| Lug-Ago-Set 1998 - Conoscere i popoli |
| IL RE CHE INVENTÒ LA SCRITTURA Camerun occidentale: i Bamoun |
| Nel Camerun occidentale vive dall'XI secolo la comunità Bamoun, guidata da un sultano, che è al tempo stesso capo politico e religioso. La dinastia Njoya ha raggiunto oggi il suo diciottesimo discendente. Uno di loro, re Njoya, inventò, alla fine dell'Ottocento, la scrittura Bamoun.
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Tutto cominciò in sogno. Il re Njoya ebbe una rivelazione durante il sonno. Un uomo gli si presentò dicendo: "Signore, prendi una tavoletta e disegna la mano di un uomo, poi lava ciò che hai disegnato e bevilo". Il re prese la tavoletta e disegnò la mano, come gli era stato detto. Poi la diede all'uomo del sogno che scrisse a sua volta prima di renderla al re. Al risveglio re Njoya fece di nuovo ciò che aveva fatto in sogno: prese una tavoletta, disegnò la mano di un uomo, la lavò e bevve l'acqua che era servita per il lavaggio, esattamente come aveva visto durante il sonno. Così cominciò la storia fantastica di questa scrittura, la cui scoperta nel 1896 da parte di Njoya, re e sultano dei Bamoun, segnerà tutto il suo popolo. Dopo aver eseguito alla lettera ciò che gli era apparso in sogno, il re convocò molti membri dalla sua corte e disse loro: "Se voi disegnate molte cose differenti e date loro un nome io ne trarrò un libro che parlerà senza che lo si possa udire". Detto, fatto. I notabili fecero ciò che il re aveva chiesto. Dopo alcuni fallimenti al sesto tentativo ci riuscirono. La scrittura era stata finalmente scoperta. Ma nel corso degli anni e in seguito a ulteriori ricerche la scrittura subì profonde modifiche. Queste avvennero in quattro tappe: la prima, di carattere pittografico, riproduceva disegni d'uso corrente, oggetti, esseri umani, animali, azioni. Questa tappa sarà presto superata. La seconda è quella degli ideogrammi. I segni non rappresentano più l'ambiente, non traducono più la realtà, ma piuttosto un'idea. La terza tappa è sillabica: più segni messi insieme formano delle sillabe. La quarta tappa è detta soprasegmentale (prevede cioè un elemento fonico, l'accento o l'intonazione, che caratterizza un enunciato, n.d.r.) o prosodica (con fenomeni di intonazione, intensità e durata, n.d.r.). È la tappa più importante e significativa. Si nota a questo punto l'apparizione del tono nella nuova lingua. Questa caratteristica appartiene del resto a tutte le lingue bantù e semi-bantù che sono appunto lingue tonali. Ad ogni tappa, l'alfabeto di questa nuova scrittura subisce una riduzione del numero dei segni. È così che il primo alfabeto messo a punto nel 1896 ne contava 510. Il secondo (1899-1900), ancora pittografico, è composto da 437 segni. Il terzo (1901-1902) ne ha 381. Il quarto, definito nel 1907, 286, mentre il quinto, ridotto nei due anni successivi, ne conta 205. Il 1910 fu decisivo; l'alfabeto subì una drastica riduzione che lo portò a 80 segni, che divennero solo 19, alla settima edizione. Questa progressiva diminuzione del numero dei caratteri dell'alfabeto dimostra il desiderio di ricerca del re Njoya, ma anche la preoccupazione che la lingua potesse essere facilmente appresa. Njoya aveva aperto delle scuole, tuttora funzionanti, in cui veniva insegnata la sua lingua. Si scriveva su tavolette di legno con cortecce miste a carbone di bosco e a un inchiostro tratto da una liana. La creazione di questo alfabeto ha permesso di approfondire anche le ricerche sulla storia e la cultura Bamoun. Il re, infatti, si servì della nuova scrittura per redarre tre importanti opere: un libro di storia e costumi bamoun che comporta 202 capitoli per un totale di 547 pagine; un libro religioso che presenta una religione inventata da Njoya; e un libro di medicina e farmacopea locale. Oggi, questo alfabeto funziona su base fonetica. Può dunque essere utilizzato per scrivere qualsiasi lingua. L'ultima forma messa a punto è dotata di tutte le caratteristiche di una lingua e rappresenta un sistema di scrittura completo.
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Norbert Tchuiam |
| Un patrimionio artistico pregevole
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I Bamoun sono una tribù di origine sudanese appartenente al gruppo linguistico semi-bantù, insediata nella regione occidentale del Camerun; attualmente conta circa 80.000 individui. È conosciuta soprattutto per l'originalità della sua arte e per le magnifiche costruzioni realizzate dai sultani nella capitale Foumban. La cultura Bamoun mostra parecchi elementi comuni con quella della Nigeria meridionale e si distingue dalle tribù bantù confinanti per la particolare struttura socio-politica che ha risentito dell'influsso degli Haussa nigeriani e che si riallaccia al modello feudale sudanese. I Bamoun si installarono sulla riva settentrionale del fiume Noun verso l'XI secolo, dopo aver combattutto battaglie memorabili contro i Foulbé al Nord e i Bamiléké al Sud; sono retti da un sultano che è al tempo stesso sacerdote e capo militare, giudice e custode dei beni degli antenati. Questa dinastia, antica di sei secoli, risale a Nchare Yen, primo sultano dei Bamoun, che salì al trono nel 1391. Da allora si sono succeduti 18 sultani, il più famoso dei quali, Ibrahim Njoya, conosciuto come re Njoya e morto nel 1933, è entrato nella leggenda del suo popolo. Non solo inventò un nuovo alfabeto e una nuova lingua, ma introdusse anche la scolarizzazione dei bambini e pose i principi di una nuova religione basata sull'islamismo, ma in cui ricorrono elementi dell'animisto e del cristianesimo. Disegnò lui stesso le planimetrie del suo palazzo di Foumban, trasformato poi in un interessante museo etnografico grazie alle collezioni conservate gelosamente dallo stesso sultano: attualmente è l'unico monumento camerunese dichiarato patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Vi si possono ammirare armi e monili appartenuti alle famiglie dei sultani e ai notabili della loro corte, tessuti, maschere, oggetti sacri e di uso quotidiano, oltre ai libri scritti con l'originale alfabeto inventato da Njoya, tuttora insegnato in apposite scuole. All'ingresso del palazzo, nella maestosa sala delle riunioni, fa bella mostra un imponente trono, incorniciato da due zanne di elefante di strabilianti dimensioni. La creazione artistica presso i Bamoun è davvero pregevole: maschere lignee con richiami naturalistici e simbolici, feticci maschili e femminili, statuette, pipe e bastoni intarsiati, oltre a sgabelli, tam tam e tavolini finemente scolpiti. Molti di questi oggetti vengono utilizzati per le cerimonie pubbliche o per i riti iniziatici, insieme a tessuti fatti a mano con particolari telai e tinti con coloranti naturali, talvolta rispettando i disegni lasciati da re Njoya. Per il resto, le abitazioni dei Bamoun sono costituite da semplici capanne con pianta quadrangolare e tetto conico fatto di paglia e sostenuto da pali esterni in qualche caso scolpiti. La popolazione è dedita soprattutto all'agricoltura, praticata prevalentemente dalle donne, e all'allevamento, oltre che ai commerci. La struttura familiare è generalmente poligamica; l'educazione dei figli viene affidata a un membro della famiglia allargata che insegna loro a mangiare, camminare e parlare e quindi ad assumersi compiti di responsabilità sociale. Verso i 5-6 anni vengono affidati al bambino alcuni piccoli animali di cui deve prendersi cura, quindi, a 10 anni, il maschio comincia ad aiutare il padre nell'accudire le bestie della famiglia. La bambina, invece, va nei campi con la mamma, si occupa delle faccende domestiche e si reca a prendere l'acqua. Carichi di pathos e accompagnati da cerimonie suggestive sono anche i funerali, soprattutto se ad essere interrato è il sultano. La sua morte viene annunciata da grida, pianti, canti e danze. Tre anni dopo la sepoltura vengono riesumate le falangi della mano destra del defunto, i suoi denti e un ciuffo di capelli che vengono conservati in un sacco speciale il pa-ngou , il "sacco del paese". Le mogli mantengono il lutto per un anno, mentre i figli non si tagliano barba e capelli per un mese e il minore porta al collo, ai polsi e alle caviglie delle fibbie intrecciate con rafia. Ancora oggi gli anziani e i notabili vengono seppelliti accanto alle loro case, anche se l'islamismo e il cristianesimo cercano di combattere questa usanza. Anna Pozzi
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