torna al sommario
 Novembre 2000 - Dossier: Migranti in cerca di futuro

Dalla sopportazione alla condivisione
A confini spalancati dai moderni mezzi di trasporto e di comunicazione si contrappongono frontiere politiche sempre più chiuse. Tuttavia nulla sembra poter fermare il movimento di popoli verso il miraggio di un maggior benessere. Si può ormai parlare di "globalizzazione", creata dalle necessità d'oggi ma ricca di opportunità per il mondo di domani. Ne trattiamo in occasione della tradizionale Giornata delle migrazioni, il 19 novembre.

Sopravvive ancora una visione arcaica del fenomeno migratorio mondiale, che riconnette singoli episodi a singoli eventi, come la povertà e le persecuzioni. Occorre prendere atto che l'uomo è essenzialmente un nomade per natura e non solo per scelta o per necessità. Siamo abituati a pensare alla sedentarietà come se fosse lo stadio originario e definitivo dei popoli, invece, si tratta solo di una fase di un lungo cammino che l'uomo ha intrapreso quando ha iniziato la sua avventura sulla terra e che, dopo una sosta - la fase stanziale - sta riprendendo verso il suo futuro. Alla luce di questo dato di fatto va studiato e risolto il fenomeno migratorio. Forse si entra nella giusta ottica del fenomeno migratorio, se si pensa, ad esempio, all'arrivo dei popoli del Nord Europa nei territori dell'impero romano; oppure al dilagare degli arabi nelle aree dell'Africa settentrionale, dell'Asia minore e dell'Estremo Oriente. Alle spalle di questi gruppi umani stavano condizioni di vita precarie ma, soprattutto, davanti a essi si stendevano aree di grande ricchezza, che attiravano le tribù dei goti fino alla Penisola Iberica o i normanni fino alla Sicilia. Lo stesso si può dire del fenomeno migratorio dall'Europa all'America dopo la scoperta di Colombo. L'America era il continente dove - si diceva - si poteva trovare l'oro senza fatica, solo razziandolo.

Il senso delle migrazioni moderne
Attualmente si è messo in moto il Terzo Mondo, perché sospinto dalla fame o perché attratto dalla prosperità dei Paesi occidentali. Fame nel mondo ce n'è sempre stata e ha sempre procurato disagi e guerre. Però un movimento dalle dimensioni attuali, convergente verso le due aree "felici" degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, ripete su scala globale le dinamiche delle grandi migrazioni da cui nacquero l'Europa, il mondo arabo, l'America. Sta nascendo un nuovo mondo in cui si esige che il benessere delle due aree "felici" venga reso accessibile a tutti gli uomini. Certo, in una visione globale di questo tipo, sopravvivono fenomeni di natura negativa. Tuttavia, una volta impostato il fenomeno migratorio nell'ottica del progresso cui debbano poter partecipare tutti gli uomini, non si può più indugiare in lamentele moralistiche e in inutili strategie difensive. Che senso può avere rendere impenetrabili i porti e le spiagge d'Italia o le frontiere tra Usa e Messico? Dal vicino e dal profondo Sud dell'America, dell'Africa e dell'Asia salgono i poveri del mondo che domandano un posto a tavola, medicine, previdenza, istruzione e cultura. È un cammino verso la felicità che hanno fatto i nostri "vecchi" alcuni decenni fa. Un cammino che alla fine non è approdato a una civiltà molto felice, ma forse perché il vero cammino degli uomini è destinato a un approdo al di là della storia. Tuttavia, anche per noi che crediamo alla rivelazione di Cristo, la "città terrena" deve arrivare a essere il più simile possibile a quella "celeste". Per questo, l'impegno dei cristiani oggi non è quello di esortare i loro fratelli a "sopportare" i mali presenti in attesa della felicità che verrà, ma piuttosto a edificare una città nuova che somigli e prepari la "città futura". Ciò non significa, si badi bene, illudersi di eliminare il dolore e le sofferenze, ma dare loro un significato soprattutto "vicendevole", perché la soluzione finale del problema umano, per i cristiani, sarà la vittoria del bene e della felicità. Forse l'Europa ha subito una specie di "deformazione professionale" nel corso dei secoli, avendo esercitato a lungo la funzione di guida, causa il suo sviluppo scientifico, tecnico, culturale e anche religioso. Nei contatti con altre culture e altre genti gli europei sono stati portatori di modelli, che spesso hanno imposto con la forza della loro "superiorità". Gli europei hanno appreso troppo poco da altre culture, che spesso hanno devastato nella persuasione che erano negative o comunque inferiori alla propria.

Paesi ricchi e poveri insieme
La gestione delle dinamiche sociali della sempre più vasta mobilità umana va fatta assieme tra Primo e Terzo Mondo, tra gente sazia e gente che ha fame, tra ricchi e poveri. Sul piano culturale, l'umanità è arrivata a un buon livello di presa di coscienza dei valori, come dimostrano, tra l'altro, l'Alto Commissariato per i rifugiati e i migranti in seno alle Nazioni Unite, il Comitato per le migrazioni nel Consiglio d'Europa e il Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti nella Chiesa cattolica. Questi e altri simili organismi sono attivi nei loro contesti per elaborare interpretazioni o piani di soluzione dei problemi migratori. Si sa che l'operatività umana, individuale e sociale, obbedisce a concezioni e a valori che la ispirano. Sul piano operativo il cammino è più tortuoso. Esistono organismi supernazionali - per esempio l'ONU -, senza i quali probabilmente sarebbero scoppiate guerre e conflitti in numero maggiore e con maggior ferocia. Tuttavia, tali organismi sono ancora guidati da antiche logiche di potere. Basti pensare al Consiglio di Sicurezza, dove le "grandi potenze" possono bloccare tutto col diritto di veto. I voti espressi negli alti consessi portano sempre il peso della "potenza" che li esprime, che non sempre corrisponde ai valori umani in gioco. Se poi ci si vuol limitare al problema dei migranti, la strategia è concordata tra gli Stati che si trovano in condizione di riceverli o respingerli. I rappresentanti degli Stati da cui i migranti provengono, o non sono presenti o, se lo sono, non hanno uguale peso nelle decisioni da prendere. La gestione delle migrazioni, perché sia efficace, deve individuare obiettivi che possano risolvere i problemi di una parte e dell'altra, deve formulare regole di migrazione concordate e condivise dagli Stati che chiedono e dagli Stati che concedono il diritto di migrare. Per una umanità che era abituata a risolvere i problemi di questo genere attraverso guerre e trattati di pace, si presenta un terreno in cui tutto è da inventare. I concetti di sacro suolo della Patria o di eroi che muoiono ammazzando altri uomini sono tutti da rivedere. L'umanità per i cristiani è una grande famiglia e in una famiglia non ci sono angoli o stanze "sacre", che i fratelli non possono "violare", né è pensabile che Caino uccida Abele. Inoltre, tra il piano culturale, in cui i valori si vanno rapidamente chiarendo, e il piano operativo, dominato da criteri di prestigio e potere politico, si è inserita una realtà nuova: il volontariato. I mass media ci informano che durante i conflitti e le catastrofi nelle aree più remote sono sempre presenti i volontari, spesso vittime, accanto ai missionari veri e propri che rappresentano il "volontariato" cristiano di antica data. Nel momento attuale, dunque, l'umanità nei suoi elementi più validi ha raggiunto il concetto che le migrazioni non sono una "patologia", della società anche se sono un problema nuovo dell'umanità nuova che si affaccia al terzo millennio. Tutti i problemi contengono una soluzione che va ricercata con pazienza, costanza e tenacia. Una soluzione che è una crescita.


Francesco Gioia
Segretario del Pontificio Consiglio
della Pastorale per i migranti e gli itineranti



torna su

 


Indietro