| Dicembre 1998 - Servizio speciale |
| Un popolo si trasforma: i Tuareg |
| Un viaggio nel Sahara algerino mi porta fra le ultime ombre delle popolazioni nomadi, delle tribù tuareg e dei vari gruppi etnici che coesistono a Tamanrasset. Nome magico e leggendario per i viaggiatori del deserto, Tamanrasset è l'ultimo avamposto della civiltà prima del balzo verso il Sud, verso il vuoto del Tenéré o dell'Air. Fresca e ventilata in mezzo al caldo torrido del Sahara algerino, è oasi di emozioni, di incontri fugaci fra "malati d'Africa", luogo di ristoro dopo lunghe notti all'addiaccio, bivacchi improvvisati, silenzi assoluti nel deserto infinito. Tamanrasset è a circa duemila chilometri a Sud di Algeri, lungo la Transahariana, a 1.400 metri sul livello del mare, tappa d'obbligo per i turisti che vogliono affondare nelle sabbie del Niger o raggiungere velocemente il Mali.
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Ma questo ampio spazio non è bastato a difenderla dal totale isolamento. La Tamanrasset degli anni Novanta è decisamente mutata: c'è perfino un aeroporto dove possono atterrare i jet. Città antica e moderna, dove nelle grandi distese sabbiose sostano le ultime carovane, mentre l'ex-cammelliere attende i clienti accanto a una lussuosa e potente Toyota. Tamanrasset non è più soltanto quella cartolina illustrata sulla quale i malati di esotismo soggiornano numerosi. Se il turismo è sempre stato la vocazione di questa regione, l'immagine dorsale montagnosa del Sud, oggetto di curiosità, con lo spirito rivolto al passato, cede gradualmente il passo a una nuova visione della vita, del presente e dell'avvenire di questo territorio. Al di là delle vicissitudini del clima e delle sorti alterne di una natura troppo in fretta definita ingrata, essa conserva un aspetto fiero, immagine dei suoi abitanti, i Tuareg, gli uomini vestiti di blu, la cui storia si confonde con quella della catene montagnose dominate dall'Assekreme, che supera i 2.700 di altezza. L'oasi, rimasta per lungo tempo isolata e non intaccata dalla civiltà che si stava sviluppando lungo la costa mediterranea, è stata da sempre luogo d'incontro delle tribù nomadi tuareg, punto di appoggio per le carovane provenienti o dirette verso l'Africa nera. Tamanrasset rimase estranea, grazie alla barriera naturale creata dal deserto, alle invasioni straniere succedutesi lungo i secoli in Algeria. Solo sul finire del XIX secolo le truppe militari francesi raggiunsero questo villaggio sperduto, iniziando così, fra continue lotte e rivolte da parte dei Tuareg, la loro dominazione sul Sahara algerino che durò fino al 1962, anno della proclamazione della Repubblica d'Algeria.
Tamanrasset ormai non è solo immagini poetiche e quasi scontate, ma è anche una realtà in continua trasformazione. Ci sono agenzie di viaggio, alberghi come il Tahat, che cercano disperatamente di adeguarsi ai modelli internazionali. Ma soprattutto è una civiltà in fase di espansione, con una periferia moderna e affollata di cantieri. Tamanrasset di oggi è anche questo: volontà di crescere, di adeguarsi ai tempi, alla civiltà e al turismo, fonte di guadagno sempre più considerevole. Oggi un viaggio a Tamanrasset è anche un viaggio fra le contraddizioni e i cambiamenti avvenuti all'interno delle tribù nomadi negli ultimi decenni. Un popolo fiero e nobile come i Tuareg, guerriero e razziatore, abituato agli spazi infiniti del deserto, a possedere schiavi per i lavori manuali e pesanti, ha dovuto adattarsi a vivere nelle case o nelle zeribe, a usare le mani per fare mattoni, per innalzare muri, per guidare scavatrici. Aggirandosi fra i cantieri della città si assiste al lavoro lento e cadenzato dei Tuareg, muratori, carpentieri, camionisti. Sono avvolti nell'inseparabile scesc, sempre dignitosi ed eleganti in ogni loro gesto: senza abbandonare l'abbigliamento tradizionale, anche se poco adatto ai lavori edilizi, riescono a non perdere la loro dignità. Anche se si sono sedentarizzati e svolgono lavori manuali, la loro anima non è cambiata, gli occhi sono sempre vivi, infuocati come le piste del Sahara; sono fieri della loro cultura, della loro lingua (unica, fra quelle berbere, ad avere una scrittura chiamata tifinar), del loro passato (sono una delle popolazioni di ceppo camitico più antiche dell'Africa settentrionale). Nella periferia di Tamanrasset non sono più padroni di terre sconfinate, ma costruttori essi stessi delle loro prigioni, le case, dove tutto è limitato, definito, circoscritto. Chi ha viaggiato nel deserto, ha dormito sotto il cielo stellato più incredibile del mondo, ha guidato la jeep per giorni e giorni senza incontrare nessuno, senza distingue l'orizzonte perché troppo distante, ha senz'altro provato, al ritorno, un senso di soffocamento, di mancanza di spazio attorno a sé. Per un popolo che per millenni ha abitato il nulla, lo shock deve essere fortissimo. Fra i cantieri della città sembrano fantasmi, ombre che cercano la propria identità, che guardano lontano verso i monti e le gole dell'Hoggar; scavano, costruiscono strade, innalzano impalcature fra rumori assordanti, tra polvere e luce accecante. Ogni tanto un dromedario fa la sua apparizione fra le case in costruzione, quasi a voler ricordare che il deserto non è poi così lontano; oppure, fra sacchi di cemento e mattoni che seccano al sole, capita di scoprire un gruppo di operai intenti alla sacra cerimonia del tè, per ricreare un angolo di Sahara, un'atmosfera familiare, in un luogo estraneo e lontano dal loro modo originario di vivere. Molti Tuareg si sono adattati a fare anche le guide turistiche, usando potenti jeep al posto del dromedario: è un compromesso che permette loro di passare ancora gran parte del tempo nel deserto, anche se in modo diverso. Ritrovano il vento, il silenzio, si orientano solo con la testa, aiutati da una vista acutissima che si spinge ben oltre l'orizzonte limitato del nostro sguardo. Conoscono ogni roccia, ogni pozzo, ogni cespuglio; sanno ascoltare la "voce" del deserto, il respiro primordiale della natura, così presente nella notte, quando l'unico rumore che si sente è quello del nostro cuore. I bivacchi nel deserto, intorno al fuoco, sono momenti unici. E' l'ora del rito del tè, forte e zuccherato, che deve essere bevuto almeno tre volte; è l'ora della conversazione, per le guide tuareg e per i turisti, che forse cercano di scacciare i fantasmi notturni, di vincere l'angoscia di un silenzio così totale che schiaccia e lascia senza parole. Si è soli con se stessi. Nel deserto tutto è superfluo, si pensa solo alla sopravvivenza, a ciò che è strettamente necessario. E i nomadi lo sanno bene. Dice un antico proverbio tuareg: "Chi dorme per terra non ha paura di cadere dal letto". Nel deserto tutte le impalcature mentali, le sicurezze di noi uomini "civilizzati", crollano inesorabilmente; ci si trova soli con i nostri pensieri, piccoli davanti al nulla. I veri signori sono loro, i Tuareg, padroni del vero senso delle cose. Purtroppo anche nelle città del Sahel qualcosa sta cambiando, sta contaminando la purezza di questo popolo, come un cancro che si insinua subdolo e si riproduce a dismisura. Capita ancora di incontrare solitarie carovane di nomadi che si spostano con un bagaglio ridotto lungo le piste degli avi, che non si arrendono all'incalzare della tecnologia e del benessere. Vogliono ancora essere padroni di se stessi, della loro vita, delle loro menti, dei loro spazi. Ma per quanto ancora?
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Franco Merici |