| Lug-Ago-Set 1998 - CHIESA E MISSIONE |
| NUOVI INSEGNAMENTI DA UNA STORIA ANTICA Cina e cristianesimo |
| Un più approfondito esame del metodo di lavoro di Matteo Ricci in Cina oltre 400 anni fa può portare a un nuovo scambio culturale e religioso tra Cina e cristianesimo oggi. Il presente articolo, scritto originariamente per l'Asian Wall Street Journal, è stato tradotto e adattato con il permesso dell'autore, un gesuita membro del Ricci Institute di Taipei.
|
C'è oggi spazio in Cina per le credenze religiose? Soprattutto, può esserci spazio sufficiente per il cristianesimo, una fede originaria dell'Occidente? Oppure quelle cristiane dovranno continuare ad essere comunità emarginate, tollerate, a patto che non interferiscano con la società in evoluzione? Questi problemi sono certo carichi di forti significati politici. Tuttavia considerarle da un punto di vista storico e culturale potrebbe suggerire un altro modo di guardare al futuro della Cina. Fin dal 1583 - anno del suo primo arrivo in Cina - il gesuita italiano Matteo Ricci aveva cercato di ottenere il permesso di risiedere permanentemente a Pechino, permesso che gli venne accordato solo nel 1601. I contatti e le amicizie sviluppate negli anni passati nella capitale cinese - fino alla morte avvenuta nel 1610 - si sarebbero rivelate le basi della missione cristiana in Cina nei successivi 120 anni. I rapporti di fiducia instaurati da Ricci avrebbero pure avviato un serio dialogo culturale e scientifico fra la Cina e l'Occidente. La seconda tragedia è stata la reintroduzione del cristianesimo in Cina come diretta conseguenza della Guerra dell'Oppio. Sarebbe certo assurdo valutare i successivi sforzi missionari alla sola luce del "peccato originale" di un collegamento fra imperialismo e predicazione cristiana, ma sarebbe una negligenza non comprendere i sentimenti anticristiani che a volte si sono manifestati in Cina senza ricordare questi precedenti storici. Si è quasi portati a pensare che la Cina abbia dovuto prima essere liberata da Cristo per poi essere guidata dall'Occidente a riscoprirlo nuovamente, in un modo suo proprio. Questo potrebbe essere il frutto misterioso delle sofferenze della Chiesa dopo il 1949. Nel "Libro bianco sulla libertà di fede" diffuso dal governo cinese nell'ottobre 1997, il nome di Matteo Ricci non è menzionato, come pure il periodo ricco di rapporti culturali fra il XVII e l'inizio del XVIII secolo. Un'acrobazia storica ha permesso alle autorità di passare direttamente dal VII secolo, quando alcuni monaci siriaci introdussero il cristianesimo in Cina, al 1840, quando i missionari tornarono al seguito dell'oppio e dei cannoni. Comunque le tombe di Matteo Ricci e dei suoi confratelli a Pechino sono state restaurate con l'approvazione del governo cinese e l'Accademia cinese di scienze sociali sta preparando l'edizione completa dei suoi scritti per la data simbolica del 2001. Il fatto che una fondamentale esperienza di contatti tra Cina e cristianesimo non sia stata citata può essere interpretata positivamente. Il governo cinese non ha ancora dato un giudizio definitivo su questo periodo e potrebbe essere pronto a dargli un senso positivo, proponendo così un modello per una rinnovata interpretazione del ruolo del cristianesimo in Cina. Si tratta solo di speranze? Diversi elementi giocano a favore di un'interpretazione più ottimistica. Anzitutto, Matteo Ricci e i suoi compagni furono ligi alle leggi cinesi del tempo, sfruttando tutte le opportunità che erano loro permesse dalle aperture di spazi limitati. Oggi le autorità cinesi si preoccupano meno della religione che dell'ordine pubblico e potrebbero certamente tollerare una presenza religiosa più attiva dall'estero se questa dimostrasse un serio impegno ad operare all'interno della legalità (indipendentemente dal giudizio che si può dare di questo concetto). Secondo, i rapporti culturali avviati dalla prima generazione di gesuiti in Cina hanno avuto luogo secondo canoni di reciprocità e uguaglianza, prima dell'epoca dell'imperialismo. Questo modello si adatta alla Cina contemporanea, più fiduciosa e più propensa a vedere le relazioni con l'Occidente alla luce dei possibili reciproci benefici. Terzo, lo stesso governo cinese è alla ricerca di un modello ideologico in cui inserire questa nuova dinamica di rapporti con l'Occidente, presupposto per lo sviluppo e la stessa sopravvivenza della Cina. E' vero che la restituzione di Hong Kong è stata accompagnata dalla retorica e dall'insistenza sulla Guerra dell'Oppio, ma l'attrazione esercitata da questo modello retorico sta già svanendo e la Cina necessita di dialogo e d'esempi storici su cui sviluppare il flusso di scambi internazionali vitali per il suo futuro. Nel discorso tenuto all'Università di Harvard nel novembre 1997, il presidente Jiang Zemin ha illustrato i principi di quella che lui ha definito "una cultura della collaborazione". Benché l'aspetto umanistico di questa "cultura in costruzione" resti solo un abbozzo, tuttavia i responsabili cinesi sentono di dover trovare una motivazione dietro la crescita degli scambi commerciali che sia basata su fiducia, eguaglianza e dalla ricerca di interessi e valori condivisibili. Perché la cultura cinese non dovrebbe muoversi verso un nuovo umanesimo, facendo, da un lato, tesoro di ciò che riceve da fuori e dall'altro donando al mondo una nuova sensibilità culturale che deriva dalla sua storia lunga e tormentata? In questa situazione il cristianesimo può dare alla Cina ancora più di quanto dato dal Ricci. Per secoli la fede cristiana è stata veicolata dalla cultura occidentale. Insieme, il Vangelo e la geometria euclidea (lo stesso Ricci tradusse gli Elementi di Euclide) sfidarono la visione del mondo cinese e ancora oggi l'animo cinese è impregnato di elementi occidentali. La questione non è se portare l'Occidente alla Cina o anche portarvi il Vangelo, ma è di presentare il Vangelo come un interlocutore vivo e come una forza capace di contribuire a ridefinire la stessa cultura cinese. Il cristianesimo deve impegnarsi con altri in uno sforzo titanico di reinterpretazione, mettendo alla fine in grado il popolo cinese di liberarsi dai fantasmi del passato e inventare il proprio futuro, piuttosto che rassegnarsi al destino e ad una autorità indiscussa. Un rinnovato dialogo fra cultura cinese e cristianesimo deve essere visto come un processo creativo che includa l'individuazione di valori, che proponga modelli interpretativi per un'analisi corretta del passato, che avvii la ricerca di basi comuni per il presente e l'individuazione di un significato comune per i tempi che verranno. Andando oltre, sarebbe lecito aspettarsi che il cristianesimo favorisca lo sviluppo di una cultura di pace in un paese, come la Cina, che vive ancora all'ombra di una cultura della guerra o, almeno, di intensa competizione che privilegia le prospettive a breve termine, il confronto verbale, la vendetta e la cieca obbedienza. Al contrario una cultura di pace si basa su pochi ma chiari presupposti: perdono come segno più di forza interiore che di vendetta, dibattiti pubblici che diano spazio alla voce di ciascuno; dialogo come via della pace. La pace stessa non è una situazione acquisita per sempre e per tutti, ma un processo creativo e continuo. E' forse tutto ciò che il cristianesimo potrebbe dare alla Cina d'oggi ed è probabile che la Cina sia ora pronta per accogliere e adattare questi nuovi e impegnativi valori. Dopo oltre quattrocento anni dal suo arrivo a Pechino, Matteo Ricci ha ancora qualcosa da insegnarci a proposito dell'incontro tra fede cristiana e cultura cinese. In primo luogo che è possibile ottenere molto pur in circostanze all'apparenza avverse. In secondo luogo ciascuno deve impegnarsi in una situazione culturale in costante cambiamento e convincere la gente che ciò che si può loro offrire è veramente utile. In terzo luogo, l'incontro tra cultura e fede in Cina non riguarda solo la politica o il rapporto di amore-odio basato sul dualismo Oriente-Occidente, ma anzitutto deve essere visto come un processo di creatività e di conversione reciproca. L'arroganza missionaria resta l'ostacolo maggiore alla diffusione del Vangelo nel mondo cinese. L'adeguata considerazione delle possibilità e dei limiti nella vita della gente che si incontra ha dato prova di essere l'unico atteggiamento per far emergere quasi d'incanto nuove possibilità, nuovi incontri e nuovi modelli di pensiero.
|
Benoit Vermander |