| Lug-Ago-Set 1998 - Chiesa e missione |
| MORTE CONTRO UNA LEGGE INFAME LA DRAMMATICA VICENDA DEL VESCOVO DI FAISALABAD (PAKISTAN) |
| Un vescovo che prende una pistola e si uccide con un colpo ala testa nell'aula di un tribunale fa certamente notizia. E' il caso di mons. John Joseph, il primo pakistano consacrato vescovo nel 1981. Ma quali sono le cause di tale gesto? I cattolici del suo paese lo considerano un martire.
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Mons. John Joseph, vescovo di Faisalabad, 66 anni, presidente della Commissione Giustizia e Pace del Pakistan, si è ucciso il 6 maggio scorso per protesta contro l'infame legge sulla bestemmia in vigore nel suo paese; è stato sepolto il 10 dello stesso mese, dopo un servizio religioso ecumenico, al canto di "il suo sangue non sarà inutile!". La sua tomba è ai piedi della Madonna , presso la grotta a lei dedicata di fronte alla cattedrale. Tra le oltre 50.000 persone presenti c'erano anche mons. Armando Trindade, presidente della Conferenza Episcopale pakistana, arrivato direttamente da Roma dove stava partecipando ai lavori del Sinodo speciale per l'Asia, e i capi dei maggiori gruppi cristiani presenti nel paese. La bara era stata trasportata in processione da Khushpur, villaggio natale di mons. Joseph, a circa 50 chilometri a Sud di Faisalabad, dopo una solenne messa funebre presieduta dal Nunzio Apostolico, mons. Renzo Fratini. P. Immanuel Yousaf, direttore della Commissione Giustizia e Pace e vicario generale dell'arcidiocesi di Lahore, ci ha confidato che la polizia ha impedito a migliaia di cristiani di partecipare al funerale. Pullman imbandierati, provenienti perfino da Karachi, "sono stati fermati lungo la strada; preti e suore, più facilmente identificabili dall'abito, sono stati rimandati indietro. Ai fedeli è stato proibito di rendere omaggio a colui che aveva combattuto per loro". Anche due giorni prima, durante la processione del venerdì (giorno festivo in Pakistan anche per i cristiani, n.d.r.), la polizia aveva usato la mano pesante sparando sui cristiani, ferendone tre. Il peggio è però accaduto la domenica seguente, quando un gruppo di fondamentalisti musulmani ha attaccato i cristiani in lutto bruciando molte delle loro case e botteghe in Faisalabad, chiedendo l'immediata esecuzione di Ayub Masih, un giovane cattolico condannato a morte in aprile per una presunta difesa del controverso libro I versetti satanici di Salman Rushdie. Attivista della campagna contro una "legge iniqua" che fa condannare a morte la gente anche per generiche accuse di bestemmia, mons. John Joseph si è ucciso nel tribunale di Sahiwal, lo stesso che aveva condannato a morte Ayub. La mattina del 6 maggio aveva fatto visita ai familiari del condannato e aveva partecipato a un incontro in cui aveva parlato di "situazione disperata". "Molti avvocati - aveva detto - appoggiano la sempre più pressante richiesta di abrogazione di questa legge infame, ma nessuno osa prendersi a carico il caso di Ayub per paura di rimetterci la pelle". E non senza ragione. Il giudice della Corte Suprema di Lahore, Arif Iqbal Bhatti, per esempio, che aveva assolto due cristiani, tra cui un ragazzo di 14 anni, accusati di bestemmia, è stato ammazzato nell'ottobre dello scorso anno. E anche le due persone assolte hanno dovuto rifugiarsi all'estero in seguito a minacce di morte da parte di gruppi musulmani. Anche Ayub aveva rischiato di essere ucciso nella stessa aula del tribunale durante il processo. Anwar Masih, un altro cristiano accusato di bestemmia, assolto dal tribunale di Faisalabad il 24 aprile, è costretto a vivere nascosto, sempre per minacce di morte. Dopo la sentenza capitale la Commissione Giustizia e Pace del Pakistan aveva indetto manifestazioni di protesta, facendo notare come il caso fosse stato montato di proposito in seguito a una disputa tra ricchi proprietari terrieri musulmani e poveri contadini cristiani senza terra, tra cui Ayub. I cristiani avevano fatto domanda al governo locale per l'assegnazione di terra dove costruire la casa. Quando, nell'ottobre dell'anno scorso, il caso di Ayub finì in tribunale, tutte e quindici le famiglie cristiane dovettero abbandonare le proprie abitazioni per minacce. "Se qualcuno deve spargere il proprio sangue per far abrogare la legge sulla bestemmia, io sarò il primo a farlo", aveva dichiarato mons. John Joseph, partecipando a una giornata di digiuno nel villaggio di Ayub. In seguito il vescovo si era recato in tribunale con P. Mendis, parroco del luogo, e lì gli aveva chiesto di essere lasciato solo per pregare. Erano le nove del mattino. Poco dopo si sparò. Nel suo ultimo messaggio intitolato Akhri katam, "Il passo finale", sollecitava vescovi, parlamentari, organizzazioni non governative, musulmani, cristiani e altri ancora ad unirsi nella lotta per far sospendere l'esecuzione di Ayub (esecuzione di fatto sospesa dalle autorità pakistane dopo la morte del vescovo, n.d.r.) e per far abrogare gli articoli 295/B e C della legge sulla bestemmia. La legge in questione "L'inserimento dell'articolo 295/C nel Codice Penale - mi aveva detto nel 1995, in un'intervista in esclusiva, il giudice Dorab Patel, già presidente per due volte della Corte Suprema del Pakistan, negli anni 1979-1981 - ha trasformato un provvedimento innocuo in una legge estremamente detestabile. L'aspetto più evidente della definizione di bestemmia è la sua vaghezza. Benché l'articolo 295/C cerchi di definire un reato punibile solo con la morte, sono di fatto le parole 'attraverso qualunque imputazione', allusione o insinuazione, diretta o indiretta, a rendere arbitraria la definizione di bestemmia". Patel cita anche un esempio. Un parlamentare cristiano legge un passo della Bibbia in cui si dice che Cristo è Figlio d Dio; ciò, secondo l'islam, è una bestemmia; se un musulmano mette in ridicolo tale affermazione con l'intenzione di insultare il cristiano, il massimo della pena cui è soggetto, in base all'articolo 298, è un anno di prigione. Ma se il cristiano risponde criticando l'ingiunzione del Corano contro l'affermazione della Bibbia che Cristo è Figlio di Dio, viene probabilmente condannato a morte, nonostante si tratti della risposta a una provocazione e senza la minima intenzione di bestemmiare. Ashma Jahangir, presidente della Commissione per i Diritti Umani del Pakistan (HRCP), alla cerimonia funebre di Khushpur ha definito mons. Joseph "un martire dei diritti umani". Il rapporto della stessa Commissione per il 1997 affermava che la maggior parte dei casi di bestemmia sono indotti di proposito contro appartenenti alle minoranze per risolvere questioni di terreni o altre forme di discordia. "I cristiani sono veramente spaventati dalla legge sulla bestemmia - mi aveva detto mons. Joseph in un'intervista dell'agosto dell'anno scorso -. Chiunque può essere incastrato a causa di essa". E sottolineava come la stessa legge abbia creato la "psicosi della paura" tra i cristiani del paese, che sono solo l'1,5 per cento dei 140 milioni di pakistani. Alcuni musulmani vorrebbero abbracciare il cristianesimo, ma questa draconiana legge diventa per loro un deterrente. "Se per caso qualche musulmano si fa cristiano, lo dobbiamo tenere segreto a causa della legge sulla bestemmia", ha detto ancora mons. Joseph. Nonostante il modo del vescovo, a dir poco discutibile, di dare la vita per la causa che stava difendendo, non c'è stata praticamente alcuna critica al suo suicidio, nemmeno da parte delle autorità della Chiesa pakistana. In un comunicato-stampa diramato da Roma, dove i vescovi si trovavano per i lavori del Sinodo, la Conferenza Episcopale del Pakistan afferma che mons. Joseph "si era dedicato alla lotta per difendere i diritti umani dei poveri e delle vittime dell'ingiustizia" e si "era preparato a dare la vita per l'abolizione di leggi usate e abusate ripetutamente contro le minoranze innocenti. Noi crediamo che il Signore, che egli ha cercato di servire così eroicamente, sarà ora il suo giudice misericordioso che gli darà il meritato premio". "E' stato un grande sacrificio in una difficile situazione", ha detto mons. Trindade dopo il funerale, prima di ripartire in fretta per Roma, rispondendo alla mia domanda sull'opportunità o meno di uccidersi. "Noi preghiamo adesso - ha aggiunto - di essere tutti uniti, cattolici, protestanti e uomini di buona volontà, perché questa problematica legge sia abrogata". Padre Yousaf, che ha affiancato mons. Joseph per quindici anni, ha reagito energicamente alla domanda se l'atto finale del vescovo debba essere considerato un suicidio. "Siamo molto sensibili a questa parola, ma egli non ha commesso suicidio; ha semplicemente dato la sua vita per la causa per la quale aveva lottato. Il luogo dove è morto è molto significativo (l'aula del tribunale dove è stato condannato a morte Ayub). E' un martire!". Ed ha respinto con sdegno l'insinuazione di alcuni che sia stata la polizia a ucciderlo. Descrivendo il gesto del vescovo come "non disonorevole", ma piuttosto come "fede per la costruzione della comunità", il vicario generale dell'arcidiocesi di Lahore ha aggiunto che: "Come il suo leader ha dato la vita per la comunità, così anche noi ne imiteremo l'esempio". Il ritornello tra i fedeli era: "Il tuo sangue ci farà trovare una soluzione". L'emotività, naturalmente, fa la sua parte e la gente è pronta a tutto. Il pericolo è che molti cristiani hanno già minacciato di autoimmolarsi se questa legge iniqua non verrà abrogata. "Preghiamo perché i fedeli usino moderazione", ha detto P. Yousaf. Il sacrificio di mons. Joseph sembra aver aperto gli occhi della comunità internazionale sulla triste situazione del Pakistan. Il presidente americano Clinton ha invitato il governo pakistano ad abrogare la legge sulla bestemmia perché favorisce un clima di intolleranza.
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Anto Akkara |