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 Lug-Ago-Set 1998 - Conoscere i popoli

IL NERO DEL BIANCO
Ai margini di una mostra itinerante
"Immagine del Nero nella cultura occidentale popolare" è il sottotitolo di una mostra ospitata a Venezia, Brescia e Roma. L'obiettivo è quello di far comprendere l'origine dei nostri stereotipi e dei nostri pregiudizi e di promuovere una riflessione sulle molteplici rappresentazioni del "diverso".

Vedo i nostri fratelli e le nostre sorelle, i nostri padri e le nostre madri, catturati e prigionieri di immagini che essi non hanno concepito": così scriveva Alice Walker, grande autrice afro-americana, e le sue parole sembrano essere lo slogan ideale per far comprendere lo spirito della mostra itinerante Il Nero del Bianco. Immagine del Nero nella cultura occidentale popolare, promossa dal Movimento Sviluppo e Pace di Torino, che dopo una lunga tappa di febbraio al Museo dell'Automobile del capoluogo piemontese, è stata successivamente ospitata a Venezia, Brescia e Roma. Si tratta di una versione ridotta di una grande esposizione creata ad Amsterdam, al Tropenmuseum, nel 1989 su iniziativa della Fondazione Cosmic Illusion Productions che ha così valorizzato i materiali di un'ampia collezione denominata ironicamente Negrophilia, costituita da oltre duemila illustrazioni e diverse centinaia di oggetti, iniziata da Rufus Collins, un attore di teatro di origini antillesi, che era rimasto colpito dal fatto che in Europa, a differenza degli USA, fossero molto diffuse le immagini stereotipate dei Neri.

Nel corso degli anni la collezione venne ad arricchirsi di libri, giornali, manifesti, stampe, fumetti, pupazzi, imballaggi di prodotti, scatole, cartoline, pubblicità, testi scolastici, fotografie, insomma tutti i materiali prodotti dalla cultura popolare da cui emerge la visione che l'Occidente aveva costruito del Nero.

La mostra è sbarcata anche in Italia, grazie all'operato di un organismo non governativo, il Movimento Sviluppo e Pace, che negli anni precedenti aveva promosso analoghe iniziative ottenendo un notevole successo di critica, da Negripub che nel '94 si soffermava sulle immagini del Nero nella pubblicità del '700 ad oggi, fino alla mostra Sulle orme degli schiavi di ieri e di oggi nel 1996.

L'obiettivo del Nero del Bianco è far comprendere i meccanismi che stanno alla base dei nostri stereotipi e dei nostri cliché e quindi stimolare una riflessione collettiva su di un problema raramente trattato, quello della nascita, della vita, della morte o della sopravvivenza delle immagini degli altri popoli nelle società del Nord del mondo. Per secoli i Neri hanno occupato un posto "privilegiato" nell'immaginario dei Bianchi e sono così fioriti una moltitudine di pregiudizi e ossessioni ancoratesi nelle nostre culture e coscienze, a cominciare dall'infanzia. Ciò che la mostra racconta non è la realtà dei Neri, ma l'immaginario dei Bianchi attraverso i miti e le loro trasformazioni temporali. Questo perché, come ci ricorda Pierre Monkam, vicepresidente del Movimento Sviluppo e Pace, "il razzismo è anche un prodotto culturale. Per secoli l'Europa ha svolto il ruolo guida del mondo e gli altri popoli dovevano essere al suo servizio. Le filosofie della superiorità del Bianco hanno costituito il substrato teorico del colonialismo. La mostra, che nasce nell'ambito dell'Anno Europeo contro il razzismo vorrebbe cercare di andare alla radice dell'immaginario culturale che ha preceduto e accompagnato il dominio dell'Occidente sui Neri e rimuovere tutto ciò che impedisce di considerarli come persone con la loro storia e la loro cultura". Il tutto senza voler essere un esercizio di colpevolizzazione, perché nessuno è responsabile dei luoghi comuni costruiti dalle generazioni che ci hanno preceduto, ma solo un invito a riflettere criticamente, a non chiudere gli occhi sulle molteplici rappresentazioni del "diverso", che anche quando paiono orientate da intenzioni benevole potrebbero nascondere delle spiacevoli sorprese.

Per questo non sfuggono al setaccio critico degli organizzatori del Nero del Bianco anche le immagini e le raffigurazioni che contengono un'esaltazione o celebrazioni del Nero, per esempio nel campo dello sport o della moda, perché dietro l'apparente positività si può nascondere uno stereotipo, come quello che coniuga la "negritudine" con la potenza sessuale o il fascino esotico o un'ambigua animalità (ricordate il gonnellino di banane della Baker?). È la cosiddetta moda black, fatta propria da stilisti come Versace, che ricorrono al Nero per sedurre e ammiccare, ma è anche la pubblicità stile Benetton, come nel caso della donna nera che allatta un bambino Bianco e uno Nero e che venne vietata negli Stati Uniti, dove imperversa il "politicamente corretto", cioè quella pulizia linguistica e visuale che vuole evitare qualunque parola o immagine che possa risultare offensiva o discriminante nei confronti delle minoranze.

Talvolta con esiti eccessivi e perfino ridicoli, perché le "provocazioni" di Oliviero Toscani, che piacciano o no, nascono con lo scopo di stupire e indurre alla riflessione e non certo con intenti "razzisti", ma che non possono non suscitare perplessità quando conducono a esagerazioni o semplicemente scadono nel cattivo gusto. Il Nero del Bianco è dunque un'ottima occasione per fare i conti con i propri pregiudizi, che altro non sono, come ci insegna Pierre André Taguieff, che "giudizi prematuri... che inducono a credere di sapere senza sapere, a prevedere senza indizi sufficientemente sicuri, a trarre conclusioni senza possedere le certezze necessarie, ma affermandole e talora imponendole come certe".


Emanuele Rebuffini




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