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 Ottobre 1998 - Speciale Madagascar

Le sfide del nuovo millennio
La Chiesa guarda al futuro
Invece di assolutizzare delle statistiche che risulterebbero comunque relative, questo articolo di propone semplicemente di presentarvi le riflessioni e le speranze di P. Randrianasolo, un giovane gesuita malgascio, all'alba del Terzo Millennio.

Molti fattori invitano l'osservatore accorto a riconoscere la giovinezza e la vitalità della Chiesa del Madagascar: l'abbondanza di vocazioni sacerdotali e religiose, l'espansione continua del cristianesimo sino agli angoli più reconditi del paese, il sorprendente dinamismo dell'insegnamento cattolico, l'utilizzo crescente dei mezzi di comunicazione, l'inculturazione progressiva delle celebrazioni liturgiche, l'innegabile influsso della gerarchia cattolica sulla popolazione... La Chiesa ha superato abbondantemente la soglia dei tre milioni di fedeli, ma ora deve farsi carico anche di alcune sfide, come la definizione delle priorità apostoliche, la "malgascizzazione" della nuova evangelizzazione, la preparazione adeguata dei futuri apostoli.

Risorse umane

a) Le vocazioni
Negli anni Settanta, il solo grande seminario di Ambatoroka era sufficiente per la formazione di 60 seminaristi provenienti da tutta l'isola. La decentralizzazione è oggi una realtà consolidata e i 600 seminaristi sono divisi in quatto filosofati e in tre teologati. Nelle diocesi più importanti degli Altipiani (Antananarivo, Fianaratsoa, Antsirabé), all'invecchiamento dei missionari ha fatto riscontro un afflusso crescente di candidati al sacerdozio. Il clero diocesano a poco a poco prende in mano le parrocchie e i distretti di campagna.

Le difficoltà tuttavia non mancano. Si lamenta in particolare la mancanza di formatori e di insegnanti. Ogni diocesi partecipa alla formazione, mettendo a disposizione alcuni preti; ma questi non sono necessariamente preparati. I seminari regionali non hanno sufficiente materiale didattico, ma saranno ben presto equipaggiati. La cosa più inquietante è la mancanza di professori permanenti di buon livello. Certo, si fa appello anche ai laici, ma essi possono rimpiazzare i preti quando si tratta della formazione sacerdotale? Con i ritmi di crescita attuali si rischia di sacrificare la qualità alla quantità.
Per lungo tempo, solo qualche studente della Compagnia di Gesù e de La Salette frequentava i corsi al seminario maggiore di Antananarivo. Oggi venti congregazioni maschili inviano più di 200 giovani ai corsi di filosofia e teologia. Oltre a queste difficoltà si aggiunge anche il problema dell'inquadramento. La maggior parte delle congregazioni missionarie non ha mai pensato a un ricambio con personale locale. C'è voluta la crisi delle vocazioni in Europa per arrendersi all'evidenza e reclutare giovani malgasci. Il formatore improvvisato si vede così costretto ad assumersi il ruolo di direttore del foyer, di prefetto degli studi, di animatore spirituale, di economo. In queste condizioni come è possibile offrire una formazione soddisfacente? Coscienti dei loro limiti, i formatori si raggruppano in seno all'Unione dei Religiosi Formatori (URF) per condividere le loro esperienze, e per approfondire i principali problemi della formazione. Contrariamente all'anti-intellettualismo d'un tempo, essi sentono la necessità d'una formazione più solida.

Le congregazioni femminili sono ancora più fiorenti con 3500 religiose e 400 novizie. Negli ultimi venticinque anni il loro effettivo è più che duplicato e non si temono inflessioni. Bisogna riconoscere che le formatrici sono meglio preparate, l'organizzazione è più efficace, e la collaborazione tra le congregazioni più rodata: ormai spesso il periodo di postulandato, il noviziato e gli studi che ne seguono sono inter-congregazionali. Senza contare gli incontri regolari ad altri livelli.

Il sociologo potrebbe interpretare in maniera un po' semplicistica questo fiorire delle vocazioni come una fuga dalla miseria familiare. Ma sarebbe un giudizio affrettato e superficiale, che ignora il fatto che nessuna congregazione religiosa offre ai suoi giovani tranquillità e agiatezza. Le religiose sono invitate molto presto ad assumersi pesanti responsabilità, a riprendere studi particolarmente faticosi fuori dal loro contesto abituale, e perfino a prendere la via della missione all'estero. Le congregazioni femminili rappresentano realmente il polmone della Chiesa locale e la loro vitalità è dovuta in gran parte al loro dinamismo apostolico.

b) L'impegno dei laici
In Madagascar la collaborazione con i laici non è né una novità né una riscoperta. I laici erano e restano tuttora il braccio destro dei preti. In loro assenza assicurano l'animazione liturgica, la preparazione ai differenti sacramenti, l'esecuzione di diversi lavori. Più vicini alla gente, sono spesso più efficaci nella trasmissione del messaggio evangelico. E il salario assolutamente irrisorio non diminuisce la loro vita di testimonianza e il loro zelo apostolico. Secondo un recente sondaggio il 70% delle vocazioni proviene dalle famiglie di catechisti. La sconfitta dell'ideologia marxista degli anni Ottanta si spiega in grande misura proprio con l'impegno eroico di certi laici. Alcuni giovani sono inviati al centro nazionale o regionale di catechesi per acquisire una formazione base in teologia o per aggiornarsi; altri seguono corsi di teologia all'Istituto pedagogico per essere in grado di animare i movimenti di azione cattolica o per impegnarsi come catechisti volontari. I parroci riuniscono ogni mese quelli che già collaborano con loro per arricchirne il bagaglio teologico e spirituale.

I mezzi apostolici

a) Le scuole
Tutte le diocesi riconoscono oggi che solo un buon insegnamento può cambiare le mentalità tradizionali, molto reticenti di fronte alle novità. Spesso la scuola cattolica è posta di fianco alla chiesa. Le famiglie non amano le scuole pubbliche, benché gratuite, in quanto mancano organizzazione, disciplina e coscienza professionale, e iscrivono volentieri i loro figli alle scuole cattoliche, rinomate per la loro eccellenza pedagogica e la loro capacità educativa. In occasione degli ultimi esami ufficiali di stato, l'80% dei trenta migliori allievi del Madagascar proveniva da scuole cattoliche.
Queste, tuttavia, hanno una vita molto difficile. I governi che si sono alternati hanno sempre promesso sovvenzioni alle scuole private, ma nessuno le ha mai concesse. Il loro anticlericalismo sommerso, ereditato dalla colonizzazione, provoca tristi conseguenze. L'insegnante non può consacrarsi completamente all'insegnamento. A causa del suo misero salario, deve approfittare del tempo libero per trovare altri lavoretti in modo da far fronte ai bisogni della sua famiglia. Anche le scuole cattoliche, come la Chiesa, vorrebbero rivolgersi innanzitutto ai più bisognosi; ciò nonostante si vedono costrette a richiedere ai genitori una partecipazione alle spese. E così spesso sono i figli dei funzionari e dei quadri intermedi che possono frequentare le nostre scuole. E questa situazione sarà solo provvisoria?

Senza materiale didattico, in un contesto familiare privo di stimoli intellettuali, i bambini si accontentano generalmente degli sforzi degli insegnanti e degli appunti presi in classe. Alcune congregazioni cercano di colmare queste lacune creando della biblioteche scolastiche; i loro sforzi restano comunque embrionali in rapporto all'immensità del territorio nazionale. Malgrado ciò la Chiesa non si dà per vinta. Ha creato la DINEC (Direzione Nazionale dell'Insegnamento Cattolico) e la DIDEC (Direzione Diocesana dell'Insegnamento Cattolico) per strutturare, coordinare, seguire e unificare l'insegnamento cattolico dell'isola. Inoltre ha fondato l'Istituto pedagogico che prepara laici e religiosi all'insegnamento e alle grandi responsabilità nelle scuole cattoliche.

b) I mezzi di comunicazione sociale
La Chiesa ha puntato innanzitutto sulla stampa per la sua opera di evangelizzazione. I migliori documenti sul Madagascar e sulla sua popolazione, i giornali più affermati sono il frutto di religiosi locali o di missionari. Un'apposita commissione, la VBKR, ha ripreso oggi questa tradizione e ha pubblicato più di 40 titoli in 10 anni. Tuttavia questi sforzi non ottengono sempre i risultati che ci si attenderebbe. La cultura orale malgascia toglie il gusto alla lettura. Gli editori vendono i loro libri cinque volte meno di quelli importati. E intanto aumenta di giorno in giorno il deposito degli invenduti. Anche il socialismo del decennio scorso ha fatto la sua parte: in nome della rivoluzione malgascia è riuscito a sopprimere i mercati dell'informazione e le biblioteche municipali, denunciandole come antiche vestigia dell'imperialismo culturale. Di conseguenza, la gioventù attuale ignora ciò che si chiama comunemente curiosità intellettuale e cultura generale.

La radio si mostra più adatta alla cultura orale del popolo malgascio. Il che spiega l'attuale abbondanza di radio private. La sola rete a diffusione nazionale è la RNM (Radio Nazionale del Madagascar); ogni settimana la Chiesa condivide con le altre confessioni alcune ore di emissione religiosa. Tutti sono convinti che sia insufficiente. È per questo che i salesiani e alcune diocesi hanno dato vita a stazioni locali a tempo parziale. Solo la RDB (Radio Don Bosco) locale, ma sufficientemente potente e funzionante a tempo pieno, è capace di affrontare la concorrenza.

Queste lodevoli iniziative meritano di essere migliorate nel contenuto e nel metodo. Infatti gli ascoltatori di RDB sono informati sulla Chiesa universale e su quella di Antananarivo, ma non sanno praticamente niente delle altre diocesi. Si potrebbe immaginare la fusione di queste stazioni cattoliche, il rinforzo di un'équipe centrale, la presenza di corrispondenti o inviati speciali in ogni diocesi. Il merito della RNM è proprio quello di avere rappresentanti permanenti in tutta l'isola. La cattolicità avrebbe così la possibilità di imporsi sull'istintivo regionalismo. D'altra parte, dal momento che abbiamo il vantaggio di avere una sola lingua, si possono facilmente invitare degli specialisti attorno a una tavola rotonda o davanti al microfono. La strategia della dispersione sembra una pregiudiziale al pluralismo e a una certa sensibilizzazione comune dei cristiani. Si nota inoltre, da un lato, una tendenza generale delle congregazioni di mettersi all'unisono, dall'altro, una difficoltà di comunicazione anche agli alti livelli della Conferenza Episcopale del Madagascar. È per questa ragione che la radio cattolica rema contro-corrente e trascura il suo ruolo di medium per eccellenza?

Non si potrebbe dunque dare una colorazione cristiana a queste emissioni radiofoniche, mettendo l'accento sull'informazione e sulla formazione e facendo trasparire un certo spirito, anche nelle trasmissioni più leggere che tendono a divertire?

c) L'apostolato sociale
Dopo gli anni Settanta, le condizioni di vita dei malgasci non cessano di deteriorarsi. La classe media si sgretola per andare a ingrossare le fila dei malnutriti che rappresentano oggi il 75% della popolazione. Mentre il potere di acquisto del franco malgascio resta stazionario, i prodotti di prima necessità si vendono cinque volte più cari. Si tratta più di lotta di sopravvivenza che di sviluppo.
Le coste e la regione centro-occidentale restano generalmente fertili; è per questo che i giovani contadini degli altipiani vi emigrano volentieri. Tuttavia per mancanza di strade e di mezzi di comunicazione non riescono a smerciare i loro prodotti che si accumulano. Si dedicano allora all'allevamento. Ma ecco che dei banditi armati li aggrediscono per rubare loro gli animali. I contadini, isolati o in gruppo, vivono nell'insicurezza totale, dal momento che non possono contare sulle forze dell'ordine, mal equipaggiate e carenti di personale. Nella speranza di trovare un lavoro più remunerativo e una maggior sicurezza si trasferiscono allora in città. Ma sono presto delusi: la mancanza di professionalità sbarra loro tutte le porte. Disoccupati e abbandonati alla loro sorte, si ritrovano spesso obbligati a diventare delinquenti per sopravvivere.

Grazie alla sua opzione preferenziale per i poveri, la Chiesa viene in loro soccorso in diversi modi: lotta contro l'analfabetismo, crea dispensari, fonda centri di formazione professionale, organizza mense, distribuisce offerte... L'apostolato sociale è spesso una prerogativa dei missionari e i benefattori sono particolarmente sensibili. E allora la tentazione di fare ciascuno per sé, di farsi il proprio nido, è grande. Ma alle soglie del Terzo Millennio, nel momento in cui la fiaccola dell'evangelizzazione passa nelle mani degli autoctoni, non bisognerebbe forse rivedere il metodo o rettificare il tiro?

Alcune congregazioni femminili mettono già in comune tutti gli aiuti provenienti dall'estero, in modo tale che chiunque possa continuare l'opera iniziata. I religiosi e i diocesani, invece, sono più angosciati di fronte all'avvenire e si domandano come possono assicurare la continuità di opere utili e necessarie, ma che necessitano di fondi di cui non dispongono. In effetti, davanti alla miseria, non si trova più il tempo per discutere insieme. Ciascuno si arrangia come può. Nessuno pensa a preparare un successore. Spesso un'opera muore con il suo fondatore.

Inoltre, capita pure che due opere che hanno la stessa finalità si fanno concorrenza invece di unire gli sforzi. Le iniziative sparpagliate non possono in alcun modo trasformarsi in progetti di sviluppo duraturo. Alcuni organismi diocesani, come il CASEDEFI e il BUCAS, sono stati creati per coordinare le opere sociali e caritative, ma quante reticenze! Ne consegue che, per il momento, le priorità sembrano essere determinate dalla capacità degli individui di cavarsela dal punto di vista finanziario. Le richieste di aiuto non rischiano dunque di mantenere la Chiesa locale in perenne dipendenza e di impedire che i cristiani prendano in mano il proprio destino?

L'autonomia finanziaria non deve sopprimere la solidarietà missionaria; ma questo non significa dipendenza esclusiva dagli aiuti esterni. Molti preti affidano con successo ai laici la gestione delle loro parrocchie e dei loro distretti. Viste le urgenze sempre pressanti e l'aumento del personale apostolico, non è forse tempo di dar vita a una disciplina più rigorosa, a una collaborazione più vera, a una condivisione più fraterna sia a livello dei beni spirituali sia materiali? Questo Terzo Millennio sembra esigere una profonda revisione del metodo apostolico e soprattutto una reale conversione dei cuori e degli spiriti. La generosità dei donatori resterà la stessa nonostante l'invecchiamento dei missionari? Quando la giovane Chiesa del Madagascar potrà volare con ali proprie? Ecco le sfide di cui deve farsi carico.


Jean Baptiste Randrianasolo




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