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 Novembre 2000 - Dossier: Migranti in cerca di futuro

Per il mondo a caccia di fortuna

Secondo le statistiche dell'Ocde (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) riferite alla fine degli anni '90, una persona ogni 70 nel mondo è un migrante o un profugo. Ma perché così tanta gente oggi vive lontano dalla propria nazione? Cosa li spinge a lasciare la casa, gli affetti per affrontare un destino incerto in una nazione lontana?
Le migrazioni sono sempre esistite. Gli uomini, da sempre, si spostano. Certo, con la nascita degli Stati nazionali e la creazione delle frontiere questo problema è diventato più evidente. Oggi il fenomeno è indubbiamente una delle conseguenze della globalizzazione. Quando si parla di internazionalizzazione dei mercati infatti si pensa soprattutto alle merci. Ma con i beni si spostano anche le persone. Ogni anno, secondo l'Ocde, un milione di persone lascia il proprio Stato per un altro, e di queste centinaia di migliaia invocano il diritto di asilo. Sono spinte dalla fame, dalla povertà, dalle persecuzioni o solo dalla speranza di una vita migliore. A loro, secondo l'Ocde, vanno aggiunti i profughi allontanati dalle proprie case dalle guerre o da catastrofi naturali. Dei 90 milioni di esseri umani che vivono al di fuori dei confini del proprio Stato, si calcola che 75 milioni siano immigrati e 13 milioni rifugiati.
Il fenomeno riguarda un po' tutte le nazioni sviluppate. Gli Stati Uniti sono un Paese di forte immigrazione. Anzi si può dire che gli Usa sono un Paese di immigrati. Dall'inizio del secolo l'afflusso è stato favorito dalla necessità di manodopera, soprattutto nelle fasi di espansione dell'economia. Solo negli ultimi anni per gli Usa l'immigrazione è diventata fonte di forte preoccupazione. Tanto da costringere il Governo federale a costruire una lunga barriera lungo la frontiera con il Messico nel tentativo (vano) di arginare il flusso degli immigrati irregolari (che attualmente sono circa 5 milioni).
Nei 15 Paesi dell'Unione Europea i migranti sono 18 milioni, pari al 5% della popolazione dei residenti. Gli immigrati però non sono equamente distribuiti. In Germania, Belgio e Austria raggiungono il 9%; in Francia il 6,3%; in Italia solo il 2,2%. Di questi, secondo i dati del Ministero degli Interni, della Caritas italiana e del Servizio migranti, 270mila sono comunitari o comunque provenienti da Paesi a sviluppo avanzato. Gli extracomunitari regolari invece non raggiungono il milione e, se vi aggiungiamo i cosiddetti clandestini, arriviamo a un milione e 250 mila. Anche in Asia aumentano i flussi migratori. In Giappone, alla fine degli anni '90, gli stranieri registrati erano un milione e 360mila, l'1,1% della popolazione, ai quali vanno aggiunti altri 300mila arrivati con visti turistici. Il fenomeno tocca anche le cosiddette "Tigri asiatiche": Sud Corea, Taiwan, Singapore, Hong Kong. Singapore, per esempio, ha 350mila lavoratori stranieri che svolgono il 20% del lavoro. Una forza-lavoro indispensabile, che però viene controllata con una rigida normativa.
Anche l'Africa ha dei flussi interni assai forti verso le poche nazioni sviluppate del continente. Per esempio, il Sudafrica, dopo la fine dell'apartheid, ha conosciuto un flusso crescente di lavoratori immigrati. Alla fine degli anni '90 si calcola fossero residenti in Sudafrica dai due ai cinque milioni di immigrati illegali (il 12% della popolazione) con una quota di espulsioni che si aggira sulle 100mila persone ogni anno.

Gabriele Nasci



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