corrente elettrica".

Naturalmente guadagnare la fiducia di persone così a lungo ingannate dal "bianco" non è cosa semplice, in particolar modo quando il "bianco", che fino a pochi anni or sono era stato il garante dello statu quo sociale, ora si contrappone vivacemente agli interessi dei più ricchi, cercando di ridare un volto umano a un sistema feudale e oppressivo come quello vigente in Centro e Sud America.

E Padre Alberto, da buon bergamasco, non usa mezzi termini nel denunciare le ingiustizie perpetrate a danno dei più indifesi. Così accade che il più potente latifondista della missione, il cui potere viene messo in discussione, assoldi un sicario che, machete alla mano, cerchi di tagliargli la gola o che il sindaco di una cittadina, spalleggiato da poliziotti corrotti accusati di compiere traffici poco puliti, affigga manifesti e diffami in pubblico l'operato del missionario. Ma quando la gente si unisce in blocco per difendere il suo Padrecito tutti i tentativi di eliminarlo sono destinati al fallimento. , minimizza Padre Alberto.

E di quanto efficace sia il suo lavoro se ne sono accorti anche oltreoceano; gli aiuti alla missione di Padre Alberto Ferri giungono da tutta Europa, a cominciare dal suo paese natale, Cologno al Serio, dove mamma Lucia, nonostante i suoi 91 anni, è attivamente impegnata nel Gruppo Missionario, e dal Centro San Fedele di Milano che rimane uno dei più entusiasti sostenitori dell'opera di Padre Alberto.
Anche all'interno dell'Ecuador spesso il lavoro di questo sacerdote è ammirato, tanto che le sue missioni sono considerate il fiore all'occhiello dei Comboniani e in più riprese sono state portate ad esempio durante conferenze, corsi di preparazione e di aggiornamento missionario.

Ma chi più apprezza l'opera del Padrecito sono proprio loro, i diretti interessati, coloro a cui è rivolta la missione: le comunità. å per loro che Padre Alberto, come gran parte dei missionari sparsi nei cinque continenti, affronta le insidie naturali, ma soprattutto umane, cui sicuramente va incontro difendendo chi non ha mezzi per difendersi ed assicurando dignità umana a chi di dignità non ha mai sentito parlare.


Piergiorgio Pescali




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