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 Ottobre 1998 - Speciale Madagascar

Madagascar paese povero?
A quarant'anni dall'indipendenza...
Concludiamo questo sguardo panoramico sul Madagascar con le riflessioni del professor Pietro Lupo, da tanti anni nell'isola, docente di antropologia e storia delle religioni all'università di Tulear, nel profondo Sud del paese. Ci aiutano a capire molti problemi e rispondono a numerosi interrogativi.

Il mio primo articolo sulla Grande Isola africana è di una quarantina di anni fa. Lo scrissi due mesi dopo la proclamazione dell'indipendenza avvenuta nel 1960; è pervaso di euforia e di ottimismo, ma anche di realismo. Portava il titolo: Madagascar, paese libero? (cf. Historia, Milano, agosto 1960). Oggi non potrei più riscriverlo e le sue pagine, per chi volesse rileggerle, testimoniano speranze e progetti che appaiono ormai, in gran parte, illusorie. Il discorso attuale si orienta verso il tema della povertà e dell'impoverimento. Madagascar, paese povero, é il titolo che si può dare a una serie di inchieste e di valutazioni di progetti, alle quali ho partecipato in quanto insegnante e in quanto membro di un Groupe de Recherche pour la Connaissance du Sud (G.Re.C.S.). E' un Ufficio Studi con sede a Tulear e si occupa di questi problemi. Le inchieste e valutazioni sono state realizzate per conto della Banca Mondiale e del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, qualcuna per l'Organizzazione Mondiale dell'Agricoltura (FAO).
Nelle pagine seguenti vorrei rendere conto di alcune idee contenute in questi lavori di carattere antropologico, socio-economico e storico, evitando tuttavia l'apparato scientifico universitario d'uso quando si scrive per ambienti specializzati.

Un quarantennio d'indipendenza

La prima idea è questa. Un quarantennio d'indipendenza non basta a costruire una nazione. E un'unità di misura storica minima nel lungo divenire di un popolo. Per l'Africa in generale e per il Madagascar in particolare, si tratta d'una prima fase di ricerca istituzionale, di assestamento culturale e religioso, etnico, ed economico. Si pensi al taglio arbitrario delle frontiere africane operato all'epoca coloniale, alle alienazioni intellettuali e spirituali, all'economia destinata al progresso della madrepatria... Questa fase di assestamento non é ancora conclusa.

Non si negano le responsabilità africane nell'impoverimento generale del continente. Ma davanti alle critiche lanciate contro le incertezze e le incapacità, contro la corruzione di molti capi africani o la lentezza e i ritardi culturali e religiosi, mi domando, senza però giustificarne il fatto né per l'Europa né per l'Africa, perché si debba esigere da questa un'etica che l'Occidente non ha o perché l'Africa avrebbe dovuto fare in quarant'anni un cammino che l'Europa ha percorso, senza mai completarlo, in diversi millenni; o ancora, perché l'Africa deve rinunciare ai suoi comportamenti culturali e religiosi, spesso magici, mentre gli stessi comportamenti rifioriscono in modo impressionante nel cuore del mondo industriale. Altre domande si affacciano su questa stessa linea: perché meravigliarsi delle follie politiche africane, quando quelle di re incapaci o irresponsabili, di capi di stato criminali, e infiniti intrighi riempiono di pagine oscure la storia europea?

In realtà l'indipendenza che era apparsa ai movimenti nazionalisti come il toccasana della rinascita del loro paese, segnava l'anno zero in cui cominciava l'edificazione di uno stato moderno. Anno zero. Anno di partenza e di speranze, anno di illusioni. D'accordo. Era l'inizio di una salita di cui è difficile stabilire la complessa curva storica di crescita. Questa curva è legata infatti a contingenze difficili, al susseguirsi di regimi e di ideologie che, dopo il 1960, si sono contraddetti l'un l'altro. Instabilità inevitabile che gli storici cominciano a interpretare come ricerca d'una fondamentale identità perduta.

Tale instabilità era da attendersi, era logica, dopo il regime oppressivo del periodo coloniale. In questo quarantennio però il Madagascar non ha visto genocidi e guerre sfortunatamente registrati in altri paesi africani; ha conosciuto tuttavia quattro regimi e quattro stili di gestione politica in cui ognuno negava quel che il predecessore aveva cercato di realizzare. All'inizio fu un socialismo democratico di tipo inglese che non aveva le basi economiche necessarie per riuscire; di più, era rimasto legato all'antica potenza coloniale. Poi venne un socialismo marxista radicalizzato sul modello sovietico e coreano, che ha imposto un'ideologia e un'apertura economica senza legami con la tradizione malgascia; l'impoverimento si è aggravato proprio in questo secondo periodo. Negli anni 1991-1995, un liberismo privo di solide tradizioni culturali ed economiche fu messo su da movimenti di folle senza guide di rilievo politico. Appoggiato da un malaugurato cesaropapismo, di cui le Chiese hanno avuto pena a sbarazzarsi, si é dissolto, rifiutato dal Parlamento Nazionale. Oggi guardiamo con attesa un po' ansiosa il mettersi in piedi di una "repubblica ecologica umanistica" che ritorna ai principi liberali e all'iniziativa privata.

Involuzione?

Davanti a questo movimento, fatto di ricerca e di incertezze, gli osservatori parlano globalmente di involuzione o di crescita negativa. Un documento della Banca Mondiale, alla cui redazione ha collaborato anche il nostro Gruppo di Ricerca, afferma che "le condizioni necessarie per impedire l'estendersi della povertà e il degradarsi continuo del livello di vita della popolazione non sono ancora riunite" (giugno 1996). Ecco alcuni dati essenziali che ne spiegano il perché.

  1. La vera crescita certa, galoppante, è quella demografica: i 3 milioni di abitanti che popolavano l'isola nel 1960, si sono quadruplicati oggi: più del 3% di aumento annuo, 13 milioni di malgasci nel 1995! Una piramide giovanissima, dove il 50 % delle persone hanno meno di sedici anni... Questa crescita significa un aumento vertiginoso di bocche da nutrire, di giovani da istruire, di malati da curare. In rapporto ad essa, l'aumento della produzione economica dell'1,8% annuo (per gli ultimi 5 anni) è insufficiente e il paese é costretto a comprare all'estero, indebitandosi, supplementi importanti di prodotti alimentari e di primaria necessità. La risposta è: diminuire il numero di bocche da sfamare. E di fatto un'intensa propaganda antinatalista, tumultuosa e senza pudore, si è scatenata negli ultimi anni; essa non arriva però alle assurdità indiane e, a dire il vero, non ha successo negli ambienti rurali tradizionali dove a volte è considerata come stregoneria. Accanto a questa risposta facile vedremo che se ne prospettano anche altre inattese e più realistiche.

  2. Involuzione, dunque, verso un'economia più fragile di quella coloniale che aveva alle spalle una grande nazione industriale (la Francia). Riteniamo qui soltanto i riflessi sociali di questa fragilità. Le complesse tavole statistiche sull'argomento si possono ridurre a qualche constatazione sintetica. Partiamo dall'indice medio riguardante il numero di calorie necessarie perché una persona possa condurre una vita di lavoro quotidiano normale. Questo indice, calcolato recentemente dalla FAO, è di un minimo di 2.100 calorie al giorno, il che significa 600 grammi di riso e un po' di carne. Il livello di benessere aumenta col crescere di questo indice; la povertà comincia quando esso diminuisce. Al livello del 50% si è già alla definizione tecnica di povertà. La Banca Mondiale aggiunge altri criteri che completano, senza però cambiare essenzialmente i calcoli della FAO. Nel 1962 il 43 % dei malgasci viveva a questo livello di povertà, cioè disponeva di un reddito personale che gli permetteva di acquistare appena la metà delle calorie giornaliere necessarie per vivere e lavorare decentemente.

  3. In concreto ciò significa che il 43% della gente viveva con meno di 1.050 calorie al giorno, cioè con meno di 300 grammi di riso. Questo livello può arrivare, arriva di fatto, a stadi inferiori che vengono teoricamente definiti come "critici"; è più esatto allora parlare di miseria e di indigenza. Verso la fine degli anni Settanta, quel 43% di persone che vivono a livello di povertà era salito al 47%. Dopo questa data, con l'avvento del socialismo, l'impoverimento si accelera e in dieci anni si passa al 74%. La constatazione più tragica è che attualmente la povertà "critica", cioè quella della miseria e dell'indigenza, si situa attorno al 60%.

  4. Tradotto in termini monetari, ciò significa che il reddito annuo pro capite si aggira attorno a 250.000 franchi malgasci (fmg), cioè circa 100.000 lire italiane; esso è inferiore del 31% a quello degli anni Sessanta, e del 38% a quello del 1972. Il reddito di povertà "critica" è circa 180.000 fmg (65.000 lire) annui. Questi dati situano il Madagascar fra i paesi più poveri della lista dell'Annuario Mondiale dello Sviluppo, pubblicato dalle Nazioni Unite nel 1995. Si comprenderanno facilmente le ripercussioni di tutto questo sul piano sanitario (una pillola antimalarica che 15 anni fa costava 10 fmg oggi ne costa più di 200), sulla degradazione dell'ambiente ecologico (una popolazione massivamente povera è sempre aggressiva nei confronti della natura) e sul piano educativo.

  5. I ragazzi scolarizzati sono passati dal 69% degli anni Sessanta (indice allora fra i più elevati dell'Africa a Sud del Sahara) al 55% oggi, considerato il tasso globale netto di scolarizzazione per le elementari e le secondarie (48% per le une e 7% per le altre). Il degrado generale in cui si trovano le scuole (fra l'altro per l'assenza di manutenzione degli edifici e per l'insufficienza di strumenti pedagogici e di insegnanti) ha richiesto recentemente l'intervento di importanti fondi stranieri (Banca Mondiale, Fondo Europeo, Fondo Giapponese, UNICEF, ecc.), che non hanno ancora risolto tutti i problemi.
    Curva ascendente della miseria e della dipendenza dall'estero, dunque. Tutti lo dicono, tutti lo vedono.

Discorsi sulla povertà

La povertà esiste e noi non la neghiamo né incrociamo le braccia; anzi, non facciamo che denunciarne le dimensioni che ci sembrano oggettive. Ma il discorso su di essa è ossessivo, umiliante e abusivo; spesso è incompleto perché non ne analizza a fondo le cause. Come se l'Africa e il Madagascar fossero una massa di povertà ineluttabile, perpetuamente in cerca di interventi stranieri salvatori. Bisogna riconoscere, però, che questo discorso attira fondi e aiuti e insistervi è, di per sé, una strategia.

Ci sono allora cose che si dicono poco o si dicono a bassa voce e che gli studi citati all'inizio di questo articolo (per fortuna non sono i soli) cercano invece di sviluppare. Ci domandiamo se bisogna continuare ancora a lungo un discorso sulla povertà che mantiene, in chi ne è l'oggetto, un sentimento di inferiorità e di assistenzialismo; discorso demoralizzante che banalizza lo stesso fenomeno sociologico della povertà. Affermiamo al contrario che bisogna attirare l'attenzione e parlare con tutti i mezzi delle ricchezze oggettivamente esistenti nel paese, ricchezze a volte abbandonate perché di difficile accesso, o sfruttate male e gestite peggio. Diciamo che è immensamente più opportuno e più utile insistere sulle condizioni psicologiche, socio-culturali e religiose che determinano la povertà, sugli ostacoli istituzionali che impediscono lo sfruttamento delle ricchezze, piuttosto che umiliare i gruppi interessati, reclamizzandone la povertà. Ma non si tratta neppure di dare illusioni, di dire: la povertà è una facciata, siete ricchi, svegliatevi. Essa è un fatto reale dappertutto nel mondo, non meno grave a New York e a Roma che ad Antananarivo o ad Abidjan. Impresa educativa che richiede una pedagogia partecipante e intelligente.

In primo luogo si tratta dunque di spostare l'accento sulle possibilità di superare questa povertà con le proprie iniziative, invece di lamentarsi per gli imbarazzi o per le rovine che essa produce. Spesso ci si ferma su queste ultime e si passa superficialmente sui dinamismi e sulle possibilità che esistono all'interno delle società definite povere. Così, per esempio, al momento in cui una catastrofe naturale si abbatte sul paese, o quando si deve costruire una strada, una scuola, un ospedale, un acquedotto... si pensa subito a tendere la mano per avere aiuti dall'estero, invece di fare appello alle iniziative dei gruppi interessati. Lo spostamento di accento permette, fra l'altro, di costatare le potenzialità esistenti e di scoprire gli ostacoli di cui spesso le responsabilità si trovano all'interno delle comunità.

Concludendo, si ha l'impressione che la povertà sia dovuta all' insufficienza etica e culturale o, a volte, all'assenza di un discorso che sviluppi un'ideologia o una religione del lavoro. D'altra parte, lo sfruttamento della ricchezza oggettiva suppone, con gli aiuti tecnologici, il risanamento delle istituzioni e il controllo comunitario della gestione dei crediti impiegati. Un tale controllo é spesso rivendicato dai gruppi interessati. L'impegno di popolazioni le cui strutture sociali e familiari sono ancora sane, può essere vero solo nel caso in cui queste condizioni siano acquisite. Allora si potrà parlare di calo della povertà.


Pietro Lupo




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