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 Lug-Ago-Set 1998 - Il problema del mese

Ex-Zaire, storia di un rito
L'inculturazione della liturgia in Africa
Il rito zairese della messa è oggi il tentativo meglio riuscito di esprimere, attraverso la liturgia eucaristica, la personalità integrale dell'africano che vuole essere pienamente umana e cristiana senza tuttavia perdere la sua identità. Un teologo dell'ex-Zaire ne ripropone qui la storia, indicando le prospettive di sviluppo.

La messa in rito zairese è nata dall'aspirazione generale e costante dei cristiani d'Africa di poter esprimere la loro personalità integralmente - umana, cristiana e africana - all'interno della Chiesa cattolica. In questa aspirazione tutti, clero laici e ambiti della vita da evangelizzare, ne sono toccati. Lo Zaire non è dunque un'eccezione né la liturgia un'esclusiva; l'uno e l'altra sono due luoghi di cristallizzazione, due terreni favorevoli a iniziative pionieristiche.

La liturgia in rito latino precedente al Vaticano II non piaceva al pubblico africano (cfr. L. Boka di Mpasi, Liberazione dell'espressione corporale nella liturgia africana, in Concilium 2, 1980), certo non a causa degli elementi stranieri, come il canto gregoriano, i cantici e le preghiere nelle lingue occidentali o per i pesanti paramenti dai colori cupi, ma per la frustrazione di fronte all'assenza di espressioni vitali dell'africanità profonda.

L'inculturazione dell'Eucarestia

Prima dei cattolici, le comunità protestanti e le Chiese indipendenti, staccate dalla tradizione missionaria, avevano spontaneamente adottato nelle loro assemblee liturgiche, tonalità locali, come il battere le mani, le acclamazione, i canti e le preghiere legati al contesto, l'uso di proverbi e di dialoghi nella predica.
Presso i cattolici, il risveglio fu lento e la realizzazione titubante per la necessità di profondità e ampiezza. Due riferimenti meritano di essere evocati: nel 1956, in linea con il "Primo congresso di scrittori e artisti neri", alcuni preti africani rivendicarono il diritto a una propria riformulazione o interpretazione della loro fede, una e cattolica. Era il segnale per una "teologia africana" che mirava all'inculturazione cristiana di tutti gli aspetti della vita (cfr. Des prêtres africains s'interrogent, Edit. Cerf, Paris, 1956, p.190). Nel 1963, nel contesto del Concilio Vaticano II, l'élite africana, principalmente laica, che si era data come obiettivo quello di rendere l'africanità visibile e presente ovunque fosse esclusa, attirò l'attenzione dei Padri conciliari sull'urgenza di integrare all'interno cattolicità la scala dei valori africani. Bisognava, a questo proposito, aprire la cattolicità alla vera dimensione pentecostale (Atti 2,11), pneumatocentrica, disponibile ad accogliere tutto il popolo senza escludere alcuna cultura (cfr. Personnalité africaine et catholicisme, in Présence Africaine, 1963 p.14).

A questa doppia richiesta africana la risposta del Concilio non si fece attendere a lungo.
Il 29 aprile 1967 Paolo VI pubblicò un messaggio solenne dal titolo Africae Terrarum, la carta culturale dell'africanità tradizionale. Sullo slancio dato dal messaggio pontificio don Mulago, un sacerdote diocesano zairese, fondò, lo stesso anno, alla Facoltà cattolica di Kinshasa, il Centro di studi delle religioni africane (Cfr. Cahier des religions africaines, Kinshasa).

Nel 1969 a Kampala, in Uganda, il Papa promulgò la carta teologica di un cristianesimo pluralista: "Sì, voi avete dei valori degni... Voi potete formulare il cattolicesimo in termini assolutamente appropriati alla vostra cultura e portare alla Chiesa cattolica contributi preziosi e originali della Negritudine di cui, in questo momento storico, ha particolarmente bisogno. Africani, voi potete e dovete avere un cristianesimo africano". In occasione dei suoi primi contatti africani, Giovanni Paolo II affermò nell'80, di fronte ai vescovi del Kenya: "Non solo il cristianesimo ma Cristo stesso, nelle sue membra in Africa, è africano". È per questo, ribadirà con insistenza nell'82 a Libreville, che "l'Africa ha bisogno di uno spazio di libertà e creatività".

In questo vasto orizzonte storico, segnato dall'espressione "africanizzazione del cristianesimo", sono progrediti gli sforzi di innovazione liturgica di cui la messa in rito zairese segna un vertice, coronando l'immenso sforzo dei battezzati africani di celebrare l'Eucarestia nella loro pelle, con la loro anima, in quanto la cultura è l'anima di un popolo.

Le origini del rito zairese

Dopo la pubblicazione dell'enciclica Mediator Dei (novembre '47) che insisteva molto sulla "partecipazione attiva" dei fedeli alla liturgia, la parola d'ordine era "adattamento". Ne seguì un decennio (1950-1960) segnato, in Africa, dalla fioritura di versioni musicali della messa: la Messa della savane in Burkina Faso, la Messa Fang in Gabon, la Messa Luba in Zaire, la Messa Creola in Senegal e la Messa dei rematori di piroga in Congo. È stata dunque la creatività musicale che ha aperto la strada alla liturgia africana.

Nel frattempo Kinshasa, la capitale dell'allora Congo-Belga, accoglieva i suoi primi preti autoctoni, don J.A. Malula e don E. Moke, che non tardarono a entrare nello spirito dei tempi. Coadiutore, parroco, vescovo e poi cardinale, don Malula si distinse, in tutta la sua vita sacerdotale ed episcopale, per lo zelo nell'"africanizzazione del cristianesimo". Si circondò di un'équipe di laici per riflettere insieme; composero canti le cui melodie, ritmi e parole in lingua locale vibravano delle realtà di quel contesto.

L'iniziativa coinvolse preti, parrocchie e laici nello sforzo cosciente di vivere l'Eucarestia con tutto il loro essere zairese. Era necessario arrivare a sopprimere, specialmente nella liturgia, la nefasta, quasi schizofrenica divisione tra la celebrazione della fede e il vissuto quotidiano. Presto ogni parrocchia cercò di avere una corale, talvolta propri compositori e un repertorio di canti liturgici.

Quando nel '61, dopo aver acquisito, non senza sofferenza, l'indipendenza, la Conferenza Episcopale del Congo (democratico) intraprese le tre opzioni motrici che ancora oggi rendono dinamica la Chiesa zairese - liturgia attiva, comunità viventi, laicato responsabile - Kinshasa non doveva far altro che intensificare un processo creativo già largamente avviato. Mancava solo una scintilla conciliare affinché i piccoli fuochi di rinnovamento liturgico passassero dalla creatività musicale ai differenti modi di espressione del corpo. Quella scintilla si sprigionò con la pubblicazione della costituzione Sacrosanctum Concilium sulla liturgia (4 dicembre 1963): "Che i fedeli non assistano a questo mistero della fede come estranei o muti spettatori, ma... partecipino all'azione sacra attivamente" (n. 48); "per promuovere la partecipazione attiva, si curino le acclamazioni del popolo, le risposte... i canti nonché le azioni e i gesti e gli atteggiamenti del corpo" (nn. 30 e 38).

Alla fine del 1971, il Congo (democratico) cambia pelle e si chiama Zaire. L'"autenticità" fa ovunque da padrona. Bene o male, tutta la popolazione è mobilizzata per ritornare ad essere se stessa e a non sentirsi più straniera nel proprio paese. In un certo senso, anche se con qualche sfumatura, l'episcopato ha il vento in poppa. Nel 1972 conferisce alla Commissione per l'evangelizzazione il mandato di mettere in cantiere uno studio metodico sui modi di espressione appropriate per la celebrazione dell'Eucarestia nel paese. A quell'epoca il segretario era il Padre Mpongo Mpoto, che divenne il teologo e il realizzatore del progetto. Per riuscirvi aveva delle buone carte in mano: come membro del Centro Pastorale diocesano, aveva già qui un preciso riferimento, così pure lo aveva nell'Istituto Superiore di Catechesi di Limete, diretto dal Padre D. Delanote, un "africanizzatore" convinto. Inoltre, il materiale, accumulato in una decina d'anni di esperienza di rinnovamento liturgico in differenti parrocchie, rendeva il compito più facile e il risultato garantito. Nel 1973 una prima prova fu fatta nella cappella dell'Istituto Superiore di Catechesi in presenza del cardinale Malula. Fu un grande successo: attraverso le sonorità della lingua locale e la spontaneità così familiare delle preghiere, unita al gusto di un simbolismo trasparente; attraverso l'armonia dei gesti e dei movimenti del corpo cadenzati, tutta la cerimonia stimolava i partecipanti a vivere l'Eucarestia non più con un atteggiamento preso in prestito, ma con tutto il loro essere più autentico.

"Ecco finalmente Cristo a casa propria nelle nostre culture" (Proposizione 28), dichiarerà più tardi il Sinodo africano. Così integrata nell'africanità, l'Eucarestia stava per divenire il crogiolo in cui elaborare e purificare la personalità cristiana zairese per farla entrare nel quotidiano, essere sale della terra, luce del mondo, lievito della pasta (Mt 5, 13; 13, 33).

Come garanzia di affidabilità è stato elaborato uno schema strutturale che si ispira ai riti orientali, etiopico e ambrosiano, articolato nello sfondo socio-culturale delle assemblee locali tradizionali. Quanto poi al rito vero e proprio, ci si è attenuti alle norme stabilite dal Concilio nella Sacrosanctum Concilium in materia di novità liturgiche, cioè salvare la sostanziale unità del rito latino, giustificando tutte le innovazioni con un criterio essenzialmente culturale.

Sollecitata per l'approvazione, nel 1975 la Congregazione romana per il Culto Divino raccomandò all'episcopato zairese di procedere, senza troppa pubblicità, alla sperimentazione con un gruppo ristretto (cfr. Mons. Monsengwo Pasinya, acteur et témoin, Duculot, Paris, 1995, pp. 91-100).

Il Messale romano per le diocesi dello Zaire

Poco a poco, la chiesa di S. Alphonse di Matete, a Kinshasa, divenne il principale punto di riferimento per la celebrazione, nel periodo della sperimentazione, mentre dall'81 all'88 si intensificava, tra l'episcopato zairese e la Congregazione romana competente, un dialogo laborioso e sincero, sia per via epistolare, sia attraverso incontri a Kinshasa o a Roma, con l'obiettivo di trovare un accordo.

Il 30 aprile 1988, il rito zairese della messa fu ufficialmente approvato con il nome di Messale Romano per le diocesi dello Zaire, e offerto dallo stesso Giovanni Paolo II ai vescovi del paese in visita ad limina. È un rituale, un modo zairese di celebrare l'Eucarestia; non si tratta dunque di "rito" in senso globale e autonomo, che implica l'inculturazione effettivamente acquisita dell'insieme dei grandi assi della vita cristiana (liturgia, sacramenti, sacramentario, disciplina, catechesi, ecc.).

In questo senso il messale è una promessa che dà speranza, in quanto innesca uno sforzo di inculturazione, che deve essere portato avanti in tutti i campi, per arrivare a un "rito" (zairese) globale e specifico. È questa prospettiva che lasciano intravedere i due titoli, sia Rito zairese della messa che Messale Romano per le diocesi dello Zaire.

L'originalità della liturgia zairese

L'originalità di questa liturgia sta nella sua visione dinamica dell' inculturazione globale, che mira a integrare, in un'azione sacra unificata e realista, il mistero salvifico della fede e l'universo socio-culturale locale, in modo da eliminare progressivamente parallelismi alienanti o dicotomie tra i due. È in questa struttura che si inserisce il dialogo che anima e attraversa tutta la celebrazione (cfr. L. Palomera, Le rite zairois de la messe in Telema , 1 -1982, pp. 73-76).

Scendendo nei dettagli, le caratteristiche principali del rito zairese sono tre:

  1. L'invocazione dei Santi, compresi gli antenati. La cerimonia propriamente detta comincia con il mettersi alla presenza di Dio attraverso l'invocazione dei Santi; ciò significa entrare in comunione con la famiglia celeste di Dio, dove ci hanno preceduto i nostri antenati, i santi delle nostre famiglie terrestri, uomini onesti, fedeli a Dio, mediatori dei suoi benefici, in una parola, coloro attraverso i quali ci è stata data la vita, la saggezza, la bontà di cui solo Dio è la sorgente e la pienezza, coloro il cui buon esempio guida il nostro cammino comune verso il Padre. Questo, del resto, è il pensiero più profondo espresso dal Sinodo africano quando dichiara: "Cristo raggiunge ogni persona (e ogni popolo) lungo il cammino tracciato dai suoi antenati" (Messaggio finale, n. 24).L'invocazione dei Santi, compresi i nostri avi, si conclude con il canto del "Gloria a Dio trinitario", accompagnato dall'incensazione dell'altare.
  2. La Parola di Dio prima del rito penitenziale. La grande inversione, che assicura alla liturgia una base catechetica e pastorale realistica per una conversione spirituale, individuale e comunitaria, pone la Parola di Dio prima dell'atto penitenziale, seguito dallo scambio della pace: il gesto della pace implica allo stesso tempo la riconciliazione verticale con Dio nella comunione dei Santi e quella orizzontale con se stessi e con il prossimo. Il passo seguente è la presentazione delle offerte secondo l'insegnamento di Gesù (Mt 5, 23-24). L'offerta si fa in un clima di esultanza che ricorda la parola di S. Paolo: "Dio ama colui che dona con gioia" (2 Cor 8,7).
  3. L'atteggiamento del corpo. Libero da inibizioni e da costrizioni artificiali, l'espressione del corpo esprime movimenti in cui la danza sacra (2 Sam 6,20; Mt 11,17) si traduce in atteggiamenti, gesti, acclamazioni e leggere oscillazioni del corpo ritmati da canti calorosi e strumenti di musica locale. I grandi momenti di questa effervescente vitalità sono, da una parte, il canto del "Gloria a Dio" e, dall'altra, le quattro "processioni" (ingresso, intronizzazione del Vangelo al canto dell'alleluia, presentazione delle offerte e uscita).
    Terminato l'offertorio si innalza, solenne e maestoso, l'inno eucaristico, in una sorta di ascensione entusiasta che, attraverso la consacrazione, si apre sull'anamnesi per culminare nella preghiera del Padre Nostro, prima di concludersi con il pasto familiare e fraterno.
Questo schema strutturale ricorda da vicino le cerimonie tradizionali di riconciliazione. In questa visione d'insieme, porre l'atto penitenziale prima della liturgia della Parola, che ha la funzione di istruire le coscienze e disporle alla conversione, equivarrebbe a mettere il carro davanti ai buoi.

Prospettive future

Il Messale Romano per le diocesi dello Zaire non manca di sollevare degli interrogativi. Ne esaminiamo tre:

  1. Il rito zairese è davvero valido per tutto il paese o interessa solamente la capitale Kinshasa?
    Non solo i cristiani di Kinshasa e dello Zaire, ma anche tutti quelli dell'Africa vi hanno riconosciuto la loro anima più profonda, testimoniata dalle vibranti processioni (ingresso, offertorio, uscita) quando sono state eseguite in occasione della messa d'apertura e di chiusura del Sinodo africano. I più impressionati non erano gli zairesi; etiopici, malgasci, nigeriani erano colmi di gioia e radianti d'entusiasmo per l'identità ritrovata.
    In Zaire, bisogna riconoscerlo, diverse diocesi, preoccupate dalla difficile situazione socio-economica, tardano a introdurre il nuovo rituale per mancanza di tempo e di mezzi per tradurlo nelle differenti lingue locali. Altre diocesi, volendo prendere le distanze da una certa connotazione politica che avrebbero potuto avere alcune danze, hanno preferito, per ragioni di opportunità, attendere tempi propizi più sereni.
    Tutto sommato, nell'insieme, per il suo slancio festoso e la sua durata, il rito zairese, nella sua integralità, è sempre di più riservato ad alcune feste alle quali effettivamente si adatta molto bene. Ad ogni modo, la sua lunghezza (più di due ore) dipende non dai testi, ma dalla durata dell'omelia, della comunione e soprattutto della corale. Troppo sedotta dai canti di cui sgrana e assapora tutte le strofe, quest'ultuima rischia talvolta di mettere l'azione liturgica centrale in secondo piano.
    Non è tuttavia inutile ricordare che il popolo africano in generale considera come sacra tutta la celebrazione. E' un tempo che appartiene alla festa, all'incontro con la comunità visibile e invisibile. È il tempo del vivere, dell'"essere con". È la "domenica", giorno del Signore, un tempo che non può essere calcolato, che non si lascia contare come i soldi.
  2. Il rito zairese può migliorare o è già sclerotizzato? Sin dalle prime celebrazioni del rito zairese il popolo, pressoché unanime, ha mostrato una netta reticenza nei confronti delle "insegne" portate dal celebrante (un copricapo a tre o quattro corna e un roncolino) e dai chierichetti (lance). Faticavano a intravedervi il ruolo del Buon Pastore... Queste "insegne" furono ben presto rimpiazzate da simboli che rendevano più sensibile l'invisibile e più trasparente l'autenticità cristiana e zairese in un contesto moderno. Da questo episodio fu tratto un principio direttivo chiaro: lungi dal voler copiare, imitare o importare ricette del passato o straniere, l'inculturazione consiste nel promuovere lo sforzo di creatività dei modi d'espressione più consoni con la personalità integrale del cristiano zairese di oggi e di domani. È dunque il caso di sperare che la coscienza dei cristiani non si adagi sugli allori, arrestando l'evoluzione della vita liturgica.
    In questo momento soprattutto gli adulti esprimono un desiderio: poter disporre di un po' più di tempo nella calma, nel silenzio, per la preghiera personale, per equilibrare la dimensione comunitaria che, se predominante, rischia di essre unilaterale.
  3. Quali sono le prospettive di questo rito? È un fuoco di paglia?
    Per sapere qual è la speranza di vita del rito zairese è sufficiente prendere in condiderazione le affermazioni di un cardinale arcivescovo, che è stato uno dei quattro moderatori delle assemblee conciliari. Di ritorno da un periplo africano che lo condusse sino a Kinshasa, avrebbe dichiarato di fronte al suo Consiglio presbiterale e allo stesso Paolo VI: "Il rito zairese potrebbe lasciar presagire la liturgia di domani". Infatti, a parte gli elementi tipicamente africani (grida di gioia, gestualità espressiva, ondeggiamenti spontanei e festosi del corpo al ritmo dei canti e dei tam tam), l'ossatura teologica e pastorale è suscettibile di universalità. Il fatto di aver anticipato all'atto penitenziale la Parola di Dio che illumina le coscienze e le spinge a un pentimento effettivo, il rito zairese ha, da un lato, dato il primato al ruolo della Parola di Dio che è spirito, vita e luce, piuttosto che al peccato, l'ombra che offusca la luce; dall'altro, ha caricato la celebrazione penitenziale di un contenuto spirituale reale, piuttosto che farne una pura e semplice formalità rituale. In questo senso, si può dire che il rito zairese della messa ha conseguito l'obiettivo al quale la riforma liturgica conciliare avrebbe potuto o dovuto arrivare: fare dell'atto penitenziale un autentico esame di coscienza riformatore, stimolato dalla Parola di Dio che illumina, guarisce e vivifica.
    Un aspetto merita particolare attenzione: normalmente la prima lettura della Parola di Dio viene letta da una donna per sottolineare la doppia disponibilità primordiale della Nuova Eva ad accogliere il Redentore. Maria accoglie il Bambino Gesù per presentarlo al mondo; Maddalena lo accoglie resuscitato per annunciarlo agli Apostoli. A questo titolo il rito zairese è un presagio e una promessa.


Londi Boka di Mpasi




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